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Under 17

Tra fischietto e tacchetti: il terzino classe 2009 vive il calcio da due prospettive

Lorenzo Montorfano Dossan, calciatore e arbitro: «Essere doppio tesserato è sicuramente un vantaggio»

Lorenzo Montorfano Dossan, in posa con la maglia del Valbasca

UNDER 17 VALBASCA • Lorenzo Montorfano Dossan

Il calcio nei pensieri. Una presenza fissa, tra corse libere e il richiamo della sfida. L’ultima imbracciata, la più difficile: quel fischietto che divide e responsabilizza. Ma che Lorenzo Montorfano erge, ogni maledetta domenica, a strumento di conquista. Senza remore, sì, e senza mai fermarsi. Perché, oltre a dirigere, il classe 2009 onora i colori del Valbasca, riempiendo così i suoi weekend. Sempre sul campo, sempre da protagonista. Con il calcio fisso nei pensieri.

UNA FAMIGLIA PRESTATA AL CALCIO

Famiglia compresa. Nasce tutto da un passaparola, anzi: da un passapallone. Il padre Fabio si spinge – con un colpo di reni (era portiere) – fino alla Serie D; la madre Patrizia difende e onora la Serie C femminile; mentre il fratello Alessio, sulle orme paterne, si infila i guantoni e decide di vivere da numero uno. Contro tutto e tutti. Proprio come Lorenzo, ultimo dono di una famiglia prestata al calcio, che - tra Maslianico, Sagnino e Valbasca - rinnova prontamente la consolidata tradizione sportiva. Come? Ovviamente, andando fuori dallo schema: professione attaccante, contro tutto e tutti. Anche se cercherà di ritagliarsi un sorriso tra i pali, il ragazzo vede la felicità in altre vesti: numero 9 o esterno alto, convinzione inscalfibile. O almeno, pare. Perché il passaggio a 11 segna una svolta nel suo percorso di formazione: Montorfano esplora prima le vie centrali del campo, poi sperimenta le fasce. E non se ne priva più: professione terzino, contro tutto e tutti. Ripetizione voluta.

Si diverte, Lorenzo. A sfidarsi e a scoprirsi, a lottare e a vincere. Lo fa attraverso le scelte quotidiane, accorte ma mirate al continuo crescere. Tecnico, certo. Fisico, senz’altro. Atletico, impossibile negarlo. Ma il click è mentale, e invoglia a osare. Negli affondi e nei contrasti, nel sorriso e nel desiderio. Che arde e divampa, generando presto altra fame. Altri traguardi. Altre storie, da raccontare e tramandare. A un Montorfano, del resto, non basta giocare. Lorenzo sorride anche così. Anche con il fischietto in bocca, sente di poter dare. E dà. Inizia una nuova avventura. Inizia una nuova corsa. Ovviamente, andando fuori dallo schema. Anche qui: ripetizione calcolata.

IL DOPPIO TESSERAMENTO: LA PARABOLA DI MONTORFANO

Basta poco, per accendere la miccia. Schiocca in un attimo, poi fiorisce e conquista. La testa, le gambe, persino il cuore: tutto a passo d’arbitro. Ebbene sì: il fischietto diventa la seconda religione di Lorenzo, che una volta raggiunta l’età minima (14 anni) concretizza il suo desiderio insito. Intraprendendo un percorso difficile, insidioso, ma estremamente arricchente. Affiancandogli, ovviamente, l’amato pallone: il ragazzo decide di non privarsene, mai. E quindi alterna le due attività: corre e dirige. È possibile. Come? Grazie alla regola del doppio tesseramento, formalizzata nel 2021 con l’obiettivo di affinare la sinergia tra calciatori e classe arbitrale. Ancora più complementari e sempre meno distanti, se chi conosce il gioco sa anche farne rispettare i princìpi. A confermarlo, lo stesso Montorfano, che oggi arbitra gli Allievi Under 17: «Essere doppio tesserato è sicuramente un vantaggio, ma penso che lo sia più per la figura dell’arbitro che per quella del calciatore. Aver giocato e giocare tuttora è infatti utilissimo per leggere meglio la gara, comprendere i tanti episodi che accadono e capire il comportamento dei giocatori. Dal punto di vista calcistico, invece, ho imparato a comprendere l’arbitro e quindi a capirlo anche quando commette degli errori». Una doppia vita sportiva che influenza quella di tutti i giorni, ed è presto detto il motivo. Oltre il campo: «Non mi definisco né un arbitro rigido né uno troppo permissivo. L’atteggiamento in gara è molto influenzato dal comportamento dei giocatori e dello staff tecnico in campo. L’unica costante che ho è l’essere deciso in tutte le scelte e avere la personalità per non farsi sovrastare dai giocatori, riducendo così il rischio di lasciarsi sfuggire la partita. Ma essere arbitro non è qualcosa che si limita ai 90 minuti in campo: è un modo di essere che si riflette anche nella vita di tutti i giorni. La considero una vera scuola di vita proprio per questo: nelle nostre giornate prendiamo moltissime decisioni senza neanche pensarci».

