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Lutto

Ci lascia una leggenda del calcio amato da tutti, battè la Germania Campione del Mondo e solo Roberto Baggio lo fermò

L’uomo che ha trasformato una Nazionale in un racconto epico, perché ricordare oggi la lezione di un tecnico fuori dagli schemi

BULGARIA MONDIALI 1994 - DIMITAR PENEV

Dimitar Penev allenò la Nazionale della Bulgaria dal 1991 al 1996 e oltre a Usa '94 da allenatore visse da giocatore i Mondiali 1966, 1970 e 1974

All’ora di pranzo di un sabato d’inverno, a Sofia, un post della Federcalcio bulgara compare sui social e gela il tempo: «È morto Dimitar Penev». In pochi minuti le timeline si riempiono di foto in bianco e nero, sorrisi timidi, giacche larghe anni ’90 e un gruppo di ragazzi che a USA ’94 aveva portato la Bulgaria dove non era mai stata. Il calcio perde un tecnico che non inseguiva la retorica, ma la concretezza delle idee. Eppure è impossibile raccontarlo senza sentimenti: perché chi fu in grado di ribaltare il destino di un’intera nazionale merita di essere ricordato per ciò che ha insegnato al gioco e a noi, oltre che per ciò che ha vinto. Penev se ne è andato a 80 anni, dopo una lunga malattia, come confermato ufficialmente dalla Bulgarian Football Union, l’organo federale del Paese.

UN ANNUNCIO CHE PESA COME UNA STORIA
La notizia, diffusa nel primo pomeriggio di sabato 3 gennaio 2026, ha scatenato un’ondata di tributi: dal messaggio del Primo ministro uscente bulgaro che lo ha definito «un esempio destinato a restare» al cordoglio del presidente della BFU, fino alle parole, vibranti, della stella più luminosa del calcio bulgaro degli anni '90, Hristo Stoichkov. Non servono copia-incolla di frasi: basta constatare il tenore e la coralità di quei messaggi per capire quanto l’impronta di Penev sia stata profonda, nazionale, trasversale.

USA '94, COME NASCE UNA SEMIFINALE IMPENSABILE
Per comprendere l’eredità di Dimitar Penev, si parte da un dato che racconta un prima e un dopo: fino a USA ’94, la Bulgaria non aveva mai vinto una partita ai Mondiali. Quel tabù cadde di schianto in una cavalcata che oggi suona come un racconto di formazione: sconfitta iniziale con la Nigeria (0-3), poi il 4-0 alla Grecia, il clamoroso 2-0 all’Argentina nei gironi; agli ottavi, pari con il Messico (1-1) e passaggio ai rigori; ai quarti, il colpo più rumoroso, 2-1 alla Germania Campione del Mondo con rete decisiva di testa del forte Jordan Letchkov; infine la caduta degna dei grandi, 2-1 con l’Italia in semifinale trascinata da Roberto Baggio e il ko nella finale per il terzo posto contro la Svezia. Un percorso che dice due cose: il coraggio tattico di Penev e la qualità mentale di un gruppo portato a credere nell’inosabile. In quel Mondiale, Penev aveva 49 anni: giovane per i parametri del tempo, abbastanza esperto per leggere gli avversari senza complessi. E scelse una ricetta chiara: densità in mezzo, ampiezze intelligenti, e la libertà creativa a chi poteva decidere, a partire da Stoichkov. Risultato: un 4° posto storico, il migliore di sempre per la Bulgaria.

LA MOSSA CONTROCORRENTE: RESPONSABILIZZARE IL TALENTO
Nell’immaginario popolare Penev è «lo stratega di Mirovyane», il sobborgo di Sofia dove nacque il 12 luglio 1945. La sua cifra da ct non fu la prudenza, ma l’arte di responsabilizzare il talento entro una disciplina collettiva. Non un «lasciapassare» ai solisti, bensì un patto: chi ha il colpo, lo usi per la squadra; chi non ce l’ha, moltiplichi movimenti, sincronismi, coperture. È così che gli underdog smettono di esserlo. Fu un capolavoro di equilibrio emozionale prima ancora che tattico. E al netto del finale amarissimo contro l’Italia di Roberto Baggio, quella Bulgaria resta un manifesto: puoi arrivare lì se sai leggere le tue forze e accettare i tuoi limiti.

