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Dai bigliettini nei pantaloncini alle borracce tattiche, i metodi più incredibili e creativi per vincere le partite!

Da Mourinho al Barcellona, dal Bayern Monaco all'Arsenal: ecco come gli allenatori hanno comunicato le strategie vincenti

Dai bigliettini nei pantaloncini alle borracce tattiche, i metodi più incredibili e creativi per vincere le partite! Arteta e l'Arsenal insegnano...

Dai bigliettini nei pantaloncini alle borracce tattiche, i metodi più incredibili e creativi per vincere le partite! Arteta e l'Arsenal insegnano...

La scena è minuscola e, proprio per questo, gigantesca: al minuto in cui tutto accelera, l’allenatore Domenico Tedesco si china a bordo campo e dispone alcune borracce come fossero pedine. Davanti a lui, Marco Asensio fissa quei cilindri colorati che diventano giocatori, linee di corsa, spazi da occupare. Pochi giri d’orologio e, al minuto 78 su un campo incandescente di Alanya, il Fenerbahçe ribalta la notte: assist di Asensio e zampata di Anderson Talisca, 3-2 all’Alanyaspor. Semplici contenitori d’acqua, un gesto rapido e una partita che cambia. Non è folklore: è comunicazione tattica, compressa in pochi secondi e trasformata in azione. Lo ha raccontato L’Équipe il 21 gennaio 2026, spiegando come Tedesco avesse “spostato i contenitori per illustrare i movimenti da riprodurre”. Una scelta quasi artigianale, ma tremendamente efficace.

Da quell’immagine partiamo per esplorare cinque metodi — concreti, visivi, sorprendenti — con cui gli allenatori riescono a far arrivare messaggi complessi ai propri giocatori in mezzo al frastuono di una partita. Un lessico parallelo che usa oggetti, segnali codificati, tecnologia tascabile e persino… un biglietto nascosto dove non ti aspetti.


1) Borracce, bicchieri, oggetti comuni: la lavagna che non ti aspetti

L’episodio di Fenerbahçe–Alanyaspor 3-2 è il paradigma di una comunicazione tattica “di fortuna” ma lucidissima: borracce spostate a terra per creare una mappa istantanea. È un’idea che nasce dalla necessità: il rumore, la distanza, la fretta. In certi contesti, urlare non basta; un codice visivo è più chiaro di mille parole. A rendere memorabile il caso turco è il legame diretto fra la micro-lezione e l’esito: gol decisivo al 78’, su suggerimento di Asensio, dopo quell’istruzione “concreta”.

L’uso di oggetti “povero ma geniale” non è isolato. In Brasile, il tecnico del Palmeiras, Abel Ferreira, è stato ripreso dalle telecamere mentre rinunciava alla classica prancheta per disporre bicchieri e mostrarsi ai giocatori come posizionarsi: il bordo campo diventa un plastico in miniatura, i movimenti si vedono, non si spiegano. È un linguaggio universale, che abbatte il muro del rumore e di più lingue nella stessa squadra. L’episodio è diventato virale proprio perché rende visibile l’invisibile: l’idea che dietro ogni corsa ci sia un disegno.

Sotto il profilo pratico, questo metodo funziona perché condensa tre parole chiave: visualizzazione, rapidità, memoria muscolare. In campo, quando il cervello è sovraccarico, vedere una traiettoria semplificata con oggetti tangibili aumenta la comprensione e riduce l’ambiguità. La lavagna magnetica da bordo campo fa lo stesso mestiere in versione “strumento”, ma la forza degli oggetti comuni è che sono sempre a portata di mano.


2) Il biglietto improvvisato: quando la carta viaggia più veloce della voce

Se c’è un’immagine che racconta bene l’urgenza, è quella di Thomas Müller che, nel 3-2 del Bayern al Wolfsburg del 26 agosto 2024, entra e tira fuori dai pantaloncini un biglietto di istruzioni di Vincent Kompany, per poi condividerlo con i compagni: un mezzo sorridente, mezzo serissimo passaggio d’ordine in piena tempesta. Un gesto tanto curioso quanto efficiente: la carta sintetizza un cambio, azzera fraintendimenti, permette a più giocatori di “leggere” lo stesso messaggio in pochi secondi. E, dettaglio non secondario, arriva filtrato da un leader carismatico che ne garantisce la ricezione.

Il “foglio volante” appartiene alla tradizione del calcio professionistico: dalla panchina al campo, via un centrocampista o il centravanti che si avvicina durante una pausa. È un mezzo semplice, spesso cordiale nella sua teatralità, ma politicamente potentissimo: se l’allenatore non può parlare a tutti, allora parla a uno che diventa moltiplicatore.

La cosa interessante è che la carta consente anche istruzioni contestuali, non solo schemi “statici”: si può cambiare la pressione in zona palla, ruotare l’altezza del terzino, modificare un dettaglio sulle marcature preventive. La forma rimane casalinga, l’effetto è strategico.