La responsabilità è altissima, ma altresì l’orgoglio di rivestirne il manto. Lorenzo non teme. E le sue parole non sono altro che manifesto della sua forza e della sua sicurezza: prerogative del grande fischietto, fermo e tenace. Non c’è sorte avversa che tenga, perché il diretto interessato in primis strugge di questa tempra. Palla a lui: «Non so descrivere con precisione la sensazione che provo quando arbitro, ma nel momento in cui entro in campo qualunque cosa stia accadendo fuori scompare completamente e la mente entra in modalità partita». Inscalfibile e consapevole, quindi ancora più audace: «Sì, la pressione si sente, sempre, ma si impara a gestire solo arbitrando. So che saranno le mie scelte a dirigere l’incontro, soprattutto nelle partite più combattute, dove ogni decisione ha un peso enorme. Al contempo, so anche che tutto è migliorabile gara dopo gara». Fondamentale, in questo processo, la cura della parte fisica, a conferma di quanta dedizione ci sia dietro 90 minuti apparentemente come tanti altri: «L’aspetto atletico è cruciale e io lo curo molto. Con una buona forma fisica è più facile stare vicino all’azione e mantenere la lucidità anche negli ultimi minuti, quando l’agonismo è solitamente più alto». Finita qui? Non esattamente. Del resto, questa è solo una parte del suo weekend tipo. Scorrere per credere.

 

IL WEEKEND-TIPO DI MONTORFANO: UN ELOGIO ALLA PASSIONE

Tra un feedback positivo e una nota di stile, Montorfano continua a perseverare: «Finora ho sempre ricevuto riscontri positivi dagli osservatori arbitrali; credo quindi di avere le doti e il carattere per poter andare avanti. So però che, per riuscirci, dovrò continuare a lavorare intensamente come sto facendo ora e fare molti sacrifici». Senza maschere, né filtri, perché – come ama dire - «meno si è attori, meglio è»: nasce da questa tagline, il film del weekend perfetto, da lui scritto e diretto. Un processo che parte con studio, preparazione e profonda attenzione ai dettagli: «Questo perché la designazione arriva addirittura la domenica precedente. Da qui inizio ad analizzare la gara: vedo quali squadre avrò davanti e cerco di raccogliere quante più informazioni possibili per essere pronto il giorno della partita».

Che siano spesso limitate, poco importa: Lorenzo sa essere incisivo. E lascia spesso il segno. Altra storia: il dietro le quinte prosegue così. Con il via delle danze: «Sabato o domenica (a seconda dell’impegno sportivo), inizia la giornata da arbitro. Mi sveglio sempre abbastanza presto, indipendentemente dall’orario della gara, per essere completamente lucido. La borsa l’ho preparata la sera prima, ma la ricontrollo per essere sicuro di avere tutto. Parto da casa e arrivo al campo circa un’ora prima dell’orario ufficiale. Dopo essermi presentato e sistemato nello spogliatoio, attendo distinte e documenti da parte dei dirigenti, a cui comunico l’orario per l’appello. A 30 minuti dall’inizio esco per riscaldarmi, a 15 rientro in spogliatoio, indosso la divisa e a 10 minuti faccio l’appello con le squadre. La gara inizia, si svolge e termina. Al termine consegno documenti e referto ai dirigenti. Torno a casa, mangio, compilo il referto e attendo la prossima designazione». Sembra ordinaria amministrazione, ma è un vero e proprio immergersi nella sua passione senza confini. Che termina sempre lì. Sempre sul campo. Questa volta, da calciatore. No: non chiamatelo gioco. È vita. Punto.

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