Serie D
18 Febbraio 2026
SERIE D CALDIERO TERME • Rachid Arma
Ovunque è stato ha lasciato un segno. Una traccia indelebile, scalfita nel cuore di chiunque abbia avuto l'onore di vederlo in azione, creando legami che vanno al di là dei gol, regalando emozioni che non si possono ridurre al metallo di un trofeo. Il carattere solare, il desiderio di conoscere ciò che lo circonda, il suo approcciarsi a ogni piazza con la semplicità di un uomo qualunque, prima ancora che del calciatore di assoluto livello quale è. Un giocatore che ha ottenuto ben 5 promozioni nel corso della sua carriera, senza mai temere le sfide, che si trattasse di arrivare ancora giovane in una squadra di grandi campioni, di salvare squadre allo sbando, di far ricredere una tifoseria rovente come quella del Menti, che ne osteggiava un ritorno da ormai 8 anni. Un uomo che si è fatto grande da solo, studiando, lavorando fino a tarda sera, e che anche ora che ha appena compiuto 41 anni fa rimbombare ogni domenica lo stadio di un paese all'esordio assoluto in D. Rachid Arma, il Sultano di Agadir, l'uomo capace di trasformare i sogni in realtà. Il suo, quello di diventare un calciatore. Quello dei suoi tifosi, a cui ha fatto provare emozioni che molti hanno tatuato nell'anima e nella mente. E, un domani, quello delle future generazioni: allenare in un settore giovanile e permettere a tutti i bambini di rivivere quello che di grande ha compiuto e continua, immancabilmente, a elargire anche quest'anno.
Dal Marocco, dove giocava nelle campagne arrotolando oggetti in plastica per farne sfere, a un paese veneto, con in mano una valigia piena di sogni e di speranze per un futuro migliore. Quello che il padre di Rachid, emigrato in Italia negli anni 80, da tempo cercava di assicurare alla moglie e ai due figli. In quella Sambonifacese che lo accoglie all'età di 10 anni, che prova a dare forma a un desiderio che lo accompagna da sempre, Rachid svolge la trafila nel settore giovanile sino alla Juniores Nazionale, sempre mettendosi in luce a suon di gol e prestazioni di chi ha la stoffa di un predestinato. Il calcio è parte integrante di lui, ma nella sua vita c'è spazio per gli studi al mattino e il lavoro in fabbrica la sera per dare una mano alla propria famiglia; e questo anche nei primi anni coi “grandi”, quando Rachid comincia a essere aggregato alla prima squadra: allora correva l'inverno del 2003, e l'allora presidente della società Giuliano Giusti optò a gennaio per un rinnovamento dell'organico, di cui l'attaccante di origine marocchina diventerà subito un elemento imprescindibile. «Cominciai ad allenarmi insieme agli adulti e ricordo ancora il giorno in cui esordii: era un derby sentito contro il Rovigo e vincemmo 3-2 grazie a un mio gol negli istanti finali. Impossibile dimenticare quello che provai». Anni in cui Rachid trasforma in oro immancabilmente ogni pallone che tocca, caricandosi sulle spalle la Sambonifacese, ripescata in C2 nel 2008 dopo aver vinto i play-off di categoria e approdando per la prima, storica e indimenticabile volta nei professionisti. Sempre spinto dalla forza e dalla motivazione di arrivare, fiero e consapevole delle sue radici, ma anche desideroso di un futuro di successi. Una crescita esponenziale che suscita l'interesse di formazioni più blasonate: a spuntarla è la Spal, anche se questo avviene solo al termine di un contenzioso legale con la Sambonifacese per via di un cavillo all'epoca vigente legato al trasferimento degli extracomunitari. Per Rachid, una piazza come quella emiliana, con una tifoseria che non esiterà ad erigerlo a idolo e che, soprattutto, militava ai tempi in Serie C1, categoria in cui era dunque esordiente assoluto, è una delle tante sfide che incontra, affronta e supera in modo trionfale nel corso della sua carriera. Il biglietto da visita il primo anno è fatto di 14 gol in 33 partite, anche grazie a caratteristiche tecniche che si adattavano perfettamente al gioco dell'allora tecnico Aldo Dolcetti, oggi collaboratore tecnico del Milan nello staff dell'eterno Max Allegri: «Un allenatore bravissimo, una persona straordinaria, mi ha dato fiducia e mi ha messo sempre nelle condizioni di rendere al meglio. Ha saputo farmi esprimere il potenziale che avevo, ci tengo a ringraziarlo tanto per ciò che mi ha dato».
