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«Campi piccoli e porte più basse». Soltanto così il femminile può crescere sul serio?

Giada Sabellico: «Adattare i campi alla fisicità delle ragazze». Intanto la confusione del regolamento frena il movimento giovanile

PROMOZIONE FEMMINILE EVA MILANO •

EVA MILANO PROMOZIONE FEMMINILE • Giada Sabellico, esterno della formazione bianco-oro (foto: @giadas__)

Spettacolo contro punteggio. Un tema che tiene banco da settimane, da quelle dichiarazioni di Fabregas che mettono in luce un aspetto divisivo del calcio contemporaneo: quanto è importante che sia "bello"? Domanda da un milione di dollari, ma che trova terreno fertile nell'idea che ci debba essere lo sport, ma anche il divertimento. E, come sottolineato anche da Giada Sabellico, content creator e giocatrice dell'Eva Milano, questa spettacolarità viene spesso considerata quando si parla di calcio femminile. «Leggo dei commenti dove si scrive che "sono lente", che "la partita è noiosa" ed è vero». Perché le differenze fisiche sono importanti. Ma il problema dov'è? Nell'idea che per forza ci si debba divertire o nel fatto che le regole, che nel maschile, sono in essere da decenni, debbano valere così come sono, anche per le ragazze? Ed è qui che si gioca una partita, più filosofica che sportiva: bisogna avvicinarsi ai maschi, o allontanarsi a tal punto che si debba parlare di "calcio femminile" come di uno sport totalmente diverso?

RIVOLUZIONE

Perché Giada Sabellico propone di cambiare tutto. «Per far sì che una donna possa esaltare le proprie doti tecniche e fisiche, dev'essere uno sport a parte». E per arrivare qui, bisogna passare dalla "rivoluzione" «Serve rifare le regole, anche rifare la struttura dei campi. Li stringerei, abbasserei un po' le porte. Perché effettivamente si fa fatica: è inutile dire che il calcio femminile non crescerà mai per un motivo o per l'altro. Finché non verranno apportate queste modifiche rimarrà sempre così». E non è solo una questione di "spettacolo": così le donne possono rendere al massimo, sottolinea la 77.

Non è una questione di tecnica, ma soprattutto di fisico. Un tema che qualche mese fa era stato anche introdotto da Regina Baresi, che al podcast Centrocampo aveva raccontato che «La differenza principale sta nella forza. Nel calcetto a cinque riesci a cavartela, perché è molta più tecnica. Non hai i metri del campo a undici, dove un avversario ti può andare via in velocità e, a quel punto, non lo prendi più».

AVVICINARSI, SENZA «SCIMMIOTTARE»: DIREZIONE GIOVANILI

In alcune categorie, si sta valutando una strada diversa. A giugno dello scorso anno il Comitato Regionale Lombardia ha indetto una riunione «per confrontarsi sullo stato del settore femminile regionale di tutte le categorie, nonché sulle migliorie da poter apportare allo stesso». E in quella sede, è emersa un'altra possibilità: quella di avvicinarsi al maschile. In particolare modo sull'Under 15. Perché, al momento, il Regolamento è intricato: le fasi regionali, i gironi dell'interregionale le fai a nove, mentre le fasi finali nazionali si giocano a undici. E allora, negli uffici di Via Pitteri era stato proposto di differenziare: di creare un campionato "élite", dove le Giovanissime potessero, fin da subito, confrontarsi coi campi larghi. E di lasciare poi una seconda fascia con le medesime regole. E anche se non c'è stato un seguito - almeno per questa stagione - c'è chi ha provato comunque a seguire questa filosofia. Come la Rhodense, che ha deciso di iscrivere un gruppo al campionato maschile di Milano. Ma attenzione «non vogliamo scimmiottare il maschile, perché così il femminile rimarrà sempre indietro. Ci troviamo a fare delle scelte perché non ci sono le alternative».

Ma, come sottolinea Fabio Bruno «Non è che in atletica i cento metri diventano ottanta perché così i tempi sono simili; E credo che si debba ragionare così anche nel calcio». E allora, perché il movimento cresce così lentamente? «Lo paragoniamo troppo al maschile. Ma dev'essere affrontato in maniera diversa, per gli investimenti e per l'organizzazione». E, senza specificità, sembra mancare anche una struttura adeguata: «Il vero freno è la confusione del regolamento, che non permette alle squadre di programmare. Manca la progressione che c'è nel maschile: l'esempio migliore lo abbiamo sulle Giovanissime. Che giocano nei campi piccoli, con tempi da Esordienti, trovandosi poi l'anno successivo a undici con le regole "da grandi". Se tu aggiungi i pezzi che mancano, si alza il livello. Siamo arrivati a un punto in cui dobbiamo anche smetterla di pensare a regole che cerchino di includere. Ad oggi, bisogna obbligare chi vuole stare nel femminile a crescere. E il campionato élite poteva essere interessante: una squadra strutturata poteva davvero confrontarsi con altre società del suo livello mentre alle altre dai la possibilità di ambientarsi per poi provare a stare lassù». Insomma, la rivoluzione non arriva dal campo, ma dalla struttura che accompagna le ragazze: «Anche il fatto di lavorare su bienni è necessario - perché a molte società mancano i numeri, però è comunque limitante. Dobbiamo cominciare a pensare a queste cose, perché è proprio implementando il sistema che poi fai crescere tutto». Perché se si è spinti a investire, si vuole rimanere. E a cascata, aumentano i numeri e migliora il modo di lavorare. E da lì magari ti trovi anche a "star bene" con le regole che già ci sono: «Capisco l'idea di voler abbassare le porte, però quest'anno con quattro preparatori dei portieri tutte le mie giocatrici sono migliorate: e ora non si muovono male anche se le misure sono quelle standard». L'obiettivo, allora, non è rendere il femminile un altro calcio, ma lavorare per arrivare ad avere un modello completo e perfettamente strutturato. E se si migliora negli uffici, la crescita si vede anche in campo. 

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