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23 Gennaio 2026
MOTOGP DUCATI • Francesco "Pecco" Bagnaia
Il gesto è piccolo, quasi invisibile dall’esterno, eppure racconta un’epoca. In due momenti di crisi di Pecco Bagnaia, il nuovo compagno di box - Marc Márquez - chiede al team di "fare o non fare certe cose" per non turbare l’equilibrio del torinese. Nessuna platealità, solo un promemoria sussurrato dietro le quinte. È lì, in quel bisogno di protezione, che si materializza la fotografia delle nuove gerarchie in Ducati: una "prima guida" dichiarata, e "l’altro pilota". A dirlo, senza giri di parole, è Davide Tardozzi, che il 22 gennaio 2026 ha ribadito la priorità assoluta: rinnovare il contratto di Márquez, poi pensare al resto.
Tra 2022 e 2023, Bagnaia firma una doppietta mondiale che sembrava aprire un ciclo. Poi arrivano due stagioni ribaltate: 2024 alla Pramac di Jorge Martín, primo campione del mondo con un team indipendente nell’era MotoGP, e 2025 a Marc Márquez, passato in rosso e capace di riscrivere la narrativa del box di Borgo Panigale. Due annate che hanno spostato il baricentro del paddock, costringendo Pecco a un adattamento profondo. A consolidare il quadro c’è l’annuncio del 5 giugno 2024: Ducati Corse ufficializza Márquez in Lenovo Team al fianco di Bagnaia per 2025-2026. Non una scelta neutra: nelle parole di Luigi Dall’Igna si legge la volontà di un dream team da 11 titoli complessivi, ma anche la consapevolezza di una convivenza da gestire al millimetro. Oggi, nella stagione del centenario della casa, la priorità - confermano i vertici - è blindare il n. 93 oltre il 2026.
Il 2025 ha una cifra quasi imbarazzante: Márquez torna campione MotoGP dopo sei anni, con una stagione da record in sella alla Desmosedici ufficiale, inanellando vittorie e doppie (Sprint + GP) come nessuno nell’era recente. Per Bagnaia il contrappasso è feroce, ma la storia insegna: non esistono cicli eterni, esistono campioni che sanno rigenerarsi.
Il primo passo è lessicale. Chiamare le cose col proprio nome - "prima guida" e ruolo secondario - serve a togliere alibi e a liberare energie. Non significa abdicare, ma riconoscere il punto di partenza. La franchezza di Tardozzi e i gesti di Márquez lo confermano: oggi lo spagnolo è il riferimento "totale". Questo è il contesto in cui Bagnaia deve operare. Da professionista estremo, l’accettazione non è resa: è una forma di lucidità che permette di focalizzarsi sul controllabile: il proprio stile, la propria routine, il proprio dialogo con la moto.
La fiducia di un pilota non è un interruttore, è un circuito. La via maestra è la scomposizione degli obiettivi in step misurabili:
Confrontarsi con un mostro sacro come Márquez può generare due spirali: quella tossica della paragone costante, o quella virtuosa del benchmarking. La seconda si alimenta di dati, non di umori. Qui la parola chiave è telemetria: fissare, insieme agli ingegneri, 3 aree prioritarie in cui il catalano costruisce il suo vantaggio sul giro tipo (per esempio: aggressività in ingresso, cambi di direzione ad alta velocità, trazione in uscita da curve lente). Non serve imitare lo stile - che è personalissimo - ma capire dove tradurre le differenze in soluzioni tecniche e di guida compatibili con il DNA di Pecco.
La Desmosedici della stagione 2026 nasce dall’evoluzione di un pacchetto vincente. Ma un campione in assestamento ha bisogno di una moto "sua". Tre leve pratiche:
Sullo sfondo, c’è la realtà: con un riferimento inarrivabile per rendimento, la tentazione è snaturarsi. È il rischio maggiore. La rinascita passa per il contrario: fare ordine intorno allo stile che ha reso Bagnaia campione del mondo nel 2022 e 2023.
Essere "altro pilota" non significa abdicare alla leadership. Significa esercitarla su un raggio d’azione diverso: chiarezza con gli ingegneri, feedback sintetici, responsabilità sui test. In un team che punta a blindare Márquez oltre il 2026, Bagnaia può diventare il "capitano operativo" di sviluppo: mettere a terra le evoluzioni, certificare ciò che funziona, proporre modifiche coerenti. È un potere silenzioso, ma concreto. E può diventare la rampa di rilancio quando si aprirà la finestra contrattuale del compagno.
Le frasi di Tardozzi hanno il peso di un macigno, però la strategia comunicativa di Pecco può trasformarle in paracadute. Tre mosse:
Quel doppio intervento in cui Márquez chiede al team di modulare comunicazioni e comportamenti per non disturbare Bagnaia non è un atto di pietà: è una lezione di gestione del gruppo. Suggerisce una leadership che non si nutre solo di decimi, ma di cura dei dettagli emotivi. Per Pecco, la risposta più intelligente è appropriarsi di questo clima, valorizzarlo e usarlo per creare reciprocità: riconoscere pubblicamente il gesto, poi trasformare i weekend in un laboratorio di competitività condivisa. Si vince anche così: facendo crescere l’ambiente che a sua volta ti riporta in alto.
La verità scomoda è che accettare di essere "altro pilota" è spesso il modo più rapido per smettere di esserlo. Fare pace con l’etichetta, lavorare per smontarla pezzo per pezzo. E quando, in un pomeriggio denso, il box tratterrà il fiato per un ultimo giro al millimetro, magari tornerà lo stesso gesto - piccolo, invisibile - che ha aperto questa storia. Ma invertito. Con Márquez che, a vittoria quasi certa, spegne il clamore per lasciare spazio a una rinascita. Quella di Pecco Bagnaia, un campione capace di ricominciare.