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Under 15

Da centrale a libero per la svolta: il "Kaiser" di Provincia sta conquistando tutti a suon di gol!

La fascia al braccio di Tommaso Patanè, leader della Baggese, non sembra un semplice accessorio, ma un onore da difendere con voglia

Tommaso Patanè • Baggese

BAGGESE UNDER 15 • Tommaso Patanè

«Il capitano, ovunque si giochi e qualunque sia lo spogliatoio che lo accoglie, ha il compito di tramandare l’essenziale: i valori, i princìpi, la grammatica morale del pallone». Parola di Franco Baresi, uno che di capitani se ne intende davvero: il calciatore del Milan più rappresentativo, il più amato dai tifosi rossoneri. Era il piscinin della Bovisa, il ragazzotto mingherlino che col tempo divenne il Kaiser della retroguardia milanista: il libero che seppe riscrivere, con intelligenza tattica e severa eleganza, il destino d’un ruolo che molti davano per ingrigito. Ruolo antico, sì, ma capace di mille metamorfosi — specie nei campetti del calcio giovanile, dove ancora oggi trova cittadinanza e mestiere.

E proprio da uno di quei campi spunta un ragazzino di quindici anni con la fascia stretta al braccio e la maglia rossonera addosso. Gioca nella Baggese,è un classe 2011 e, per carisma quieto, spirito di sacrificio e precoce senso di responsabilità, ricorda proprio il leggendario capitano milanista. Il suo nome? Tommaso Patanè.

IL KAISER DELLA BAGGESE

«Baresi è dotato di uno stile unico, prepotente, imperioso, talora spietato. Si getta sul pallone come una belva... Stacca bene, comanda meglio in regia». Gianni Brera descriveva in questo modo, con il suo solito tono epico e ricco di metafore, proprio Franco Baresi, il sovrano dell'area di rigore, il cervello pensante della difesa milanista. Tommaso Patanèleader di una Baggese in lotta per le posizioni di vertice nel proprio girone ricalca esattamente questo prototipo di calciatore. Non stupisce, dunque, che la sua ispirazione più profonda, il suo beniamino, sia proprio il kaiser milanista: «Il mio idolo è Franco Baresi, pur non avendo vissuto la sua epoca. Mi ispiro tanto a lui per il carisma e la leadership che metteva in campo».

E a vedere la squadra di Castelli la messa in pratica è lampante: capitano de facto, al di là di quella fascia al braccio spesso accessorio di diversi calciatori, gli basta un’occhiata per farsi capire dai compagni. Parla poco, il giusto, il necessario. Posato e misurato sia in campo che fuori, è il punto di riferimento che gli amici cercano quasi d'istinto: «Per me essere capitano significa essere un esempio per gli altri, aiutarli nel momento di difficoltà, tirare su il morale in caso di sconfitta, prendersi le proprie responsabilità».

Ma leadership, carisma e senso del dovere non sono le sole qualità che lo avvicinano alla figura del capitano milanista. C’è anche un altro tratto, più viscerale: l’amore per quei colori rossoneri che sembrano cuciti addosso come una seconda pelle.: «Mi trovo bene nella Baggese, anche perché è praticamente da quando sono nato che gioco con questi colori e con molti dei compagni attuali. Questo gruppo va avanti da 12-13 anni e tutti assieme abbiamo sempre preso le scelte migliori per la squadra. Fra qualche anno ho l'idea di giocare ancora con i miei amici, con questi colori, anche se non si sa mai nel futuro: magari arriverà qualche chiamata irrinunciabile per la quale dovrei comunque valutare. Ma ribadisco che per ora mi vedo sempre al fianco dei miei amici per divertirmi in maglia Baggese».

IL LIBERO CAPITANO

Anche la zolla di campo che Tommaso Patanè calpesta con più frequenza racconta qualcosa di lui. Quel suo vagabondare tattico tra la posizione di difensore centrale e quella di mediano - figlio di un cambio di ruolo maturato lungo il cammino - finisce per ricordare la figura antica e nobile del libero. Un ruolo che il calcio moderno, come detto in precedenza, ha quasi relegato ai libri di storia, ma che continua a respirare nei campetti di periferia: il regista arretrato, sentinella e architetto allo stesso tempo, dotato di intelligenza tattica, visione e voce di comando. Un identikit che richiama inevitabilmente quello di Franco Baresi, il Kaiser della difesa del AC Milan.

