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Virtus Ciserano Bergamo, la storia di Franco Morelli: dalla Serie B con Foscarini al titolo di Campione Nazionale Juniores con Togni

Franco Morelli Virtus Ciserano Bergamo 2
Una vita dedicata al calcio ricoprendo tutti i ruoli: giocatore, allenatore e dirigente. Questa l’esperienza di Franco Morelli, storico dirigente della Virtus Ciserano Bergamo, con cui abbiamo ripercorso le tappe principali degli oltre settant’anni passati sul campo. Dopo una breve carriera da calciatore al Verdello, appena maggiorenne ha scelto di diventare allenatore, ruolo che ha ricoperto per trent’anni. Nel 1991/92 l’approdo all’ Alzano in veste di dirigente, dove ha vissuto tutta la scalata dall’ Eccellenza alla Serie B. Quindi una parentesi alla Ghisalbese, prima di tornare nella società diventata nel frattempo Alzano Cene. A distanza di vent’anni, come ricorda quella cavalcata dell’allora Alzano Virescit, coronata con l’approdo in Serie B? «Fu un’esperienza fantastica! Era una squadra con grandi individualità: c’erano Armando Madonna, Giacomo Ferrari, un giovane Simone Barone in prestito dal Parma, Alex Calderoni in porta. Quello era un calcio più genuino, non come adesso che i calciatori stanno quasi più sui social che sul campo. In quegli anni, prima con Oscar Piantoni e poi con Claudio Foscarini, mi sono occupato di studiare gli avversari. Al contrario di oggi, che si possono vedere tranquillamente tutte le partite dal divano di casa, all’epoca dovevamo andare sul campo e riempivamo intere pagine del taccuino con appunti di ogni tipo, perché se dimenticavamo qualcosa non c’era modo di rimediare». [caption id="attachment_259994" align="aligncenter" width="900"] Franco Morelli, dirigente della Virtus Ciserano Bergamo[/caption] Quali erano le informazioni che Foscarini le chiedeva con maggior attenzione? «Sicuramente la tattica, in quegli anni la maggior parte delle formazioni giocava ancora col libero. Ma soprattutto voleva sapere ogni dettaglio sul centrocampo, che era la chiave del gioco, e le marcature basilari. Un dettaglio a cui prestava grande attenzione erano gli schemi sui calci d’angolo, ma anche le rimesse laterali». Quali sono i ricordi più belli che ha di quell’esperienza? «Innanzitutto la vittoria della Coppa Italia di Serie C nel 1997/98 contro il Cesena: vincemmo 1-0 in casa all’andata con un rigore di Ferrari, e al ritorno in casa loro andammo subito in vantaggio con Madonna e Romualdi. Poi ci rimontarono facendoci soffrire un po’ nel finale. Ricordo benissimo anche il pareggio a Cittadella l’anno successivo, alla penultima giornata, che sancì matematicamente la vittoria del campionato e la promozione in Serie B. Del campionato cadetto i ricordi più belli sono i derby con Atalanta e Brescia e le partite con Napoli, Genoa e Sampdoria. Pensare che alla fine del girone d’andata eravamo quarti! Ad un certo punto si ruppe qualcosa nello spogliatoio e ci mancò l’esperienza nella categoria per riuscire a salvarci, finendo per retrocedere all’ultima giornata». Crede che una favola del genere sarebbe ripetibile anche nel calcio di oggi? «La vedo molto difficile, anche perché sia la nostra avventura, sia quella dell’ Albinoleffe dopo di noi, hanno avuto la fortuna di basarsi su un nucleo importante di giocatori del posto, che vivevano a contatto con la gente e avevano la passione per la squadra, per il territorio. Lo stesso Madonna è di Alzano e ha fatto tutta la scalata, idem Ferrari. Oggi invece ci sono troppi giocatori, già in Serie D, che arrivano da ogni parte d’Italia, ed è ovvio che non possono avere lo stesso attaccamento alla maglia di uno che l’ha vissuta fin da bambino». Eppure negli ultimi anni qualche sorpresa c’è stata, come il Carpi