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Non si apre il paracadute e muore sul Monte Bianco: due volte Campione del Mondo, ci lascia a soli 37 anni

Il fuoriclasse della caduta libera è morto: stava volando dopo un lancio dall’elicottero

Pierre Wolnik

Pierre Wolnik

Il villaggio dei Bossons, appena sopra Chamonix, ha un suono che evoca ghiacciai e cartoline d’inverno. Sabato 7 febbraio 2026, intorno a quel nome è calato un silenzio che pesa. Un elicottero taglia l’aria tersa, una sagoma si stacca in tuta alare, poi la linea del volo si interrompe: la vela non si apre. Quando i soccorsi ci arrivano, non c’è più tempo per nulla. Se ne va così, a soli 37 anni, Pierre Wolnik, due volte campione del mondo di freefly, una delle anime più luminose della scena del paracadutismo europeo.

Il profilo: un talento raro tra freefly e wingsuit

Per capire perché la sua morte scuota così a fondo la comunità, bisogna partire da chi era. Pierre Wolnik non era solo un atleta vincente: era il “videoman” – l’operatore-atleta che vola accanto ai compagni per riprendere le figure e diventare parte integrante del punteggio – della squadra di freefly della Francia, oro ai Mondiali 2022 e 2024. Un ruolo che richiede precisione millimetrica, lettura dell’aria e una sensibilità unica nel “comporre” il volo degli altri. Le sue immagini hanno cucito i titoli iridati dell’équipe tricolore.

Nel freefly la squadra crea figure spettacolari durante la caduta libera, su più assi, mentre il “videoman” documenta la sequenza: il giudizio dei giudici dipende anche dalla qualità e dalla completezza delle immagini. È una forma d’arte del volo, e Wolnik era tra i pochissimi in grado di tenere insieme estetica, sicurezza operativa e visione tecnica ai massimi livelli. Lo testimoniano i successi con i compagni – tra gli altri Matéo Limnaios e Noé Pottier – e i riconoscimenti ufficiali della Fédération Française de Parachutisme.

Nel 2026 Wolnik avrebbe dovuto prendere parte alle prove iridate anche come componente della selezione nazionale; era attivissimo tra freefly e wingsuit, con una presenza costante nelle sessioni di allenamento e nelle produzioni video che hanno contribuito a definire lo stile del team. Una traiettoria che, dicono in federazione, aveva ancora molto da offrire.

L’incidente: il lancio, la tuta alare, il mancato apertura della vela

Il dramma si è consumato nel primo pomeriggio di sabato sul versante dell’Alta Savoia del Monte Bianco. Wolnik si è lanciato da un elicottero indossando una wingsuit, la tuta alare che consente di trasformare la caduta verticale in volo planato. Nella sequenza di avvicinamento al terreno – fase in cui normalmente si apre il paracadute principale o la riserva – si sarebbe verificata l’anomalia fatale: la vela non si è aperta. L’impatto al suolo è avvenuto nella zona dei Bossons, poco sopra Chamonix. I soccorsi, allertati immediatamente, non hanno potuto che constatare il decesso.

Il corpo è stato evacuato con l’elicottero della Sécurité civile, come avviene per la gran parte degli interventi sul massiccio. Sull’accaduto è stata aperta un’indagine per chiarire dinamica, tempi e, soprattutto, le cause tecniche del mancato dispiegamento della vela. A oggi, non ci sono conclusioni ufficiali: gli inquirenti verificheranno le condizioni dell’attrezzatura, la sequenza del salto, le altezze di riferimento e le eventuali ridondanze di sicurezza previste.

Bossons: dove l’aria di Chamonix diventa verticale

I Bossons sono un piccolo agglomerato nel comune di Chamonix-Mont-Blanc, uno dei luoghi-simbolo per gli sport d’alta quota in Europa. Sulle sue “alture” corre una rete fittissima di vie alpinistiche e scenari ideali per il volo in wingsuit. L’area del paravalanghe di Taconnaz, citata nelle cronache locali, restituisce l’idea di un pendio teso, di spazi che si fanno improvvisamente ravvicinati quando la quota scende. È un ambiente straordinario e, insieme, esigente: margini che si assottigliano man mano che il terreno “sale” incontro al pilota.

Non è un caso che qui operi il PGHM di Chamonix, reparto d’élite del soccorso alpino della Gendarmerie, con oltre 1.300 interventi l’anno e una percentuale di operazioni elicotterate prossima al 97%. È una macchina di pronto intervento tra le più rodare al mondo, che però non può ribaltare il dato di fondo: in incidenti ad alta energia, la finestra di salvataggio è strettissima.

Le reazioni: il lutto di una comunità

La notizia si è diffusa in poche ore, accolta da un’ondata di messaggi di cordoglio provenienti da compagni di squadra, avversari, tecnici e appassionati. In una nota ufficiale, la Fédération Française de Parachutisme ha espresso “profonda tristezza” per la scomparsa, ricordando Pierre Wolnik come “doppio campione del mondo di freefly” e “videoman della squadra di Discipline Artistiche” della nazionale, sottolineando le qualità umane e l’impronta lasciata nel gruppo. Parole che fanno eco all’omaggio, rilanciato anche sui canali social della federazione, del presidente Yves‑Marie Guillaud.

Anche la stampa sportiva francese ha voluto fissare il ritratto del campione: il ricordo di L’Équipe parla di un atleta “di cui il paracadute non si è aperto per un problema ancora sconosciuto”, mentre i quotidiani e i siti locali hanno ricostruito le fasi dell’intervento dei soccorsi nella valle di Chamonix. In controluce, la fotografia di una carriera che aveva appena completato un ciclo d’oro e si preparava all’estate 2026.

