Il pomeriggio in cui l’87enne Guy Roux torna a far parlare di sé non è una parentesi folcloristica: è l’occasione per misurare quanto certe opinioni reggano l’urto dei dati. L’ex allenatore dell’AJ Auxerre dice al quotidiano francese L’Est Éclair che le donne «sono fatte per partorire» e che il calcio «non è fatto per i bacini larghi». A supporto, snocciola un’immagine da pista: una campionessa dei 100 metri che, nonostante l’allenamento, perderebbe sempre da Usain Bolt «di 12 o 14 metri». Le sue parole, riprese il 3 febbraio 2026 dal Corriere della Sera, scatenano la polemica. Ma soprattutto ci obbligano a una domanda: dove finisce lo stereotipo, dove comincia la fisiologia?
Oltre lo scalpore: perché serve una “radiografia” della prestazione
Nel dibattito pubblico, le differenze tra uomini e donne nello sport vengono spesso ridotte a slogan. Eppure la letteratura scientifica è ampia e, per certi aspetti, convergente: esistono differenze fisiologiche medie che influenzano la performance; esistono contesti in cui il divario si riduce; esistono bias strutturali (dall’allenamento alla ricerca) che amplificano o mascherano ciò che la biologia spiega. In questa rassegna proviamo a mettere ordine, partendo dai numeri e distinguendo tra differenze reali e stereotipi.
Il “gap” prestativo: quanto conta davvero il sesso biologico
Il quadro storico dei record suggerisce un dato relativamente stabile: a livello d’élite la differenza media tra le migliori prestazioni maschili e femminili si aggira attorno al 10%. Un’analisi su 82 specialità olimpiche (atletica, nuoto, ciclismo su pista, sollevamento, pattinaggio) mostra che il divario si è stabilizzato dopo il 1983: circa 10,0% ± 2,9 complessivo, 10,7% nella corsa, 8,9% nel nuoto, 7,0% nel pattinaggio, fino a valori più alti nei salti e nel sollevamento. Non è un numero magico né universale, ma è un riferimento robusto.
Gli sprint non sfuggono alla regola ma offrono sfumature: il differenziale tende ad aumentare con la distanza da 60 a 400 m (circa 8,6% a 11,7%), restando poi più stabile tra 800 e 10.000 m (intorno al 12%). È un mosaico di biomeccanica (accelerazione vs velocità di crociera), massa muscolare e forza relativa.
Se torniamo alla scena evocata da Roux con Bolt, è legittimo ricordare che il record mondiale dei 100 m è di 9”58 (2009), mentre il primato femminile è 10”49 (1988): differenza attorno al 9–10%, traducibile, su 100 metri, in 1–1,2 secondi, ossia in diversi metri di distacco. Il punto è che la scienza spiega quel divario; non giustifica, però, scorciatoie culturali come “bacini larghi = calcio impossibile”.
Le basi fisiologiche: sangue, cuore, muscoli. E il ruolo del testosterone
Il contributo cardiorespiratorio. In media, gli uomini hanno una massa emoglobinica più elevata e un volume ematico maggiore: questo, insieme a cuori più grandi (maggiore gittata sistolica), si traduce in un VO2max più alto di circa 10–14% a parità di preparazione, anche quando si normalizza per la massa corporea. È una delle cause principali del vantaggio maschile negli sport di resistenza.
Un elegante esperimento ha “normalizzato” artificialmente volume del sangue e capacità di trasporto dell’ossigeno di uomini e donne: una volta pareggiati questi attributi, il VO2peak è risultato sovrapponibile. Segno che una parte consistente della differenza deriva proprio dalla disponibilità di ossigeno ai muscoli, non da un “limite” femminile in sé.
L’effetto della pubertà e del testosterone. Il salto prestativo dopo i 12–13 anni è legato in larga parte all’aumento, negli uomini, dell’ormone androgeno: più massa muscolare (specie fibre tipo II), meno grasso, più emoglobina, camere cardiache più ampie. La consensus statement dell’American College of Sports Medicine quantifica: nelle discipline di forza/potenza il vantaggio maschile medio può salire oltre il 20–30%; negli sport di resistenza si attesta in genere tra 8 e 15%.
Emoglobina e ormoni: è ben documentato che il testosterone induce eritrocitosi (più globuli rossi) anche attraverso l’aumento di eritropoietina e la modulazione dell’hepcidina. È uno dei meccanismi che sostengono, in media, una maggiore potenza aerobica negli uomini.
In sintesi: differenze medie esistono, sono misurabili e hanno radici biologiche. Ma il modo in cui si manifestano dipende dalle richieste specifiche dello sport, dal livello e — non ultima — dalla storia di accesso e investimento nelle carriere femminili.
“Bacini larghi” e pallone: cosa dice (e cosa non dice) la biomeccanica
L’argomento del “bacino largo” applicato al calcio è una scorciatoia che non regge al vaglio dei fatti. La morfologia pelvica femminile presenta differenze, ma la relazione diretta con la “non praticabilità” del calcio è una forzatura.