3) Segnali e “codici” per le palle inattive: l’alfabeto segreto che fa gol

Nel calcio moderno, le palle inattive sono diventate un micro-mondo con le sue ritualità e i suoi segnali. Il caso-laboratorio è l’Arsenal di Mikel Arteta e del set-piece coach Nicolas Jover: i Gunners hanno trasformato la comunicazione in routine codificate che precedono e accompagnano ogni corner o punizione, con effetti misurabili. Nel 2023/24 l’Arsenal ha eguagliato il record Premier League di gol da calcio d’angolo: 16, e nel triennio più recente ha raddoppiato l’efficacia rispetto al passato, segnando una volta ogni 16 corner invece che ogni 32. Segnali, sincronismi, occupazioni mirate dell’area: non è estetica, è vantaggio competitivo.

Un’ulteriore lettura arriva dai dati Opta: la “corsa agli schemi” da corner ha innalzato nel tempo la resa delle palle inattive in Premier, fino a stabilire nuovi massimi di gol da bandierina nella stagione più recente. Il messaggio è duplice: i dettagli contano, e saperli comunicare contando su un codice condiviso può decidere una stagione.

Dentro questo universo, i segnali possono essere gesti concordati, parole chiave urlate dall’area tecnica o micro-indicazioni tra battitore e compagni. L’obiettivo è uno: informare in modo non-verbale e non decifrabile dagli avversari. E qui il confine fra genialità e prevedibilità è sottile: l’efficacia dura finché il codice resta “vivo” e aggiornato.


4) Tablet, immagini e micro-tecnologie: quando la regola autorizza il lampo d’analisi

La domanda che molti si fanno è: “Si possono usare device in panchina per ragioni tattiche?”. Sì, entro paletti chiari. Dal 2018 la DFL ha consentito in Bundesliga l’uso in panchina di piccoli dispositivi per scopi tattici e di comunicazione (fino a tre per squadra), allineandosi a un indirizzo internazionale ratificato dall’IFAB. La logica è semplice: supportare decisioni rapide, migliorare il flusso d’informazioni tra campo, panchina e tribuna tecnica, e facilitare anche il lavoro sanitario.

Il quadro normativo europeo è coerente: UEFA ha chiarito che forme di comunicazione elettronica da parte degli ufficiali di squadra sono ammesse se legate a tattica/coach­ing o alla sicurezza del giocatore, purché si usino dispositivi portatili e non si trasformi il mezzo in uno strumento di contestazione verso gli arbitri. È un equilibrio delicato che, se rispettato, consente scene oggi comuni — staff che mostrano in 10–20 secondi una clip o uno freeze-frame mirato durante una pausa — senza snaturare il gioco.

Esempi concreti? Negli ultimi anni si sono viste panchine consultare tablet durante check VAR per verificare immediatamente il posizionamento su un fuorigioco poi confermato; caso emblematico, il Barcellona immortalato con un tablet in panchina al cospetto della Juventus, episodio che accese un dibattito: il regolamento non vieta l’uso del device, ma sanziona chi lo impiega per protestare. La frontiera, insomma, è comportamentale più che tecnologica.

L’Italia ha persino sperimentato il “virtual coach” in Serie A già dal 2019, un sistema di analisi in tempo reale fornito alle panchine per evidenziare criticità e opportunità del match, trasformando i numeri in micro-suggerimenti immediati per gli staff. Non è il futuro: è il presente, e cambia il modo di vedere e dire il calcio in corsa.


5) Collaboratori “invisibili”, tempi di reazione e gestione delle rimesse: coordinare chi non gioca

Non tutte le “comunicazioni” passano da un capitano o da un tablet. A volte sono i tempi di gioco a essere ottimizzati da figure laterali. Rimane scolpita la rimonta del Tottenham di José Mourinho contro l’Olympiakos (4-2, 26 novembre 2019): tra gli episodi-chiave, lo “scatto” di un raccattapalle addestrato a restituire il pallone in un lampo per battere la rimessa laterale, cogliendo l’avversario scoperto e innescando l’azione del recupero. È una forma di comunicazione indiretta: predisponi un protocollo, lo alleni e lo attivi al momento giusto. Anche qui il linguaggio è “non verbale”: è il ritmo stesso a parlare, non una parola.

Questa dimensione “perimetrale” richiama un concetto spesso sottovalutato: la comunicazione tattica non è solo contenuto, è tempo. Quanto ci metti a far arrivare un’idea? Quanti tocchi occorrono per attuarla? Allenare i dettagli di rimessa, palla ferma, palla fuori significa trasmettere ai giocatori un “metronomo” mentale. Nel calcio d’élite, dove ogni secondo pesa, questa è già mezza vittoria.


