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Prevalle Under 19: la parabola di Binetti, allenatore vincente cresciuto fianco a fianco con De Zerbi

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Binetti Juniores Prevalle

La storia di Binetti Gianpietro come allenatore è iniziata nel 2002, dopo una lunga parentesi come calciatore, in cui l’attuale tecnico del Prevalle ha avuto numerose esperienze giocando fino all’età di 40 anni. Poi la decisione di allenare e dedicarsi alla panchina, esperienza che lo ha formato come uomo e che lo ha portato anche ad amicizie di un certo livello, come quella con Roberto De Zerbi, amico di Binetti con cui lo stesso tecnico ha svolto il corso Uefa B e ha allenato la Rigamonti. Questa stagione è stata difficile e travagliata per chiunque, Binetti compreso, ma a lui rimane almeno la consapevolezza di avere a disposizione una rosa di grande qualità che può puntare in alto.   Ci racconta qualcosa della sua carriera? «Ho cominciato ad allenare nel 2002, dopo aver appeso gli scarpini al chiodo a 40 anni. Potessi tornare indietro nel tempo, di sicuro sceglierei di lasciare il calcio giocato prima di quanto ho fatto, così da dedicarmi al mestiere dell’allenatore il prima possibile. Nella mia carriera ho allenato diverse categorie tra cui Juniores, Allievi e anche Prime Squadre con buoni risultati. Tra le esperienze che ricordo con più piacere ci sono sicuramente quella di Roncadelle, dove con la prima squadra siamo arrivati ai play-off per la Prima Categoria anche se poi il rapporto non è finito benissimo, Rodengo dove ho vinto un campionato, Rigamonti, dove ho trovato una società di altissimo livello e dove ho avuto modo di allenare insieme a De Zerbi, e poi la parentesi sulla panchina della Rappresentativa bresciana, un vero e proprio orgoglio per me. Da due anni sono qui a Prevalle, una società che sta crescendo molto e in cui mi sto trovando a mio agio, oltre che provare a raggiungere dei buoni risultati, grazie anche alla grandissima professionalità di Gaggiotti Giorgio, una vera e propria istituzione del calcio».   Com’è nata questa amicizia con De Zerbi? «Con Roberto ho fatto il corso Uefa B e siamo diventati subito amici. Dopo questa parentesi ci siamo trovati entrambi alla Rigamonti, dove per circostanze sfortunate sono stato costretto a stare lontano dai campi per circa 60 giorni. In quell’occasione dovevo partire con la mia squadra, gli Allievi 98, per un ritiro a Pinzolo, e non potendo andare per motivi di salute, è stato proprio De Zerbi a proporsi e a sostituirmi. Quando sono ritornato sul campo ho continuato la mia stagione, ma da quel momento la carriera di Roberto è decollata, fino ad arrivare al giorno d’oggi, in cui allena il Sassuolo ed è prossimo a diventare tecnico dello Shakhtar. La nostra è una sana amicizia, cresciuta e coltivata proprio sui campi da calcio, ed è anche per questo che lui per me, rappresenta un modello da seguire e ammirare».   Qual è il compito fondamentale di un allenatore? «In primo luogo secondo me bisogna dare un’organizzazione alla propria squadra. In secondo luogo invece, credo sia fondamentale che un allenatore si ricordi sempre che la partita è ed appartiene ai giocatori, sono loro che scendono in campo e devono essere liberi di esprimersi al meglio delle loro potenzialità. Infine credo che un allenatore debba essere vivo e sentire la partita, non mi piacciono quelli passivi che fanno passare tutto come la normalità. In panchina bisogna essere sul pezzo, sentire la pressione e trasformarla in qualcosa di positivo per la squadra».   Viste le sue numerose esperienze, qual è la categoria migliore da allenare? «Personalmente credo sia quella degli Allievi perché sei partecipe in prima persona della crescita calcistica e personale dei ragazzi che alleni. Dopo viene la Juniores, in cui ci si confronta con dei ragazzi che stanno diventando degli uomini adulti. Infine, sempre per quella che è la mia esperienza, vengono le prime squadre, dove non mi sono mai sentito completamente libero di comportarmi come meglio credevo, dove ci sono troppe imposizioni che non fanno bene all’ambiente».   Che tipo di calcio preferisce e prova a proporre? «Mi piace un calcio offensivo dove la mia squadra non ha paura di scoprirsi ma attacca con continuità per 90 minuti. Credo che il dribbling sia il gesto tecnico più bello di questo gioco e l’essenza reale del calcio, ed è per questo che chiedo spesso ai miei giocatori di provare la giocata e di non farsi problemi, perché la personalità si vede anche in questo fondamentale. Il calcio che mi piace fondamentalmente, è un calcio giocato dalla metà campo in su, con un pressing ben organizzato e con la qualità dei giocatori che è libera di sbocciare e determinare le partite».
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