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04 Febbraio 2026
Un brusio, poi il clic secco delle telecamere. In sala stampa nessuno si aspetta che la vigilia di una semifinale di coppa si trasformi in un atto d’accusa sul nostro tempo. E invece Pep Guardiola, giacca scura e sguardo teso, prende fiato e spara la domanda che taglia l’aria: «In questo momento ci uccidiamo a vicenda, per cosa?». Non cerca lo slogan, non rincorre la polemica sterile. Rivendica, piuttosto, il diritto-dovere di un uomo pubblico a non restare muto davanti a immagini che inchiodano le coscienze: la Palestina, l’Ucraina, il Sudan, e poi l’America profonda dove, a Minneapolis, due cittadini vengono uccisi durante un’operazione di immigrazione. «Se non volete vederlo, è un problema nostro, come esseri umani», dirà più avanti. È la conferenza stampa che non ti aspetti prima di City–Newcastle, ed è anche la più necessaria.
Alla vigilia della semifinale di Coppa di Lega contro il Newcastle, il tecnico del Manchester City non si rifugia nei luoghi comuni del calcio. Parte da un dato ineludibile: «Mai, nella storia dell’umanità, abbiamo avuto davanti agli occhi così tante informazioni, così nitide». Una presa d’atto che rovescia l’alibi più comodo – “non sapevamo” – e lo trasforma in accusa: oggi “vediamo” e, se restiamo inerti, diventiamo parte del problema. Nel suo elenco ci sono la parola “genocidio” associata alla Palestina, la guerra tra Russia e Ucraina, i massacri in Sudan: un mosaico di sofferenze che chiede di essere nominato, con la stessa chiarezza con cui quelle immagini scorrono sui nostri schermi.
Il contesto non è casuale. Solo pochi giorni prima, il 29 gennaio 2026, Guardiola aveva aperto a Barcellona il grande concerto solidale “Act x Palestine” al Palau Sant Jordi, davanti a migliaia di persone e a un parterre di artisti. Indossava una keffiah e un discorso breve, vibrante: «Abbiamo lasciato soli i bambini di Gaza». Un intervento che spiegava già tutto: la responsabilità di chi guarda, l’urgenza di non tacere, il rifiuto di ogni cinismo. Da lì alla sala stampa di Manchester, il passo è breve e coerente.
C’è un passaggio che merita di essere scolpito: «Uccidere migliaia di innocenti mi fa male. Non è più complicato di così». Niente geopolitica di laboratorio, nessun equilibrismo. È la centralità della vittima a guidarlo, non l’appartenenza a una bandiera. Anche quando cita il Sudan, ricorda una guerra civile che da anni ammazza civili nell’indifferenza internazionale e sfiora una questione scomoda: i presunti sostegni esterni a uno degli attori del conflitto, tema sul quale alcuni governi hanno respinto accuse e attribuzioni. Di nuovo, l’allenatore sceglie il punto di vista più basilare e più difficile: «Quando le persone muoiono, devi aiutare».
Nel suo elenco ci sono anche Ucraina e Russia, parole che spostano l’attenzione dall’Europa orientale al Medio Oriente senza gerarchie di gravità: è il catalogo di una sofferenza globale, che non può essere messa in pausa al fischio d’inizio. E il calcio, dice in filigrana Guardiola, non è un bunker emotivo. È piuttosto un megafono: lo si può usare per parlare di pressioni alte e cambi di gioco, oppure per chiedere umanità. Lui sceglie la seconda opzione.
La conferenza cambia temperatura quando compaiono due nomi: Renee Good e Alex Pretti. Sono i cittadini americani uccisi nel corso di operazioni di agenti federali dell’immigrazione a Minneapolis. Due morti che, nelle ultime settimane, hanno acceso un dibattito feroce negli Stati Uniti, imposto una risposta immediata – l’adozione di body-cam per gli agenti in città e, gradualmente, su scala nazionale – e aperto un filone di inchiesta federale del Dipartimento di Giustizia. Guardiola li cita per un motivo: «Dimmi come puoi difenderti?». La domanda, stavolta, non è rivolta a un esercito, ma a un apparato statale chiamato a spiegare l’uso della forza.
I dettagli, qui, contano. In uno dei due casi, i filmati – analizzati dai media americani – mostrano che Pretti teneva in mano un telefono, non un’arma, quando è stato colpito, benché risultasse legalmente armato; nel caso di Good, madre di tre figli, i familiari contestano la versione ufficiale secondo cui avrebbe tentato di investire un agente. Il governo federale ha disposto indagini e il dibattito politico si è impennato, con critiche trasversali sulla lentezza nell’introdurre telecamere sugli operatori e sulla trasparenza dei protocolli d’intervento. Non sono dettagli di cronaca nera: sono il cuore della questione evocata da Guardiola, cioè il confine tra sicurezza e diritti in una democrazia.
C’è chi obietta: un allenatore dovrebbe parlare solo di calcio. Guardiola ribalta l’assunto. Il suo è un ruolo pubblico, amplifica la voce di chi, per definizione, voce non ne ha. E la storia recente dice che questa non è una improvvisazione estemporanea. Nel 2018 il catalano donò 150.000 euro a Proactiva Open Arms, ONG che salva vite nel Mediterraneo, per rimettere in mare una nave ferma in cantiere. Un gesto concreto che anticipa l’idea ribadita ora: «Prima si salvano le persone, poi si discute». Non è un vezzo ideologico: è una gerarchia etica.