E Tommaso, dal canto suo, si racconta con la lucidità di chi sa dove vuole arrivare: «In campo le mie doti migliori sono sicuramente la visione di gioco, la fisicità, ma se devo trovarne una che davvero mi contraddistingue è la voglia: è la voglia a determinare un calciatore. Posso ancora migliorare sotto diversi aspetti, come provare ad essere ancora più d'esempio per i miei compagni. Tengo molto al mio ruolo di capitano, considero la fascia un onore, un grande attestato di stima che i compagni e il mister mi hanno attribuito».

IL CAMBIO RUOLO FONDAMENTALE

Eppure la storia calcistica di Patanè, cresciuto praticamente da sempre tra le file della Baggese, ha conosciuto nell’ultima stagione una svolta inattesa. Non tanto per la leadership, già riconosciuta, quanto per una sorprendente prolificità sotto porta: nove reti in diciassette presenze. Un bottino niente affatto banale, soprattutto per uno con la sua origine difensiva, una qualità che, per dire, nemmeno lo stesso Baresi possedeva in questa misura.

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Il merito è anche dell’intuizione dell’allenatore Fabio Castelli, che a inizio stagione ha deciso di avanzarlo di qualche metro, intuendone le potenzialità. Così Tommaso è passato dal cuore della difesa al ruolo di perno davanti alla retroguardia: una posizione che, con un pizzico di nostalgia calcistica, potremmo ancora chiamare libero. Da lì dirige il traffico, orchestra il gioco e diventa un’arma temibile nelle situazioni da fermo. E proprio sui calci piazzati il giovane capitano ha costruito la sua fama: su ogni angolo o punizione sembra annusare l’attimo giusto. Il tempismo nello stacco, l’elevazione imperiosa, la freddezza sotto porta lo hanno trasformato in una sorta di spauracchio per le difese dei campi milanesi.

«Devo ringraziare tanto il mister per il cambio ruolo di questa stagione. A dire la verità ci aveva provato anche il mister precedente, ma non era riuscito a farmi scoccare la scintilla. Con Castelli invece mi trovo davvero bene, sta facendo risaltare tutte le mie qualità, è riuscito a rendermi un elemento ancora più importante della squadra. Adesso sfrutto la mia fisicità anche negli inserimenti senza palla, per essere determinante in zona gol. Un po' come Adrien Rabiot, un giocatore dei nostri giorni che mi colpisce anche per la sua determinazione».

UN FUTURO DA SCRIVERE

E chissà quale strada prenderà il pallone domani per Tommaso Patanè. Il calcio, si sa, è imprevedibile: basta un rimbalzo, una stagione fortunata, lo sguardo lungo di un osservatore per cambiare traiettoria a una carriera. Ma una cosa pare già chiara oggi, nei campi di periferia dove ancora si respira passione: certi capitani nascono prima nella testa che nei piedi. È lì che Tommaso, il Kaiser della Baggese, ricorda davvero Franco Baresi. Non tanto per i paragoni facili, fatti per essere confermati o smentiti, quanto per quel modo silenzioso di stare in campo, per quella leadership che non ha bisogno di clamore. Uno sguardo, un richiamo, la responsabilità presa sulle spalle quando la partita si fa ruvida: la stessa grammatica morale che rese il Kaiser rossonero il simbolo eterno del Milan.

Poi c’è il sentimento, che nel calcio pesa quanto il talento, almeno per quelli che lo amano ancora. Perché Patanè ha con la Baggese un legame quasi viscerale: la maglia non è solo una divisa, ma una seconda pelle cucita addosso da anni di allenamenti, amicizie, domeniche e sabati di campo e sogni condivisi. È da lì che nasce il suo calcio, da quel senso di appartenenza che forma i capitani veri.

Il futuro, naturalmente, resta tutto da scrivere. Forse un giorno il suo cammino lo porterà più lontano, verso palcoscenici più grandi e tribune più rumorose. O forse continuerà a guidare i suoi compagni là dove è cresciuto, là dove si sente a casa. In ogni caso, se manterrà quella voglia feroce, quella leadership quieta e quel rispetto sacrale per la maglia che indossa, il destino calcistico di Tommaso Patanè non potrà che essere luminoso. Perché i capitani autentici, la storia di Franco Baresi ce lo insegna, non sono soltanto quelli che alzano trofei, sono quelli che danno un senso alla squadra. 

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