Due reti in altrettante gare di campionato più altre quattro marcature in Coppa Italia tra il Turno Preliminare riservato alle sole squadre di Lega Pro e la fase a eliminazione diretta: il nome di Rachid Arma ormai non è più un segreto. Un attaccante capace stagione dopo stagione di compiere un'ascesa senza fine e di conquistare record e traguardi personali, come il titolo di capocannoniere dell'edizione della Coppa Italia 2009-10, primato condiviso con il fiorentino Adrian Mutu e il leccese Mathieu Baclet, non esattamente gli ultimi arrivati. «Non puoi capire l'emozione, la soddisfazione, l'orgoglio per esserci riuscito. E ti dirò anche di più, c'è un altro momento di cui ho un ricordo indelebile: una rete al “Renzo Barbera” quando giocammo contro il Palermo, in uno stadio storico, contro una squadra quell'anno fortissima, con gente come Miccoli, Simplicio o Cavani». Già, proprio contro quel Palermo che a fine anno otterrà un quinto posto in campionato che gli vale la partecipazione ai play-off di Europa League, Arma riesce a trovare la rete del definitivo 2-4, che tuttavia non riesce a porre fine al comunque importante cammino della sua Spal nella competizione nazionale. L'ennesimo gol che fa squillare il telefono di chiamate da tutta Italia, prima dell'arrivo di quella che, come ricorda Rachid a distanza di tempo, «era impossibile rifiutare»..
Giunto in una piazza storica, ambiziosa, desiderosa di tornare immediatamente in Serie A dopo la deludente retrocessione maturata la stagione precedente, il ds del Torino, Rino Foschi, sceglie di puntare anche sull'ex Sambonifacese per portare a termine l'allestimento di una rosa di assoluto livello che poteva contare, tra gli altri, su giocatori quali il portiere Michele Sereni, l'ex Roma Loria in difesa, un centrocampo con Diana, Gorbunov e Gasbarroni e un parco attaccanti in cui brillavano nientemeno che giocatori del calibro di Di Michele e il capitano Rolando Bianchi, indiscutibile idolo del tifo granata, quell'anno trascinatore della formazione piemontese con 27 reti tra Campionato, Coppa Italia e play-off. Giovane, alla prima esperienza assoluta in Serie B, Arma fatica a trovare spazio nel corso della stagione, chiuso com'era da campioni che poco c'entravano con la cadetteria. Eppure, per il Sultano di Agadir, fu proprio questo il motivo per cui probabilmente, contro ogni aspettativa, il Torino arrancò nella prima parte di stagione, tra un'eliminazione in Coppa Italia al Terzo Turno per mano del Livorno e un mesto quattordicesimo posto con soli due punti di vantaggio sulla zona play-out. «Molti di loro erano campioni abituati a giocare in Serie A e avevano bisogno di tempo per potersi adattare alla categoria. Se una squadra di Serie B è costretta a lasciare in panchina un giocatore come Vantaggiato puoi ben capire la corazzata che è. All'inizio non fu semplice, era una piazza infuocata che chiedeva a gran voce il ritorno in Serie A, e infatti nella prima parte di stagione i punti stentarono ad arrivare; nella seconda parte, però, insieme al Brescia fummo la squadra che fece più punti e riuscimmo a chiudere la stagione regolare in quinta posizione e a guadagnarci la possibilità di disputare i play-off». E proprio negli spareggi promozione, Arma, che in campionato era sceso in campo soltanto in 10 occasioni, ha la possibilità di mettersi in mostra segnando la sua prima rete con la maglia granata: un gol ininfluente, che non basterà a ribaltare l'1-2 con cui proprio il Brescia si aggiudica la promozione in massima serie, ma per cui, anche a distanza di anni, Rachid prova un'emozione profondissima nel raccontare: «Prova a pensare da dove arrivo. Ero un ragazzo che lavorava in fabbrica e giocava in Serie D, che dopo due anni si ritrova a segnare una rete in una partita decisiva e a sfiorare la promozione in Serie A. Fui rammaricato per non averla centrata, ma resta una grande stagione che ricordo con immenso piacere». Fu un anno, inoltre, in cui Rachid ebbe anche la possibilità di confrontarsi con giocatori di immenso spessore, dai quali trasse spunti e insegnamenti per crescere e migliorare negli anni successivi: «La cosa paradossale è che più sali di categoria più incontri gente di grande umanità, disponibilità e tanta umiltà. C'era gente come Rolando Bianchi o Di Michele, la cui carriera parlava già per loro, che avevano un'etica, una mentalità e una cultura del lavoro straordinarie, oltre a un talento che poche volte si vede».
