Olimpiadi invernali
17 Febbraio 2026
C’è una foto che racconta più di mille classifiche: al Livigno Aerials & Moguls Park, tra fiocchi radi e applausi compressi dal freddo, un ragazzo cresciuto a due passi dall’oceano bacia un metallo che vale molto più del suo peso. È l’oro di Cooper Woods, arrivato al termine di una finale di gobbe decisa al “turns score” con lo stesso punteggio del re Mikael Kingsbury. Ventiquattr’ore dopo, a pochi chilometri, un’altra australiana, Josie Baff, apre la pista e non la lascia più: l’oro nello snowboard cross. Altri 24 ore e tocca a Jakara Anthony: oro nel nuovo dual moguls, il primo di sempre, il secondo della sua carriera. Nel mezzo, l’argento di Scotty James in halfpipe – terza medaglia olimpica in carriera – e il bronzo di Matt Graham nel dual moguls. Risultato, l’Australia ha messo insieme un bottino senza precedenti ai Giochi invernali di Milano Cortina: 3 ori e 5 medaglie complessive, più ori di nazioni tradizionalmente forti come Canada, Repubblica Ceca, Cina e Finlandia. Una fotografia che rovescia geografie e certezze.

Sembra una contraddizione: un Paese più noto per le onde di Bondi che per gli inverni rigidi compare in alto nel medagliere. Eppure l’Australia ha imboccato da tempo una strada diversa. La sua prima medaglia invernale è arrivata “solo” nel 1994 (bronzo nella staffetta di short track a Lillehammer), ma da allora non ha più saltato un’edizione senza salire almeno una volta sul podio. Il dossier di questi Giochi certifica il salto di qualità: miglior campagna di sempre, tre titoli in tre giorni, una presenza sistematica nelle discipline “giuste”. Non è un miracolo: è una strategia.
Nel 1998, all’indomani di Nagano, l’Australian Olympic Committee e l’Australian Institute of Sport diedero vita all’embrione di ciò che, dal 2001, sarebbe diventato l’Olympic Winter Institute of Australia (OWIA): una struttura federale dedicata, budget stabile, missione chiara. L’idea non era “fare tutto”, ma concentrare risorse su ciò che poteva rendere: sci freestyle (moguls e aerials) e snowboard. Disciplinare la scarsità, scegliere i dettagli, inventarsi infrastrutture dove la natura non le aveva previste. Obiettivo tecnico? Sviluppare abilità aeree e qualità sui salti, trasferendo competenze da sport “estivi” come la ginnastica. Obiettivo logistico? Creare in Australia luoghi dove allenarsi tutto l’anno in sicurezza. È così che nasce una delle svolte chiave: la conversione di giovani ginnasti in specialisti dei salti sulla neve, un talent transfer diventato matrice culturale. E quando non si può contare sulla neve, si crea l’acqua.

Due tasselli infrastrutturali sono diventati simboli della “via australiana”:
Queste scelte, sommate alla creazione di hub su ghiaccio (come l’Icehouse di Melbourne) e a partnership strutturali con gli Istituti statali di sport (in primis NSWIS), hanno costruito un ecosistema in cui il talento non si disperde.
A completare il quadro, l’argento di Scotty James nell’halfpipe (battuto dal giapponese Yuto Totsuka in una finale di altissimo livello) che fa di lui il primo australiano con tre medaglie olimpiche invernali, e il bronzo di Matt Graham nel dual moguls maschile – la “dad podium” con Mikael Kingsbury e Ikuma Horishima.
Focus di sistema: l’OWIA è stata progettata per poche discipline ad alto potenziale. In freestyle e snowboard, l’Australia è oggi una potenza “periferica” capace di battere i Paesi alpini sul loro terreno quando si tratta di salti, amplitude e qualità dei giri. Cultura della tecnica: il collegamento con la ginnastica ha creato un vantaggio nelle componenti aeree – dalla progressione in acqua al trasferimento su neve – riducendo la distanza da chi vive sulla neve 12 mesi l’anno. Infrastrutture utili, non monumentali: una pista di gobbe perfettamente attrezzata e un trampolino d’acqua possono valere, in certe discipline, più di una lunga stagione su pendii naturali. “Toppa’s Dream” e Brisbane sono oggi laboratori permanenti di esecuzione e correzione, e spiegano perché l’Australia produce con regolarità finalisti e medaglie in moguls e aerials. Continuità di risultati e di role model: da Alisa Camplin a Lydia Lassila, da Torah Bright a Scotty James, fino alla generazione Anthony–Baff–Woods–Graham: una linea di passaggi che rende “normale” vedere australiani con pettorali bassi e run vincenti.

L’Australia ha costruito questa scalata con risorse intelligenti più che imponenti. E proprio per questo il tema dei finanziamenti resta sensibile. Nel 2025-26 il governo ha annunciato un pacchetto record per l’alta prestazione fino a giugno 2026, ma il confronto interno tra sport è serrato. Un’analisi del Guardian segnala che Snow Australia – l’organizzazione di riferimento per sci e snowboard – ha ricevuto nell’ultimo anno disponibile circa 1,7 milioni di AUD per l’alta prestazione “able-bodied”, una cifra paragonabile a sport come softball e bowls e inferiore a lacrosse e boxing, mentre l’OWIA riceve fondi aggiuntivi diretti. La prospettiva di Brisbane 2032 potrebbe spostare l’attenzione (e i budget) verso l’estate, alimentando il timore espresso anche dalla Chef de Mission Alisa Camplin: «Speriamo che gli sport invernali non vengano dimenticati».
In questo contesto, le infrastrutture mirate – come la rampa d’acqua di Brisbane – dimostrano un eccellente rapporto costi/benefici: 6,5 milioni di AUD per un impianto che ha inciso sulla qualità dei salti di un’intera generazione. Ma la sostenibilità del modello richiede continuità: personale tecnico qualificato, calendari di utilizzo, manutenzioni e, soprattutto, la certezza di una filiera giovanile che non viva di eccezioni e sacrifici individuali.