storie di successo
28 Gennaio 2026
La distorsione di caviglia è l’infortunio “re” dei campi di periferia. Basta una buca nel terreno, un appoggio sbagliato su un sintetico secco o un contrasto deciso: dolore acuto, sensazione di cedimento, e la classica frase che si sente ovunque, dagli spogliatoi alle tribune: «È solo una storta».
Il punto è proprio questo: spesso non lo è. O meglio, può diventare molto di più se viene gestita male.
Nel calcio dilettantistico l’errore più comune è tornare in campo quando il dolore diminuisce. È comprensibile: la partita successiva è vicina, la squadra ha bisogno, la caviglia “sembra” reggere. Ma la scomparsa del dolore non coincide con il recupero reale della funzione.
Una distorsione non trattata correttamente può lasciare in eredità un deficit subdolo: la perdita di propriocezione, cioè la capacità del corpo di percepire posizione e movimento dell’articolazione nello spazio. È quel sistema che ci fa “aggiustare” l’appoggio in una frazione di secondo quando il terreno tradisce. Se la propriocezione non viene riabilitata, la caviglia non è pronta agli imprevisti che il calcio propone a ogni azione.
Qui entra la statistica che dovrebbe far alzare la testa anche ai più testardi: una caviglia non riabilitata può avere una probabilità 40–70% superiore di subire una nuova distorsione entro l’anno.
Tradotto: se rientri solo perché “non fa più male”, stai spesso giocando una lotteria. E, come molte lotterie, tende a presentare il conto quando meno conviene: al primo cambio di direzione aggressivo, sul primo contrasto sporco, sul primo atterraggio dopo un colpo di testa.
Nei percorsi strutturati (come quelli adottati presso i Centri FisioSport) la logica non è “quanti giorni sono passati”, ma quali requisiti l’atleta ha davvero recuperato. In genere il lavoro si organizza in tre fasi.

Obiettivo: gestire dolore e gonfiore senza immobilizzare “alla cieca”.
Si lavora sulla riduzione dell’edema, sul drenaggio precoce e su un carico guidato, dosando in modo progressivo ciò che la caviglia può tollerare. L’idea è proteggere i tessuti senza spegnere del tutto la funzione.
Qui si ripristinano mobilità articolare e forza, con attenzione ai muscoli stabilizzatori (in particolare i peronieri), fondamentali per controllare le inversioni improvvise.
È anche la fase in cui si ricostruisce la “centralina” dell’equilibrio: esercizi propriocettivi e reattivi che insegnano di nuovo alla caviglia a rispondere a scivolate, appoggi instabili e micro-traumi.
È la fase decisiva, quella che separa un rientro “coraggioso” da un rientro sicuro.
Prima di tornare in partita, l’atleta dovrebbe superare test di salto, cambi di direzione e simulazioni di contatto. Il criterio è semplice e severo: se forza ed equilibrio non sono simmetrici rispetto all’altra gamba, il rischio resta alto. E nel calcio, un rischio alto significa spesso “ci rivediamo tra due settimane con un’altra distorsione”.
La prevenzione non richiede ore extra di allenamento. Richiede costanza e tre scelte pratiche, ripetute bene.
Cinque minuti su una gamba sola (anche inseriti nel riscaldamento) possono fare la differenza: la propriocezione si allena, e spesso è proprio lì che nasce la stabilità vera.
Tacchetti troppo alti su terreni duri o sintetici asciutti aumentano stress e rischio. Non è un dettaglio: è un fattore meccanico che incide su aderenza, rotazione e capacità di “svincolo” del piede.
Utili nel primo periodo post-infortunio come supporto, ma non devono diventare una “stampella” psicologica. Se sostituiscono il lavoro muscolare e propriocettivo, proteggono oggi e indeboliscono domani.
«Molti ragazzi arrivano in studio dopo la terza distorsione in due mesi. Il nostro obiettivo è fermare questo ciclo. Una caviglia stabile non solo previene nuovi infortuni, ma permette di spingere di più nei cambi di direzione, migliorando la performance.»
Ed è qui che il discorso cambia: non si tratta solo di “tornare a giocare”, ma di tornare a giocare meglio, con più fiducia e più qualità negli appoggi.
Se hai avuto una distorsione (anche “vecchia”) e senti insicurezza, rigidità, paura nei cambi di direzione o piccoli cedimenti, la scelta più intelligente è valutare la stabilità con test funzionali e un percorso mirato. È il modo più rapido per uscire dal loop delle recidive e rimettere la caviglia nelle condizioni di reggere davvero il campo, non solo il dolore.
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