Nuova città, stessa casacca granata: Rachid Arma è un nuovo giocatore del Cittadella. L'esperienza in Veneto, però, dura pochissimo per una questione di natura tattica sorta durante il ritiro estivo: «Erano una squadra che difendeva molto bassa e che cercava la profondità una volta riconquistata la palla. Io sono alto 195 cm, ho caratteristiche che si adattavano meglio a un altro gioco: per questo motivo abbiamo scelto consensualmente di chiudere anticipatamente quest'esperienza». Arma passa dunque al Vicenza, ma anche qui le cose non riescono a decollare: lo spazio per lui è ancora pochissimo, le presenze a fine anno in campionato sono soltanto 9, con una sola rete, arrivata il 7 maggio su rigore e che fissa il punteggio sul 2-2 nella gara con il Pescara. Una marcatura festeggiata con un'esultanza polemica destinata a lasciare per anni uno strascico con la tifoseria biancorossa, come accennato da Rachid e spiegato meglio in seguito: «Venivo da un anno in cui ho giocato pochissimo, mi tolsi la maglia e mi portai l'indice sopra le labbra rivolto verso i tifosi, come a intimare loro di stare zitti. Fu un gesto che a una frangia di loro non piacque per nulla, per cui fui contestato a lungo, e che a distanza di tempo non rifarei. Purtroppo quando sei giovane pensi soltanto a fare gol, non sai gestire momenti come questo senza quell'esperienza che acquisisci col tempo». Un gesto che segnò profondamente il rapporto con una parte della tifoseria.
Rachid comprende le difficoltà di un campionato come la Serie B, ha bisogno di ritrovare gioco, fiducia, sorrisi e continuità. Due anni in cui il campo lo ha visto solo con il contagocce, che sembravano aver bloccato la sua scalata verso la Serie A: forse anche per questo è sorto spontaneo chiedergli se, a distanza di tempo, accettare la chiamata del Torino fosse stato un atto un po' prematuro. «Quando ti chiama una società come la loro non puoi dire di no. Per me che venivo dal nulla era la realizzazione di un bellissimo sogno, lì sul momento mi è salita un'emozione che non si può raccontare. Oltre a loro mi contattarono anche i direttori del Lecce e dell'Albinoleffe e forse, con l'esperienza che ho ora, sarei dovuto andare dai bergamaschi, una piazza magari più tranquilla, che non aveva la pressione di vincere il campionato e dove magari avrei potuto giocare di più». C'è però un rammarico più grande che talora bussa malinconico alla mente di Rachid: «Parlai con i selezionatori della Nazionale marocchina, che mi seguivano dai tempi di Ferrara: mi dissero che se avessi trovato più continuità in B avrebbero voluto convocarmi». Il sogno della Nazionale soltanto sfiorato. Rachid scende di categoria e prova a ripartire