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Romanengo Under 19, la ricetta di Tacchini: «Nel settore giovanile la vittoria è la crescita dei ragazzi»

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  • Una carriera da allenatore ancora agli albori, ma un palmares da calciatore che non ha bisogno di grandi presentazioni. Questa è la storia di Matteo Tacchini, attuale tecnico della Juniores del Romanengo, con cui si sta misurando in un campionato competitivo e di alto livello. Da calciatore Tacchini ha fatto molta strada oltre che le fortune di alcune importanti società, tra cui spiccano sicuramente Brescia, Varese e Sassuolo tra le professioniste. Adesso il centrocampista classe 1981 sta imparando a destreggiarsi in panchina, in quello che è un mestiere completamente differente da quello del calciatore.
Come è iniziata la sua carriera? «Ho smesso di giocare a 33 anni a causa di un infortunio al ginocchio. Un grande dispiacere ma se ci ripenso sono molto soddisfatto perché ho avuto una gran bella carriera. Dopo 3 anni che avevo smesso è uscito il corso Uefa B, mi sono iscritto, ho preso il patentino e tutto è iniziato. All’inizio ho allenato gli Esordienti a Salvirola, l’ultima società in cui ho giocato, per poi passare l’anno successivo a Romanengo, dove ho allenato per una stagione gli Allievi provinciali. Romanengo è una bella realtà, con una società ben organizzata, grazie anche a loro sono passato ad allenare la Juniores Regionale e questo è il mio 2° anno, o almeno sarebbe dovuto esserlo. Non ho ancora vinto niente per quanto mi riguarda, anche perché penso che a livello di settore giovanile la vittoria più’ importante è veder crescere i ragazzi e prepararli per la prima squadra, che è un mondo completamente diverso». Quali sono le sue ambizioni come allenatore? «La mia ambizione è quella di procedere passo dopo passo, senza saltare nessuno step, per un giorno aver la possibilità di allenare i grandi. Credo che nessuno nasca con la conoscenza del calcio già in tasca, e per questo credo che l’esperienza e la gavetta siano necessarie per tutti, nessuno escluso». Cosa cerca di trasmettere ai suoi calciatori? «Avendo avuto la fortuna di avere un discreto bagaglio tecnico a livello giocato, cerco di trasmettere le mie esperienze passate e per prima cosa sempre l’educazione verso l’avversario e la gente che ci circonda. Sono abbastanza nuovo del mestiere, ma credo che ogni allenatore debba portare entusiasmo alla propria squadra, e debba farlo attraverso quelle che sono le sue idee e le sue esperienze». Che modello di calcio preferisce? «A livello tecnico mi piace il calcio giocato, girando la palla fin dal portiere per fare in modo che tutti i giocatori in campo si sentano parte del gioco, senza differenze tra chi difende e attacca. Ciò che è fondamentale è farsi capire dai ragazzi e sposare con loro un concetto di gioco, per dare loro qualcosa in cui credere e farli esprimere al meglio in settimana». Dove si immagina tra 10 anni? «Sono sempre stato uno che guarda giorno per giorno senza tanto pensare a dove sarò. Spero solo di poter avere ancora a che fare con il mondo del calcio, per poter vivere ancora questa magnifica passione che mi fa stare bene». Che qualità invidia agli allenatori professionisti? «Penso che ispirarsi ad un solo allenatore sia riduttivo, perchè ognuno ha le proprie qualità. Il segreto è prendere qualcosa da tutti, ma senza dimenticare che poi in campo l’allenatore sei tu, e devi cercare di portare le tue idee sul rettangolo verde. Personalmente, come detto è poco tempo che alleno, ma penso che una qualità’ imprescindibile sia  quella di farsi voler bene dai ragazzi e creare un rapporto con loro sincero e schietto, al fine di poter lavorare in armonia e creare qualcosa di positivo».
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