in serie A, oppure il Pordenone che da un paio d’anni occupa le prime posizioni in serie B… «Certo, ma è sempre più difficile. Inoltre basta pensare che Carpi e Pordenone sono comuni di oltre 50.000 abitanti, non paragonabili ai 13.000 di Alzano Lombardo che è un piccolo paese». Adesso Madonna allena la primavera dell’Inter. Lo sente ancora? «Certo! Prima della pandemia ci vedevamo spesso e andavamo anche a bere il caffè insieme ad Alzano. Quando ha allenato la prima squadra della Virtus Bergamo, dopo le esperienze con Livorno e Portogruaro, mi ha chiesto di andare in panchina con lui come dirigente accompagnatore. Ho fatto due anni e mezzo col “Mindo” in panchina. Poi l’hanno chiamato a Milano dove sta facendo bene con la Primavera, disputando anche buone stagioni in Youth League. Ora allena tre dei nostri: Nicholas Bonfanti, Daniel Tonoli e Fabio Cortinovis. Prima aveva giocato lì anche un altro prodotto del nostro settore giovanile, Manuel Lombardoni, che era stato convocato addirittura con la prima squadra e adesso si trova bene alla Pro Patria. Ogni anno tanti nostri giovani promettenti finiscono nei vivai delle squadre professionistiche». [caption id="attachment_259993" align="aligncenter" width="900"] Franco Morelli, sulla destra, sulla panchina della Virtus Bergamo con Armando Madonna[/caption] Una curiosità: c’è un ragazzo che l’ha sorpresa perché inizialmente non le sembrava così promettente, e poi è riuscito a fare il salto? «Da ragazzino Bonfanti era un po’ sovrappeso, non sembrava potesse avere le qualità che sta dimostrando adesso. Invece ora è in Primavera all’ Inter perché ha dimostrato grande tenacia e voglia di emergere. Purtroppo c’è anche chi mi ha sorpreso in negativo, perché qualcuno aveva grandi potenzialità ma non la mentalità giusta per affrontare i sacrifici richiesti, finendo per giocare in Eccellenza. Trent’anni fa c’erano meno vizi e distrazioni per i ragazzi, oggi la maggior parte si ferma al primo ostacolo e fatica a reagire. Noi cerchiamo sempre di aiutarli perché la testa è principale punto di forza di ogni atleta, ma capisco che nei loro panni non è facile. Pensa che quando giocavo al Verdello, a fine anni ’50, ho avuto come compagni Angelo Domenghini, Gigi Pizzaballa e Giuseppe Meraviglia. Allora non esistevano le categorie giovanili, era un calcio totalmente diverso. Poi loro all’età che oggi hanno gli Juniores sono andati chi all’Atalanta, chi al Lecco, mentre io ho capito che non era la mia strada e ho scelto di smettere presto per fare l’allenatore». Come vede la stagione della vostra prima squadra? «Sono convinto che Ivan Del Prato meriterebbe un po’ di più. Io lo vedo tutti i giorni sul campo: ha personalità, insegna bene, è sempre sul pezzo e non molla mai. Nello sport serve anche fortuna, ma sono convito che lui sia un valore aggiunto per noi. Il livello nel nostro girone si è molto appiattito: una formazione di bassa classifica può sempre battere una di quelle che occupano le prime posizioni. Non c’è quella grande diversità di valori tra una squadra e l’altra». Secondo lei quali sono le favorite del girone? « Seregno e Crema per me hanno qualcosa più degli altri, ma anche il Desenzano Calvina uscirà alla distanza». Lei ha vissuto anche sei finali nazionali a livello giovanile, sia come allenatore sia come dirigente. «Esattamente, l’ultima nel 2017 quando abbiamo vinto il titolo di Campioni Nazionale Juniores con Togni in panchina. È un allenatore molto bravo e potrebbe allenare tranquillamente anche una prima squadra, solo che per diverse ragioni, sia dal punto di vista lavorativo sia da quello affettivo, è contento di restare alla Virtus Ciserano Bergamo. E noi ce lo teniamo stretto».
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