Un filo rosso: rapidità, chiarezza, contesto

Se mettiamo in fila borracce e bicchieri, biglietti, tablet e raccattapalle, il filo rosso è triplo.

  • Rapidità: il linguaggio deve essere istantaneo. L’azione non aspetta, la comunicazione deve correre più della pressione avversaria. Qui gli oggetti “disegnano” in fretta, la carta “riassume”, la tecnologia “mostra”.
  • Chiarezza: il messaggio deve essere non ambiguo. Una borraccia spostata di mezzo metro racconta un taglio meglio di un urlo; un gesto concordato indica “primo palo” o “secondo” senza lasciare spazio al dubbio. I numeri dell’Arsenal sulle palle inattive mostrano quanto la semplificazione, quando è sistema, diventi produttività.
  • Contesto: la forma deve aderire al momento. A volte vince la manualità (Tedesco/Asensio, Abel e i bicchieri), altre il supporto visivo del tablet, altre ancora il protocollo che coinvolge chi non gioca. La scelta giusta è quella che si sposa con il rumore, il tempo rimasto, la lucidità del destinatario.

Cosa ci dicono le regole: un binario per innovare senza stravolgere

L’apertura regolamentare degli ultimi anni non è un via libera indiscriminato, ma una cornice che consente innovazione controllata. La DFL ha sdoganato i device in panchina dal 2018; la UEFA chiarisce che la comunicazione elettronica è ammessa per tattica e sicurezza, purché resti “piccola e mobile” e non degeneri in strumento di contestazione. È un consenso razionale: il gioco non viene interrotto, la tecnologia rimane un mezzo, non un fine. E soprattutto non sostituisce la responsabilità dell’allenatore nel selezionare il canale giusto al momento giusto.

Non va dimenticato che la stessa evoluzione normativa nasce anche da una dialettica lunga: in passato la FIFA ha valutato restrizioni all’uso di tablet/smartphone in panchina; oggi la tendenza, almeno in Europa, è di integrare gli strumenti con limiti e sanzioni in caso di abuso. L’obiettivo resta preservare la lealtà competitiva e la centralità del campo.


Dal gesto alla cultura: perché queste micro-innovazioni pesano

Al netto del fascino delle immagini, questi metodi spostano equilibri perché costruiscono una cultura condivisa dentro la squadra. Se sai che, in caso di caos, ti arriverà un segno e non un urlo, la tua mente è predisposta a decodificarlo. Se riconosci una configurazione di oggetti a bordo campo, saprai riprodurla in scala reale sul prato. Se il tuo club lavora da mesi su corner con segnali preconcordati, la ripetizione diventa automatismo e l’automatismo diventa gol.

Il caso Fenerbahçe ce lo ha ricordato con una nitidezza quasi cinematografica: borracce che diventano vettori, un giocatore di talento come Asensio che internalizza la linea di passaggio, una squadra che si muove di concerto, un terminale come Talisca che arriva puntuale sul pallone della vittoria. Un istante che pesa tre punti, ma soprattutto certifica una cosa: nel calcio di oggi vince chi sa comunicare meglio in condizioni imperfette.


E domani?

Guardando avanti, è probabile che vedremo una convivenza sempre più fluida tra artigianato (oggetti, gesti, note) e micro-tecnologia (clip su tablet, dashboard ridotte, sensori a supporto). Le regole europee già permettono molto, purché l’uso resti sobrio. Ma resterà vero ciò che la notte di Alanya ha reso evidente: l’intuizione dell’allenatore — scegliere il mezzo giusto al momento giusto — vale più di qualsiasi dispositivo.

Il calcio, dopotutto, è una lingua. E le sue parole migliori, a bordo campo, a volte sono una borraccia mossa di dieci centimetri.


Cinque takeaway operativi (per chi allena)

  • Preparare un “kit visivo d’emergenza”: bottigliette, coni, bicchieri. Devono essere standard, con disposizioni codificate in allenamento per tre-quattro scenari ricorrenti.
  • Usare biglietti per le variazioni in corsa: sintetici, numerati, con lessico condiviso (due-tre parole chiave) e un “messaggero” designato.
  • Allestire un set di segnali per le palle inattive, aggiornati ogni mese e variati ogni 2–3 partite per non farsi “leggere”. Monitorare i ritorni: corner/gol, xG da palla ferma.
  • Integrare tablet e clip con parsimonia: uno snapshot di 5–10 secondi durante una pausa vale più di un discorso. Rispettare i confini regolamentari.
  • Coinvolgere i collaboratori perimetrali (raccattapalle, staff): protocolli chiari su rimesse e tempi di ripresa del gioco. Allenare la prontezza come fosse un fondamentale tecnico.

In definitiva, la creatività non è un vezzo: è una risorsa competitiva. E quando il cronometro corre, parlare bene significa spesso vincere.

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