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17 Marzo 2026
Andrea Kimi Antonelli e Toto Wolff, protagonisti del grande inizio di stagione della Mercedes (foto: Attribution-Share Alike 4.0 International)
Era dal 1955 che la Mercedes non arrivava alla doppietta senza Hamilton. Settantuno anni senza il Baronetto, poi due successi di fila che confermano una sensazione: questa Mercedes vola. Con George Russell, con Andrea Kimi Antonelli. Primo podio A rappresentare la Mercedes nel giorno del primo sigillo in F1 di Andrea Kimi Antonelli. Predestinato. Alle "spalle" del talento bolognese c'è Peter “Bono” Bonnington, lo stesso che per oltre un decennio ha sussurrato nelle orecchie di Lewis Hamilton. Intorno, il boato per la prima vittoria del bolognese e per il primo podio in Ferrari del “vecchio re”: un podio in famiglia, dice qualcuno. Intanto, via radio, Toto Wolff dedica il successo «a chi diceva che fosse troppo giovane», un affondo elegante e feroce insieme.
A microfoni ancora caldi, Toto Wolff non ostenta freddezza. Anzi, sottolinea il valore simbolico della vittoria di Antonelli: una risposta «a chi lo riteneva acerbo per la Formula 1 e per la Mercedes» e, insieme, un segnale «anche all’altra parte del box», cioè George Russell, compagno-riferimento con cui il giovane italiano dovrà misurarsi per tutta la stagione. Non è soltanto un titolo, è il racconto di un cambio di fase: la scelta – definita un “azzardo” da molti – di promuovere Antonelli al posto di Hamilton nel 2025 adesso trova una prima, fragorosa, legittimazione sportiva. A dirlo sono i risultati: doppietta in Australia e vittoria in Cina, con Antonelli secondo pilota più giovane di sempre a imporsi in un GP, dietro solo a Max Verstappen.
Nel messaggio del team principal c’è anche una frecciata formativa: «Nel finale ha fatto capire a Russell che aveva ancora margine». Nessuno avrà sconti. D’altronde, già tra fine 2025 e inizio 2026, Wolff aveva ribadito pubblicamente la fiducia nella coppia Russell–Antonelli, allontanando il chiacchiericcio sul mercato e perfino le suggestioni legate a Verstappen.
Che la Mercedes abbia costruito attorno a Antonelli un ambiente tecnico su misura lo dimostra una decisione passata quasi sottotraccia: fin dall’inizio, al bolognese è stato affiancato Peter Bonnington, la voce storica di Hamilton negli anni dei titoli d’argento. A Monza 2024, quando Antonelli muoveva i primi passi nei programmi di pista con la W15, era già Bono a prendergli le misure; e nel 2026 il britannico figura come riferimento diretto a bordo pista, oltre al suo ruolo manageriale nell’area prestazioni. Una scelta di continuità e cultura: trasferire al rookie la grammatica operativa che ha reso vincente l’era Mercedes.
Ma è nelle parole pronunciate dopo Shanghai che si coglie il cuore del rapporto. Bonnington racconta come quel “decimo o due” che distingue i fuoriclasse lui lo ha visto in tre piloti: Schumacher, Hamilton e, appunto, Antonelli. Non un complimento gratuito, ma un riscontro numerico su come il giovane italiano governa la vettura “quando è pronta a ribaltarsi”. Una sensibilità che, unita alla sua naturale capacità di “unire il box” e di “adattarsi” più che stravolgere, rappresenta il profilo del campione in costruzione.
Il percorso di Antonelli è un manuale di pianificazione. Entrato nel Junior Team Mercedes giovanissimo – 11 anni – ha bruciato le tappe nei campionati propedeutici, fino al salto in F1 nel 2025 per raccogliere l’eredità di Hamilton. Il film-documentario “The Seat” ha raccontato la scelta dall’interno: non solo il talento, ma la convinzione del management di costruire il futuro su un progetto a lungo termine. A inizio 2026 sono arrivati i primi riscontri pesanti: P2 in Australia, vittoria in Cina. Titoli a parte, il dato che colpisce è la qualità della gestione gara: pulizia nei duelli, freddezza strategica e un ritmo di gara “elastico” che ricorda grandi classici del recente passato. Non stupisce che opinionisti di peso, come Ralf Schumacher, lo indichino tra i papabili per il titolo in un anno anomalo. Ma è lo stesso ecosistema Mercedes a frenare l’entusiasmo: parola d’ordine, resistenza.
La fotografia del momento dice Mercedes in spolvero, ma la stagione è lunga e – paradossalmente – più corta. Ferrari ha già mandato un segnale forte con Hamilton sul podio di Shanghai e con sprazzi di velocità a Melbourne; McLaren e Red Bull restano forze strutturali in grado di ribaltare in un weekend gli equilibri. In uno scenario a 22 gare, la consistenza nei fine settimana “no” potrà valere quanto una vittoria. Qui rientrano in gioco le “soft skill” sottolineate da Bonnington: l’attitudine di Antonelli a “unire il box”, la sua capacità di adattarsi senza chiedere di stravolgere la macchina, la qualità del lavoro invisibile tra briefing e debriefing. Sono leve che, moltiplicate per 22 domeniche, possono davvero fare la differenza tra un grande esordio e una cavalcata da ricordare.
Nell’arco di otto giorni, la Mercedes ha ricordato al paddock che il ciclo può non essere finito, ma semplicemente evoluto. Ha cambiato interpreti, non metrica. Antonelli è l’innesco più visibile, Bonnington la matrice culturale, Wolff l’architetto narrativo e strategico. Attorno, una F1 2026 anomala, con un calendario “accorciato” dagli eventi geopolitici e una concorrenza che – presto – rialzerà la testa. È qui che il talento smette di essere promessa e diventa progetto: tradurlo, weekend dopo weekend, in punti, gestione e sangue freddo. In una parola, come ha detto “Bono”, resistenza.