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Brugherio Under 19: alla scoperta di Gian Luca Bertaccini, grande uomo di sport che sogna di diventare coach all’estero

Mister Bertacchini
 Allenatore umile e vincente, questa è la storia di Gian Luca Bertaccini, tecnico del Brugherio che vede nel calcio una via di fuga dalla realtà quotidiana. Dopo una lunga esperienza come allenatore, Bertaccini, ancora non ha placato la sua sete di conoscenza, aderendo e collaborando ad alcuni progetti come i Milan Junior Camp, ma con un sogno nel cassetto: andare all’estero ed essere coach in una scuola.     Ci racconta qualcosa della sua carriera?    «Alleno dal 2010, quando ho smesso di giocare, e ho allenato prevalentemente prime squadre, in Terza e Seconda Categoria, in modo da conciliare orari di allenamento con il lavoro. Con il Santa Rita Vedetta ho vinto i playoff Promozione nella stagione 2012/2013 e ricordo con orgoglio la gioia negli occhi dei miei ragazzi.  In seguito ho ottenuto spesso buoni piazzamenti con altre squadre, Orione, Baggio II, Accademia Settimo per citarne alcune, anche se il vero successo, in ambito dilettantistico è vedere il gruppo crescere nei singoli e come squadra. Per quanto riguarda le ultime stagioni, nel 2018/19 ho allenato i Giovanissimi ai Devils di Fizzonasco per poi passare alla Juniores. La scorsa stagione ho allenato a Pioltello e al CGB quest’anno, oltre ad aver preso in corsa la prima squadra femminile sempre qui al CGB. Da qualche anno collaboro, insieme ad altri colleghi e soci, con il Milan organizzando Milan Junior Camp estivi con la nostra associazione Fantasy Football, in Valtellina ma non solo, per ragazzi e ragazze dai 5 ai 15 anni circa».   Qual'è la sua ambizione come allenatore?   «In un momento come quello che stiamo vivendo le ambizioni personali e le prospettive cambiano totalmente. Diciamo che fino a gennaio 2019 avrei risposto allenare come attività principale e potermi misurare con categorie sempre più importanti che, senza voler essere supponente, sono convinto di essere in grado di affrontare viste le esperienze maturate, anche se purtroppo senza conoscenze è difficile che arrivi l’opportunità».   Qual è il suo sogno come allenatore?   «Un sogno che custodisco gelosamente è quello di andare all’estero a fare il coach in qualche scuola, in quei paesi dove lo sport è più considerato a livello scolastico rispetto al nostro, chissà, magari un giorno riuscirò a trasformare il sogno in realtà. Oggi però, essendo più realista mi limito a rispondere molto più semplicemente. Mi piacerebbe riprendere l’attività sportiva nella sua normalità, mi mancano gli allenamenti con contatto, la partita del fine settimana e quella sensazione che si prova prima del match e immediatamente dopo il fischio finale».   Cosa cerca di insegnare e trasmettere ai suoi ragazzi?   «Ogni anno mi pongo sempre l’obiettivo di costruire un gruppo compatto, un team che sia tale sia in campo che fuori, che non si arrenda mai.  In Sud America, più specificamente in Argentina, si chiama “Garras” che letteralmente significa artigli ma è qualcosa di più articolato. Provo anche a far assorbire ai miei atleti tutti quei concetti legati all’etica dello sport, a impegnarsi per migliorarsi, perché se tutti miglioriamo anche solo di una caratteristica, tutta la squadra migliora in proporzione. Ovviamente è importante capire come rialzarsi dopo una sconfitta, perché imparare a perdere aiuta a vincere. La sportività non è un optional, mi complimento con il mio avversario che ha vinto la partita ma cerco di imparare dai miei errori per la prossima e, facendo mia una citazione molto famosa di Nelson Mandela, cerco di insegnare questo concetto ad ogni singolo atleta: “Io non perdo mai, o vinco o imparo”. Per concludere, tralasciando gesti tecnici e situazioni tattiche, prevalentemente cerco di insegnare il gioco del calcio, che non dimentichiamolo mai è uno sport di situazione. Siccome ormai non si gioca più al parchetto, per i nostri ragazzi è fondamentale giocare per vivere e imparare quello che potrebbe accadere durante la partita».   Che tipo di calcio preferisce e prova a proporre?   «Quello che ricerco, in linea teorica, è un gioco veloce, grande compattezza in fase difensiva e immediatamente dopo aver recuperato palla verticalizzazioni rapide o cambi improvvisi, alternata alla costruzione dal basso per fare in modo che gli spazi si creino. Dico in linea teorica perché bisogna sempre tener conto delle caratteristiche dei giocatori che si hanno a disposizione e agire di conseguenza, se ho a disposizione dei velocisti poco tecnici o qualcuno che “parla” con la palla ma non troppo rapido, dovrò adattarmi alla situazione».   Qual è la qualità imprescindibile per un allenatore?   «Dal mio punto di vista, un allenatore non dovrebbe mai consentire alle proprie idee di prevaricare le caratteristiche della squadra per ricerca di protagonismo, cosa molto più diffusa di quanto non si creda. Deve essere una guida per i propri giocatori e non dovrebbe mai imporsi, ma saper assecondare le qualità del singolo e metterlo nelle migliori condizioni per esprimersi al meglio in funzione del collettivo».   Dove sareste potuti arrivare in questa stagione?   «Difficile dirlo, questa è una squadra nuova e molto giovane, con la quota dei 2003 che supera il 50% e praticamente non abbiamo fuoriquota, assemblata ad inizio stagione ma con tante potenzialità. Non siamo partiti benissimo, ma si stavano vedendo già i primi segni di miglioramento in termini di compattezza e gioco collettivo. L’obiettivo ricercato era la salvezza senza playout, per poi provare a giocarsela per posizioni più prestigiose l’anno successivo. Quei segnali mi fanno pensare che avremmo potuto raggiungere il nostro obiettivo, ma purtroppo si è fermato tutto e, quando finalmente ricominceremo, dovremo ripartire da capo».   Si ispira a qualche grande allenatore?   «Onestamente no, leggo e studio molti allenatori, c’è qualcuno che mi piace di più di altri e qualcuno che mi piace decisamente meno, ma non mi ispiro a nessuno in particolare, diciamo che, per citare i più famosi, invidio ad Ancelotti la capacità di restare praticamente sempre tranquillo in campo, a Klopp la capacità di caricare la squadra e a Guardiola la grande conoscenza calcistica. Potrei continuare citandone molti altri ma sono convinto che ognuno di noi debba essere sé stesso e trasmettere ai propri giocatori le proprie idee di calcio, le proprie esperienze e i propri valori credendoci fermamente».   Quali sono le sue più importanti qualità?   «Questo dovresti chiederlo a chi a lavorato con me sui campi, è sempre difficile parlare bene di sé, si rischia di diventare eccessivamente autocelebrativi. Diciamo che la mia più grande qualità è la passione che mi fa affrontare stagione dopo stagione, tutte le difficoltà che si incontrano nello sport dilettantistico con lo stesso entusiasmo di sempre e con la voglia di imparare, perché il giorno che non avrò più voglia di imparare sarà il giorno che dovrò smettere di allenare».
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