da quella Spal che per lui ha il sapore di casa, e che quell'anno era alle prese con gravi difficoltà societarie poi sfociate nel fallimento della formazione emiliana. Un anno complicato in cui Arma torna però a fare ciò che sa fare meglio: segnare, a fine stagione saranno 18 i gol, caricarsi la squadra sulle spalle, cercare di ottenere una salvezza che definire un'impresa impossibile sarebbe riduttivo, visti gli otto punti di penalizzazione comminati. La sconfitta ai play-out contro il Pavia, arrivata in un clima societario difficile che rendeva a sua volta complicato concentrarsi sulla stagione sportiva, non cancella quella che sarebbe stata una salvezza ottenuta sul campo: «Io per mesi non ho visto un euro: per molti poteva essere una situazione dura, per me che conosco la fatica, per il mio passato in fabbrica, sapevo cosa volesse dire. Ero concentrato sul lavoro, per cercare di fare il massimo e regalare gioie a queste persone, in un club dal tifo splendido». Gol, sacrificio e dignità anche quando lo stipendio non arrivava. Da Ferrara a Carpi, dove Rachid contribuisce con 9 reti alla conquista e alla vittoria dei play-off, fortemente voluto dall'allora direttore sportivo Cristiano Giuntoli, artefice della scalata dalla D alla A del club biancorosso, capace poi di vincere lo storico scudetto a Napoli. Arma serba un ricordo roseo di una delle figure più importanti dei suoi lunghi trascorsi professionistici: «È stato di tutti i ds il migliore che ho avuto. Figura preparatissima, conosceva tutti i giocatori e si interessava a ogni aspetto riguardante la squadra, dalla lettura dei bollettini medici a come bisognava tagliare l'erba del campo. Presenziava a tutti gli allenamenti, dirigendo il lavoro aerobico e quando vedeva che uno di noi abbassava il ritmo si avvicinava e ti spronava ad aumentare i passi». Trascinatore dei carpigiani e beniamino indiscusso della tifoseria, il magrebino ricorda un simpatico aneddoto legato a quegli anni: «Scendevo in campo e vedevo sventolare in tribuna in ogni partita una bandiera del Marocco. Inizialmente non capii come mai, poi scoprii che veniva issata da due ragazzi di Carpi che erano diventati miei tifosi. Sono gioie che vanno oltre qualsiasi gol». Tutto questo non basterà però per ottenere la conferma in Serie B l'anno successivo; il direttore Giuntoli preferisce infatti investire su profili più esperti per la categoria cadetta quali il centravanti Ardemagni, pari ruolo di Arma: «Mi è spiaciuto, ma ho capito le ragioni del ds, che quando ci siamo incontrati ha espresso comunque sempre stima nei miei confronti. Mi diedero la buonuscita e mi permisero di allenarmi insieme a loro mentre cercavo un nuovo club».
