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“Un bacio, una salsa, un Super Bowl”: Bad Bunny trasforma l’halftime in un matrimonio reale e un inno a Puerto Rico

Una cerimonia vera in mondovisione, Lady Gaga e Ricky Martin come ospiti inattesi e uno show di 13 minuti che ha riscritto il vocabolario dello spettacolo: ecco perché il Super Bowl LX passerà alla storia

“Un bacio, una salsa, un Super Bowl”: Bad Bunny trasforma l’halftime in un matrimonio reale e un inno a Puerto Rico

C’è un istante, al centro del Levi’s Stadium di Santa Clara, in cui il frastuono del Super Bowl LX si fa sottile come il respiro prima di dire “sì”. Davanti a decine di milioni di spettatori nel mondo, un officiante sorride, gli sposi - entrambi in bianco - si scambiano un bacio, e sul prato che pochi minuti prima ospitava placcaggi e schemi si accende la festa. Poi la rivelazione: gli invitati si scostano e compaiono Lady Gaga e la band di salsa Los Sobrinos, mentre l’headliner Bad Bunny - testimone ufficiale, firma sul certificato di nozze compresa - trasforma il più guardato intervallo dello sport americano in una celebrazione collettiva dell’identità portoricana. Non una messa in scena: un matrimonio reale dentro lo spettacolo più atteso dell’anno. Un gesto concettuale e pop allo stesso tempo, destinato a diventare una delle immagini simbolo del 2026.

L’evento: un halftime grande come una storia d’amore

Sul calendario è scritto 8 febbraio 2026, luogo Santa Clara, California. In campo si sfidano i Seattle Seahawks e i New England Patriots, ma nell’intervallo la palla passa alla musica. Bad Bunny - prima star a costruire un set quasi interamente in spagnolo e primo headliner latino solista della storia dell’halftime - entra in scena con un impianto visivo che cita piazze, colori e ritmi di Puerto Rico, tra cori di bomba e salsa sorretti da una sezione fiati da barrio-party. La timeline dello show corre sui 13 minuti regolamentari, ma la percezione del tempo si dilata: tra coreografie a tutto campo e cambi di set rapidissimi, l’halftime si fa racconto.

La trovata che ha spiazzato tutti: un rito nuziale autentico

La sequenza più chiacchierata scatta “circa cinque minuti” dopo il via: la regia inquadra una coppia e un officiante; la promessa, il bacio, la gioia degli invitati in bianco. Non attori: i portavoce di Bad Bunny confermano che la coppia si è sposata davvero in diretta, alla fine di una trafila cominciata con un invito privato allo stesso artista. Lui ha “rilanciato”, proponendo di celebrare le nozze all’interno del suo show, fino a firmare come testimone e a far tagliare agli sposi una torta nuziale vera accanto al tavolo imbandito in campo. Una scena pensata come una plaza all’aperto, per raccordare intimità e rito collettivo. In un Super Bowl fatto di spot miliardari e regie ferree, l’irruzione di un atto privato - consapevole, legale e poetico - svuota lo stereotipo della “spettacolarità a tutti i costi” e lo riempie di umanità.

Gli ospiti: quando il pop diventa ponte

Gli sposi si scostano e, come in un sipario di carne e paillettes, appaiono Lady Gaga e Los Sobrinos. Il brano è “Die With a Smile”, la ballad recente della popstar - riletta qui in chiave salsa - che vira subito nel dialogo con Bad Bunny in “Baile Inolvidable”, lanciando il ricevimento a suon di percussioni. La sorpresa raddoppia quando, tra una sezione fiati e un “¡baile!” gridato a microfono aperto, sul palco si affaccia Ricky Martin, icona globale della latinidad radiofonica. L’effetto è duplice: sul piano musicale l’halftime travasa la cultura portoricana nella cornice più mainstream del pianeta; su quello simbolico mette in corto circuito generazioni e linguaggi - dalla diva pop mondiale al veterano del latin pop, passando per la nuova egemonia globale del reggaeton.