Freefly e wingsuit: due linguaggi del cielo

Per chi non frequenta questi ambienti, i termini possono sembrare intercambiabili, ma non lo sono. Il freefly è una disciplina della caduta libera in cui gli atleti compongono figure su piani multipli (testa in giù, seduto, transizioni), mentre un “videoman” riprende l’intera sequenza: il filmato è parte integrante della valutazione. In wingsuit, invece, l’atleta indossa una tuta con membrane tra braccia e gambe: la superficie alare consente di “volare” in avanti, con rapporti planata/affondamento superiori a quelli del paracadutismo tradizionale, prima dell’apertura della vela e dell’atterraggio.

Uno dei passaggi più delicati in wingsuit è proprio la transizione dal volo planato all’apertura del paracadute: bisogna ridurre l’assetto, allineare la traiettoria e garantire che le linee della vela non s’impiglino nella tuta. Per questo si utilizzano procedure e ridondanze, tra cui una riserva automatica che, entro certi parametri di quota e velocità verticale, può attivarsi. Ma nessuna tecnologia, per quanto raffinata, trasforma lo sport in routine: l’analisi degli incidenti è parte integrante della cultura della sicurezza. In questo caso, come hanno precisato le fonti francesi, la dinamica resta oggetto d’indagine.

Cosa sappiamo finora dall’inchiesta

Le autorità hanno aperto un fascicolo per chiarire se il mancato dispiegamento sia riconducibile a un’anomalia meccanica, a un problema procedurale o a una concatenazione di fattori. Le verifiche riguardano l’attrezzatura (contenitore, estrattore, vela principale e riserva, sistemi di sgancio), le quote di riferimento, le condizioni meteo locali e la gestione della traiettoria in prossimità del terreno. I tempi dell’inchiesta, come spesso accade in incidenti complessi, potrebbero non essere brevi. Fino alle conclusioni, ogni ipotesi causale resterebbe arbitraria.

Una vita tra le montagne e la neve

Il profilo di Wolnik racconta anche un legame profondo con l’ambiente alpino: in inverno frequentava la Savoia come maestro di snowboard a Valloire, un dettaglio che restituisce l’idea di un professionista abituato a vivere la montagna in tutte le sue stagioni. Chi lo ha visto lavorare sulle piste parla di rigore, pazienza e quella tipica capacità dei tecnici della neve di leggere pendii, vento e qualità della superficie. Un approccio che aveva trasferito con naturalezza nel cielo.

L’impatto emotivo: quando l’estremo non è uno spettacolo

Ogni volta che un atleta muore praticando uno sport “estremo”, riemerge la tentazione del giudizio sommario: follia, azzardo inutile. Eppure la storia di Pierre Wolnik aiuta a rimettere le cose in prospettiva. Queste discipline sono nate, cresciute e si sono strutturate con metodologie, standard, regole e programmi federali di formazione. L’errore zero non esiste – non esiste in alpinismo, non esiste in mare aperto, non esiste in pista –, ma esiste la responsabilità di ridurre il rischio, condividere le lezioni, aggiornare i protocolli. È quello che accadrà anche dopo questo incidente: i report d’indagine alimentano banche dati e buone pratiche che, negli anni, hanno già salvato molte vite. E il modo più onesto per onorare chi non c’è più è proprio continuare a farlo, senza retorica.

Le parole che restano

Nel messaggio della Fédération Française de Parachutisme c’è un passaggio che più di altri racconta l’uomo dietro il campione: “un giovane riconosciuto per il suo talento e le sue qualità umane”. Non è un inciso di circostanza. Chi ha volato con Wolnik lo ricorda come un compagno capace di far sentire “grande” la squadra, non se stesso. Il “videoman” sta dietro l’obiettivo ma, paradossalmente, è quello che vede di più: l’insieme, i dettagli, gli aggiustamenti di rotta che fanno la differenza tra un esercizio buono e uno da podio. Ecco, questa capacità di “vedere” resterà nelle immagini che ha firmato e nella memoria dei suoi compagni.

Un’eredità da custodire

Sul piano sportivo, l’impronta di Pierre Wolnik è nitida: doppio titolo mondiale di freefly (2022 e 2024), presenza chiave nell’Équipe de France di Discipline Artistiche, prospettive aperte verso l’estate 2026. Sul piano umano, una reputazione di serietà e disponibilità che traspare anche dagli omaggi dei media francesi e internazionali: dalle cronache di L’Équipe e Le Parisien alle note di TF1 Info e della stampa locale dell’Alta Savoia, tutte concordi nel sottolineare la statura dell’atleta e l’onda lunga del dolore nella comunità del volo. È il filo da cui ripartire: proteggere una cultura tecnica che sa emozionare senza spettacolarizzare il rischio, e che fa della condivisione delle conoscenze la sua prima forma di rispetto.

Conclusione: il cielo come orizzonte

C’è un’immagine che più di altre restituisce Pierre Wolnik: una figura che “precede” la squadra con la telecamera, per poi arretrare quel tanto che basta a inquadrare tutti. È una metafora potente. Anche adesso, nel dolore, la sua figura resta un passo avanti: invita a guardare meglio, ad allargare il campo, a comprendere la bellezza e la durezza di sport che non tollerano semplificazioni. E a ricordare che chi li pratica lo fa con competenza, disciplina e, sì, con una forma esigente d’amore per l’aria e per la montagna.

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