Sono gli anni dei 30 gol in due anni a Pisa, del ruolo da trascinatore alla Reggiana prima e poi al Pordenone, da cui arrivano altri 28 sigilli: prestazioni di altissimo livello che non bastano per ritrovare la Serie B. Giunge un anno dopo il tempo di approdare a Trieste, in una città che per Arma non sarà mai come tutte le altre: «Il mio primo figlio è nato qui. Un posto bellissimo, di mentalità molto aperta, dove molti stranieri vivono». Un'altra piazza storica in cui Rachid ha la fortuna di poter scendere in campo, contribuendo con 8 reti alla salvezza. L'anno dopo, invece, coincide con il ritorno a Vicenza: l'addio turbolento, una parte della tifoseria che non ne gradiva l'acquisto, lo scetticismo da parte di molti. Se le sfide di Rachid sono state fino ad allora legate al raggiungimento di obiettivi sul campo, quella con i biancorossi si caricava di un'impresa assai più grande e nobile: «Volevo far ricredere la gente di Vicenza, far capire loro che non ero più il ragazzo che un tempo aveva esultato in quel modo. Era da tempo che mi sarebbe piaciuto tornare, sdebitarmi per quanto accaduto e poter far vivere qualcosa di speciale ai tifosi». Raggiunti i play-off il primo anno, Rachid contribuisce quello successivo alla vittoria del girone B e al ritorno tra i cadetti: promessa mantenuta, ennesima promozione, ennesima rivincita personale. L'ultima esperienza coi professionisti arriva invece con la Virtus Verona del leggendario tecnico Gigi Fresco: un'istituzione del nostro calcio, capace, nei suoi 44 anni di panchina, di prendere la squadra di un piccolo quartiere all'ombra di Verona e condurla dalla Terza Categoria alla Serie C. E proprio lo storico tecnico rossoblù è stato fondamentale nel definire il passaggio di Arma in quella squadra di cui è anche presidente, a dimostrare come il valore del Sultano di Agadir sia ormai qualcosa di conosciuto universalmente, anche ora che ha superato le 30 primavere: «Ci conoscevamo dai tempi della Sambonifacese, perché capitava che la Virtus fosse nel girone con noi o che nei ritiri estivi si facessero amichevoli tra le due società. Gli avevo segnato in alcune partite, lui ha sempre avuto grande stima del mio valore e, nell'anno del centenario della Virtus, insieme siamo riusciti a partecipare per la prima volta nella sua storia ai play-off». Arma e Fresco, Fresco e Arma: DNA vincente nelle vene. «A Verona ha saputo costruire qualcosa di unico: la Virtus è casa sua, un mondo a parte, dove si respirano famiglia e calcio. Al giovedì andavamo tutti a cena nel suo ristorante, si viveva la settimana insieme: una persona incredibile».
Sceso nei dilettanti, in quella squadra che avrebbe dovuto poi acquisire il titolo del Chievo, Rachid resta al Sona soltanto pochi mesi, anche complice una situazione societaria abbastanza instabile: la fusione tanto ventilata non avrà mai luogo, le difficoltà economiche persistono e il via vai di calciatori che si sussegue impedisce alla squadra di lottare per quelle posizioni di vertice a cui ambiva a inizio stagione. In quel periodo, però, per Arma arriva una chiamata che sembra poter dare la svolta a una stagione complicata: «Ero stato contattato da Cristian Soave, allenatore del Breno, che avevo avuto modo di affrontare come avversario ai tempi della Samb: era uno degli attaccanti più forti, segnava caterve di reti. Ora aveva bisogno di me per provare a salvare il Breno, penultimo con sole 9 lunghezze». Una città del capoluogo bresciano distante due ore di macchina da casa, una sfida all'apparenza impossibile: anche qui, però, Rachid riesce tra gol e prestazioni a condurre la squadra sino ai play-out, dove, malgrado il pareggio a reti bianche contro il Seregno, i granata ottengono la salvezza in virtù del fallimento della società brianzola. «Soave è una persona eccezionale, sotto il profilo umano è il numero 1. Parla con tutti i giocatori, vuole che siano nelle condizioni migliori per far bene: è stato un piacere poter lavorare con lui». Un'altra impresa strappata al destino, un'altra salvezza costruita con il cuore.