Scaletta e regia: il party secondo Benito

La costruzione del set è millimetrica. Stacco iniziale con un frammento di “Monaco” a telecamere basse, quasi da backstage di matrimonio; passaggio centrale con la sequenza nuziale e il cameo di Lady Gaga; quindi la ripartenza ritmica verso il climax. Dentro scorrono alcuni tra i titoli più identitari della carriera di Bad Bunny: “Tití Me Preguntó”, “Yo Perreo Sola”, la recente “NUEVAYoL” e - secondo una parte della stampa statunitense - una manciata di citazioni-regalo ai maestri del reggaeton come Don Omar e Daddy Yankee, in un continuum che sembra organizzato per “stazioni” narrative: il campo di canna da zucchero, la Casita, la plaza. Tutto dentro un continuum visivo che pare disegnato per la regia live del veterano Hamish Hamilton e la macchina organizzativa di Roc Nation con Jesse Collins, architravi ormai classiche dell’halftime moderno.

  1. Il set dura circa 13 minuti e alterna micro-scene a grandi quadri corali.
  2. La palette è dominata da bianchi crema e accenti tropicali; la maglia da football dell’artista porta il cognome “Ocasio” e il numero 64, citazioni personali e cromatiche che si saldano all’estetica dell’isola.
  3. L’uso dello spazio è totale: il prato si fa sala da ballo, gli spalti diventano cassa armonica, le passerelle costruiscono traiettorie coreografiche per decine di danzatori.

Un primato storico: lo spagnolo al centro del più grande palcoscenico televisivo

Di tutte le “prime volte”, due pesano più delle altre. La prima: Bad Bunny è il primo headliner latino solista nella storia dell’halftime. La seconda: è la prima volta che un artista costruisce l’intero impianto quasi interamente in spagnolo, senza concessioni cosmetiche. Sono scelte che vanno oltre l’estetica: parlano di rappresentazione, di mercato, di un pubblico latino - negli Stati Uniti e nel mondo - che non è più “nicchia” ma asse portante dell’economia dell’intrattenimento. Che sia l’NFL ad abbracciare questa visione, con il supporto di Apple Music e la curatela di Roc Nation, dice molto della direzione che sta prendendo il più potente media event americano.

La posta culturale: oltre il format, un messaggio

A chi ha letto nel matrimonio un “colpo di scena” da viralità facile, lo show risponde con un’idea più sottile: la festa come dispositivo politico, la tenerezza come linguaggio universale, il rito come architettura di comunità. È un discorso che Bad Bunny conduce da anni - dai video che decostruiscono stereotipi di genere alle collaborazioni transfrontaliere - e che qui diventa televisione generalista. Non a caso, il finale rilancia un messaggio di unità (“Together we are America”): una frase semplice, ma potente, specie se pronunciata in un inglese subito riassorbito nel flusso dello spagnolo.

Lady Gaga, il ruolo e la misura del cameo perfetto

Nel laboratorio in cui pop globale e latinidad si intrecciano, il cameo di Lady Gaga funziona per misura e funzione. La scelta di “Die With a Smile” - successo recentissimo della cantante, qui trasfigurato in salsa - evita il karaoke di repertorio e, allo stesso tempo, concede al pubblico generalista una melodia familiare. La chimica con Bad Bunny è dichiarata: lei canta, lui la “porta” dentro il suo vocabolario ritmico, poi l’accompagna nel passaggio alla sua “Baile Inolvidable”, innestando il matrimonio nel canone del ballo condiviso. È un’ospitata che non si mangia lo show, anzi: lo serve, amplificando il racconto senza deviarlo.

