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Vergiatese Under 17, Manzini: l'allenatore-genitore alla riscoperta del calcio

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La Vergiatese Under 16

Molte volte si è costretti nel corso della propria vita a mettere da parte quelle che sono le proprie passioni e ambizioni: il tempo passa, ed il peso delle responsabilità fa si che la concentrazione si ponga su cose più importanti, come può essere un lavoro e la costruzione di un futuro. Può succedere però, che nonostante tutto la scintilla rimanga comunque accesa, aspettando solo il giusto soffio per riaccendersi nuovamente: è questa la storia di Paolo Manzini, allenatore della Vergiatese Under 17 (nella foto la squadra della scorsa stagione da Under 16), che dopo un passato da calciatore nelle giovanili del Borgomanero, ha dovuto rinunciare alla propria carriera non appena il lavoro e la vita adulta l’hanno chiamato. Come detto però, il suo non è stato un addio, ma solo un arrivederci, e la fiamma che ha riacceso la sua passione ha un nome ben preciso, ed è quello di suo figlio: Alessandro Manzini. Così come il padre, anche Alessandro nasce con la passione per il calcio, ed inizia quindi nei Primi Calci a Dormelletto. La sua squadra vede un alto numero di ragazzi e dunque l’allenatore è costretto a chiedere se tra i genitori ci fosse qualcuno che potesse dare una mano. La voglia di tornare sul campo, anche se con un ruolo marginale, si fa sentire e subito Paolo si rende disponibile per fare il dirigente accompagnatore. La carriera di Alessandro si sposta poi a Veruno e la storia si ripete anche qui, come ci spiega l’attuale allenatore della Vergiatese: «Quando ci siamo spostati a Veruno, durante il secondo anno mi è stato chiesto di poter dare una mano all’allenatore. L’anno successivo è nata invece la possibilità di allenare la squadra in toto e dunque ho preso la palla al balzo, iniziando così la mia carriera da allenatore. Avrei voluto rimanere sempre a contatto con il mondo del calcio, purtroppo però a livello dilettantistico questo sport non ti permette di vivere, e quindi la priorità l’ho data e la do tuttora al lavoro; poi ovvio però, quando c’è stata la possibilità di affiancare ad esso anche il calcio non ci ho pensato due volte». Non più quindi solo il ruolo da padre, ma ora anche quello di allenatore che lo porterà poi al Briga Novarese ed infine, dall’anno a scorso a Vergiate, dove ritroverà in rosa suo figlio. Un rapporto non semplice quello tra allenatore e genitore, dove ogni scelta è messa ancora di più sotto la lente d’ingrandimento: « Ho sempre cercato di non confondere il mio ruolo di padre con quello di allenatore. Penso che come guida tecnica io non sia stato scelto perché fossi il primo che passava, ma perché ho dalla mia delle competenze calcistiche che possono aiutare dei ragazzi a crescere sia a livello tecnico, ma anche tattico. Un aspetto positivo del mio ruolo è che allenando una squadra di ragazzi della stessa età di mio figlio riesco a capire molto meglio come ragionano e come pensano dei ragazzi di 17 anni, riuscendo così a capirli e far capire loro cosa voglio, sia a livello caratteriale che calcistico. Dunque, da questo punto di vista mi reputo molto avvantaggiato». La smentita alle classiche dichiarazioni apparenti arriva infatti sul campo, con un progetto, quello della Vergiatese che lo vede in prima linea nella costruzione di una squadra che quest’anno ha tutte le carte in regola per essere protagonista del campionato Under 17: «Se l’anno scorso è stato un anno di transizione, in cui c’era parecchia novità, quest’anno ritengo che la squadra sia altamente competitiva: con il direttore sportivo Pietro Rizzuto abbiamo costruito una squadra di assoluto valore, facendo sì delle scelte difficili rinunciando ad alcuni giocatori, ma riuscendo a mio parere, a imbastire una rosa con elementi scelti specificatamente e che ritengo qualitativamente migliore rispetto alla passata stagione, coinvolgendo nel nostro progetto anche giocatori che l’anno scorso giocavano nei regionali. È vero, ad oggi abbiamo fatto solo il precampionato e la prima giornata, ma rispetto allo scorso anno ho a disposizione una rosa di 21 giocatori e con tutti i ruoli che hanno almeno un’alternativa: questo è un aspetto che lo scorso anno è mancato». Una squadra ben costruita quindi, plasmata su un 4-3-3 che vuole portare un calcio rapido ed offensivo, in cui però la vera forza non viene dai singoli, ma dalla squadra: « Nel gruppo tutti sono importanti allo stesso modo. Per me i giocatori devono essere tutti sullo stesso piano, in modo tale che qualsiasi giocatore io metta in campo, abbia sempre un alto livello; cerco quindi di far crescere tutti allo stesso modo e di preparare tutti e 21 come se fossero titolari, poi ovvio c’è chi magari apprende prima e chi invece ha bisogno di più tempo, ma ad ogni modo l’idea è sempre che ognuno debba essere sempre pronto a scendere in campo». Idee ben precise e determinazione, segno di come ormai la sua passione si sia definitivamente riavviata, e di come, a volte, basti un piccolo soffio per riaccendere una scintilla che ha dovuto aspettare fin troppo tempo per ricominciare a bruciare, ma che ora non ha alcuna intenzione di tornare a spegnersi.
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