CALDIERO: UN'ALTRA PAGINA DI STORIA INDIMENTICABILE
Da Breno all'ambiziosa piazza del Caldiero, sempre con l'obiettivo di stupire, di ripetersi dopo il capolavoro dell'anno precedente: Rachid Arma, ormai 38enne, continua a essere una certezza, un uomo della Provvidenza, capace con la sua esperienza di sbrogliare le situazioni più complicate. Lo sa bene Cristian Soave, che nel frattempo era tornato sulla panchina gialloverde dopo l'esperienza nel 2017-18 in cui trascinò la squadra fino alla finale dei play-off di Eccellenza prima di arrendersi al Villafranca: «Quando arrivò a Caldiero il primo giocatore che mister Soave chiese al ds ero io; e quando arrivò la loro chiamata fui felicissimo di accettare, anche perché con lui mi ero trovato benissimo l'anno prima a Breno. Avevamo già fatto un'impresa insieme, ora ci aspettava un'altra sfida». Sì, perché quel Caldiero, reduce da un discreto nono posto l'anno prima e che ormai si apprestava ad affrontare il suo quinto anno in Serie D, aveva scelto di alzare l'asticella, di far sognare una piazza di 8000 anime ribollenti di passione ogni weekend, puntando a entrare per la prima volta in zona play-off e a raggiungere quello che si sarebbe rivelato un traguardo storico per la società veneta. «A Caldiero si respirava un'atmosfera bellissima, c'era un'alchimia per me magica che univa tutti e che ci ha spinti a dare qualcosa in più». L'ottimo inizio di stagione dei veneti, capaci di coniugare produttività in avanti e grande solidità difensiva, permette alla formazione di Cristian Soave di insediare le piazze in vetta alla classifica sin dalle prime giornate, in un campionato caratterizzato da una forsennata bagarre che vedeva anche Arconatese, Varesina, Palazzolo, Desenzano e, soprattutto, quel Piacenza contro cui alla trentaduesima giornata va in scena lo scontro diretto per la promozione in Serie C. Una gara che, in caso di risultato positivo per gli emiliani, avrebbe considerevolmente ridotto le speranze promozione dei veneti, capaci però di ribaltare l'iniziale vantaggio degli ospiti targato Giorgio Recino, laureatosi poi capocannoniere del campionato, grazie alle reti del solito Zerbato e Baldani: «Una partita che costituì uno spartiacque nella stagione di entrambe. Vincemmo e guadagnammo ulteriore fiducia, portando a casa 3 punti in tutte le restanti 5 partite, mentre loro ne pareggiarono due. Quel titolo è stato unico, abbiamo scritto insieme una delle pagine di calcio più belle». La rimonta decisiva, la vittoria del campionato, la promozione in Serie C.
9 gol, un ruolo da leader all'interno della squadra che non bastano tuttavia a Rachid per guadagnarsi la riconferma, con il ds Fabio Brutti che sceglie di allestire una squadra giovane, preferendo piuttosto puntare su Alessio Quaggio, rivelazione dell'Arconatese con 18 gol, alla prima esperienza assoluta nei professionisti, incapace di replicare nei sei mesi in Veneto quanto di buono fatto in oroblù. Proprio l'Arconatese effettua un sondaggio per ingaggiare Arma, che tuttavia rifiuterà per motivi logistici: «Sono una grande squadra, ma il paese si trova a più di due ore di macchina da dove abito. Ho una famiglia, tre figli piccoli, è complicato spostarci e per la stessa ragione ho declinato l'offerta del Breno». Rimasto senza squadra, Rachid svolge la preparazione in estate con l'Unione La Rocca Altavilla, formazione di un paese vicino a casa sua, grazie ad alcuni ragazzi che conosceva e che erano tesserati per la società veneta. Quello che doveva essere semplicemente un ritiro per mantenersi in forma si trasforma nell'incipit di una nuova, magnifica avventura: «Mi accorsi subito che era una piazza ambiziosa, c'era tanta qualità, si voleva costruire qualcosa di grande». Una sfida che Rachid non ha esitato a fare sua, con 21 reti che valgono la vittoria dei play-off e la prima, storica partecipazione in Serie D: un'impresa che Rachid cerca di replicare quest'anno, provando come già sta facendo con i suoi gol a raggiungere la salvezza della squadra. E a 41 anni suonati il ritiro non è ancora un'opzione: Arma sta ancora bene, si diverte, regala gioie a famiglie e tifosi esultanti ogni domenica. Il Sultano di Agadir continua a scrivere la sua leggenda, sperando che lo speaker possa scandire il suo nome ancora per molto tempo, sperando che nuove imprese possano essere compiute, sperando che la storia di Rachid Arma possa diventare un giorno ancora più leggenda di quello che già oggi è per tutti, cosicché un giorno chiunque potrà conoscere il compiuto di colui che, a suo modo, ha scritto la storia di questo calcio.