Ricky Martin e l’eco della tradizione

Il lampo di Ricky Martin - icona che ha scritto una parte di storia del latino mainstream fin dagli anni ’90 - aggiunge profondità storica. Nella grammatica del pop televisivo, le “passerelle” delle leggende hanno spesso il sapore del tributo formale: qui, invece, l’apparizione connette genealogie. È come se lo show dicesse: “questo presente musicale, che domina classifiche e palchi, poggia su una catena di successi e aperture iniziata decenni fa.” Il risultato è un ponte tra epoche che la coreografia - festa, bandiera, abbracci - traduce in immagine immediata.

Numeri e impatto: perché l’halftime “non si paga” e vale comunque oro

Come da tradizione, l’NFL non corrisponde un cachet milionario all’headliner: copre produzione e spese - che possono toccare cifre a più zéro - mentre l’artista incassa in esposizione e streaming. Nel caso di Bad Bunny, la ricaduta è duplice: l’effetto “catalogo” per un artista già multi-platino e il consolidamento del brand personale nell’immaginario mainstream statunitense. La letteratura degli ultimi anni è netta: dopo l’halftime, ascolti e ricerche schizzano. Che qui l’effetto sia amplificato dal fatto di aver “occupato” il prime time in spagnolo è più che verosimile.

La cornice sportiva che diventa narrazione pop

In una finale trasmessa da NBC e diffusa anche su Peacock e Telemundo, la scelta di un artista che canta quasi tutto in spagnolo è un atto di fiducia nel pubblico generalista: non serve tradurre, basta coinvolgere. La danza diventa lingua franca, il matrimonio un archetipo narrativo, i cameo dei VIP un abbraccio al pubblico più ampio. E l’America che guarda - dalla Bay Area agli Stati Uniti profondi - si scopre a battere il tempo su clave e congas.

Un artista nel suo momento: i Grammy e il resto

Lo show arriva a una settimana da un altro passaggio destinato ai libri di storia: l’album “Debí Tirar Más Fotos” di Bad Bunny vince il Grammy come “Album of the Year”, primo progetto interamente in spagnolo a riuscirci. Portare quella stessa lingua e quella stessa poetica nel cuore dell’evento televisivo USA per eccellenza consolida un cambio di paradigma: non è più l’eccezione latina invitata come “spezie” nel piatto pop; è l’ingrediente principale della ricetta.

La televisione come “casa comune”

Nel saliscendi delle emozioni - un bimbo che riceve un premio simbolico dall’artista, un trust fall rovesciato nel caldo della folla, gli sposi che ballano sulle note della loro “prima danza” in diretta - c’è un’idea semplice che resta: la televisione del Super Bowl può essere un luogo civile, uno spazio dove culture diverse si incontrano non nel registro della “tolleranza”, ma in quello della gioia condivisa. Bad Bunny, con il suo show, ha spostato l’asticella proprio qui.

Perché questo halftime conta (anche) per lo sport

Chi teme che lo spettacolo “rubì” il palcoscenico al football dimentica che la forza del Super Bowl è proprio la sua natura ibrida: sport, musica, pubblicità, costume. In questo ecosistema, uno show che integra un matrimonio vero e porta al centro Puerto Rico - con la sua musica e i suoi simboli - non è un “fuori tema”, ma un aggiornamento del prodotto culturale che l’evento vende al mondo: l’America come melting pot capace di rimettersi in gioco. Il football resta il cuore competitivo; l’halftime ne racconta il corpo sociale.

Epilogo: “Baile! Baile! Baile!”

Mentre i fuochi d’artificio punteggiano il cielo della Bay Area, gli sposi si stringono, il pubblico ondeggia, e Bad Bunny grida “¡Baile! ¡Baile! ¡Baile!”. È l’ultimo fotogramma utile per capire la posta in palio: la danza come atto politico gentile, la musica come lingua franca, l’amore come titolo di giornale dentro un’America che cambia. Il Super Bowl LX l’ha capito benissimo. E almeno per 13 minuti, lo ha mostrato a tutti

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