Studi di biomeccanica della corsa mostrano differenze medie nei gradi di adduzione e rotazione d’anca e in alcuni angoli del ginocchio tra i sessi; non emergono però “limiti morfologici” tali da precludere sprint, cambi di direzione o calciata ad alto livello. Anzi, in coorti d’élite la distribuzione della massa muscolare degli arti inferiori tende a convergere verso un “fenotipo da velocista” comune, indipendentemente dal sesso.
In soldoni: la morfologia influenza i pattern di movimento, ma il rendimento dipende dall’allenamento neuromuscolare, dalla forza relativa (per esempio degli estensori d’anca) e dall’interazione con tecnica e tattica. Dire che il calcio “non è fatto” per un certo tipo di bacino significa scambiare un correlato anatomico per una condanna funzionale.
Il capitolo infortuni: l’ACL come “lente” sul tema
La conversazione su “differenze” spesso scivola sugli infortuni, specie sul crociato anteriore (ACL), più frequente tra le calciatrici. È un terreno delicato, dove biologia e fattori organizzativi si intrecciano.
Le meta-analisi e gli studi di coorte indicano un rischio 1,5–3 volte più alto per le giocatrici, con picchi nell’adolescenza e incidenze stagionali nell’ordine dell’1% tra le calciatrici rispetto a circa 0,35–0,4% nei coetanei. Tuttavia, il dato varia molto per livello, calendario e contesto.
Sui fattori causali, la letteratura resta sfaccettata: anatomia e biomeccanica (angoli femorali, lassità, schemi di atterraggio), ma anche carichi, superfici, calzature e risorse mediche. In élite femminile, grandi studi UEFA mostrano che l’ACL è poco frequente in termini percentuali (~2% degli infortuni) ma con il più alto carico in giornate perse.
Occhio ai bias: misurare il rischio soltanto per “athlete-exposure” senza distinguere tempo effettivo di gioco, dimensioni delle rose e minuti può sovra- o sottostimare il gap; ricerche recenti invitano a considerare come struttura del calendario, professionismo imperfetto e investimenti incidano sui numeri.
La buona notizia: i programmi neuromuscolari di prevenzione (FIFA 11+, “Knee Control”) dimezzano il rischio nelle giovani calciatrici. Non azzerano le differenze, ma dimostrano che ciò che appare “biologico” si può mitigare con allenamento e organizzazione.
Morale: usare l’ACL come prova della “inadeguatezza” femminile al calcio significa, ancora una volta, confondere biologia con contesto.
Livello, storia e partecipazione: perché l’ambiente cambia i numeri
Gli studi più solidi insistono su un punto: il livello d’élite non è la fotografia dell’intera popolazione. Il gap medio riflette sia la biologia sia la storia sportiva.
Nell’ultimo secolo, la crescita dell’accesso e dell’allenamento per le donne ha ridotto rapidamente i divari fino agli anni ’80–’90, poi stabilizzati: il che non vuol dire immutabilità, ma piuttosto un equilibrio tra fattori fisiologici e “capitale sportivo” accumulato.
Laddove partecipazione e professionalizzazione aumentano, il gap tende a contrarsi: lo si vede nell’ultra, nel triathlon, in diverse specialità del nuoto di fondo. E gli esempi di vittorie assolute femminili, pur rari, sono “segnali” di nicchie fisiologiche e tattiche in cui la differenza media si assottiglia.
Le dichiarazioni di Guy Roux vanno lette per ciò che sono: un’opinione che usa la biologia come clava culturale. La scienza ci dice altro.
È vero che, in media, uomini e donne non sono “fatti degli stessi tessuti”: più emoglobina, cuori più grandi, più massa muscolare e più testosterone danno agli uomini un vantaggio medio di 8–15% negli sport di resistenza e superiore in quelli di potenza. Ma questo non giustifica l’idea che il calcio sia “vietato” al bacino femminile.
È falso che le differenze morfologiche implichino una incompatibilità con i gesti tecnici: la biomeccanica mostra adattamenti differenti, non limiti invalicabili. In più, a parità di élite, la morfologia funzionale converge.
È fuorviante usare risultati di Under 14 contro Nazionali femminili come prova biologica: sono contesti non comparabili per carichi, preparazione, minuti, cronologia della stagione e, spesso, motivazioni del match. La scienza richiede controlli, non aneddoti. Nel riportare le frasi, il Corriere le qualifica per ciò che sono: affermazioni controverse di un singolo.
Conclusione
Le parole di Guy Roux fotografano un pezzo di storia del calcio, non lo stato dell’arte della scienza. La fisiologia ci dice che esistono differenze medie — nel sangue, nel cuore, nei muscoli — che spiegano divari prestativi. La stessa fisiologia, però, ci mostra che contesto, allenamento e partecipazione li modificano. In alcuni territori (endurance, acque libere, formati di gara particolari) il gap si assottiglia fino a diventare, talvolta, marginale.
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