La coerenza torna anche nel 2020, quando destina 1 milione di euro alla lotta alla pandemia nella sua Catalogna, a sostegno di ospedali e operatori sanitari. Il filo, ancora una volta, è la cura: il denaro come mezzo, non come fine, per reggere l’urto di una crisi. Questo passato rende più intellegibili le parole di oggi: non un intervento “da tastiera”, ma il tentativo di stare in campo anche quando non ci sono palloni da intercettare.
C’è un elefante che attraversa la stanza ogni volta che Guardiola tocca questi argomenti: il Manchester City appartiene a una proprietà legata agli Emirati Arabi Uniti, Paese su cui organizzazioni per i diritti umani e osservatori internazionali hanno più volte acceso riflettori critici; e nelle cronache sulla guerra in Sudan ricorrono accuse, respinte dai diretti interessati, di sostegno da parte di attori del Golfo a una delle parti in conflitto. Il tecnico non elude il corto circuito, lo rilegge: «Nessuna società è perfetta». Il punto, spiega, è usare “ogni posizione” per “parlare” e provare a orientare la sfera pubblica verso scelte più giuste. È un equilibrio precario, persino impopolare a certe latitudini, ma è anche ciò che rende il suo intervento più onesto: non il tribunale degli altri, ma un’autocritica che parte da casa propria.
Se c’è un terreno su cui le parole di Guardiola entrano nel merito, è quello americano. Dopo le uccisioni di Renee Good e Alex Pretti, la reazione istituzionale è stata rapida: body-cam per gli agenti federali dell’immigrazione a Minneapolis “con effetto immediato” e un piano di estensione nazionale “compatibilmente con i finanziamenti”. La decisione arriva dal vertice del Dipartimento per la Sicurezza Interna e si intreccia a proteste e audizioni pubbliche dei familiari delle vittime. Il Dipartimento di Giustizia ha aperto una indagine per violazioni dei diritti civili almeno in uno dei due casi. In Parlamento, un forum bipartisan ha dato voce ai parenti, che hanno respinto versioni ufficiali considerate fuorvianti. Al netto della polarizzazione politica, questi passaggi segnano un punto: il controllo degli apparati di sicurezza non è un tabù, e il tema dell’accountability torna al centro.
Perché è rilevante qui? Perché spiega l’aggancio tra guerre lontane e violenze di casa nostra di cui parla Guardiola: se si ammette che l’impunità – o la percezione di impunità – alimenta gli abusi, allora il silenzio pubblico diventa la benzina del motore che si vorrebbe spegnere. Chi ha visibilità deve “parlare”, ripete. Non per sostituirsi alla giustizia, ma per forzare trasparenza e controllo.
Il calcio non è una parentesi nel mondo. È un luogo dove milioni di persone – ogni settimana – si ritrovano, si riconoscono, si misurano con valori elementari: gioco di squadra, regole condivise, responsabilità individuale dentro un progetto collettivo. Quando Guardiola porta quei valori fuori dal campo, non tradisce il mestiere: ne svela l’essenza. Dire che “non è politica” significa ricordare che c’è un nocciolo precedente a ogni partito: la vita come bene indisponibile. È una grammatica che può risultare scomoda, specie se tocca poteri grandi e vicini. Ma è anche quella che rende credibili le parole, più delle strategie comunicative.
E allora l’allenatore catalano affonda ancora la lama dove brucia: «Quando hai un’idea e per difenderla devi uccidere migliaia di persone, io mi alzerò in piedi. Sempre». Non è un programma politico. È una soglia morale. E alla vigilia di una partita può suonare stonato, ma forse è proprio il suono che serve in un’epoca in cui tutto viene ridotto a tifo.
C’è un’ultima, decisiva, ragione per cui la conferenza di Manchester non riguarda solo i tifosi del City. La tentazione di separare – qui il gioco, là il mondo – è potente. Ma il nostro tempo non conosce più santuari: le guerre entrano nello spogliatoio via smartphone, i raid di polizia scorrono su TikTok, le marce di protesta attraversano gli stadi. Fingere che il pallone galleggi sopra tutto è, nella migliore delle ipotesi, ingenuità; nella peggiore, comodo disinteresse.
Per questo il “per cosa?” di Guardiola è la domanda più calcistica che potesse fare oggi un allenatore: non perché parli di moduli, ma perché chiede il senso dell’azione collettiva. Se l’azione produce morti, rancore, disumanizzazione, il gioco è fallito prima ancora di cominciare. Se, al contrario, produce protezione, cura, diritti, allora il risultato – per una volta – può persino attendere.
Alla fine, non c’è morale consolatoria. C’è un invito: «In ogni posizione in cui posso aiutare, parlando, lo farò». La porta resta aperta per chi, nel calcio e fuori, vuole sporcarsi le mani con la realtà. Non per sostituirsi a chi governa o a chi indaga, ma per pretendere che chi governa e chi indaga lo faccia con trasparenza e misura. Il resto – schemi, statistiche, gol attesi – tornerà a occupare il suo posto. Intanto, una sala stampa ha ricordato che dietro le cifre ci sono nomi e dietro i nomi ci sono vite. E quella domanda, semplice e abissale, resta lì, appuntata come un cartellino rosso: «Per cosa?».