IL DIFENSORE CHE NON SBANDAVA MAI
Prima di diventare l’allenatore-simbolo, Dimitar Penev fu un difensore centrale moderno, essenziale, di posizionamento. Per 13 stagioni ha vestito la maglia del CSKA Sofia, totalizzando 364 presenze di campionato e 25 gol, senza una sola espulsione in carriera secondo un profilo celebrativo di UEFA; in nazionale, 90 gare e 2 reti, con tre Mondiali da calciatore: 1966, 1970 e 1974. Due volte Calciatore bulgaro dell’anno (1967 e 1971), tredici i trofei nazionali alzati con il CSKA. Numeri asciutti che spiegano il rispetto tecnico di cui godeva già da giocatore. Con i Soldati del CSKA, la sua parabola da calciatore toccò anche l’Europa: semifinale di Coppa dei Campioni 1966-1967 persa solo dopo due spareggi con l’Inter. Dettagli che raccontano una carriera di alto profilo, troppo spesso compressa sotto l’ombra del Penev-CT.

IL COSTRUTTORE DI GENERAZIONI
La fama internazionale di Penev si deve a USA ’94, ma in Bulgaria tutti sanno che il suo lavoro cominciò ben prima. Sulla panchina del CSKA, a fine anni ’80, plasmò un’ossatura che avrebbe segnato un’epoca: da Hristo Stoichkov a Emil Kostadinov, fino al nipote Lyuboslav Penev. In quegli anni il CSKA arrivò anche in semifinale di Coppa delle Coppe 1988/89, cadendo poi contro il Barcellona che avrebbe alzato il trofeo. Un laboratorio di gioco e di personalità. L’opera di semina proseguì nella seconda metà dei ’90: da ct della Bulgaria condusse la nazionale alla prima fase finale degli Europei della sua storia, Euro ’96, altro spartiacque spesso oscurato dal mito mondiale. Dopo il pari con la Spagna (1-1) e il successo sulla Romania (1-0), la sconfitta con la Francia (1-3) costò l’eliminazione, ma l’asticella identitaria del calcio bulgaro era ormai alzata. Penev si fece da parte, lasciando una nazionale più consapevole.

UNA CARRIERA LUNGA, UNA COERENZA RARA
Dopo il trionfo planetario e l’Euro ’96, Penev ha incrociato più volte la panchina del CSKA Sofia (fino al 2012), e ha avuto esperienze all’estero, in Kuwait con l’Al‑Yarmouk, in Arabia Saudita con l’Al‑Nassr, in Cina con il Liaoning, oltre a un ritorno lampo sulla panchina della Bulgaria nel 2007. Non fu mai un «globe-trotter» per necessità: le proposte le sceglieva, non le inseguiva. E con il CSKA mantenne sempre una relazione quasi identitaria, culminata nel ruolo di presidente onorario. Nel 2000, una giuria nazionale lo ha eletto Allenatore bulgaro del XX secolo: non un titolo celebrativo qualunque, ma il suggello istituzionale a un impatto che ha attraversato epoche e contesti.

PERCHÈ QUELLA BULGARIA PARLAVA ANCHE A NOI
La forza del racconto di USA ’94 non sta solo nella statistica, la prima vittoria mondiale, la scalata fino alle semifinali, il 4° posto, ma in come fu costruita. Penev aveva una rosa con individualità luminose (oltre a Stoichkov, gente come Krasimir Balakov, Yordan Letchkov, Trifon Ivanov), ma la differenza la fecero i compiti. Niente fu lasciato al caso: gestione dei momenti della partita, sfruttamento feroce delle transizioni, palla inattiva non banale. E in allenamento, raccontano i giocatori, si studiava l’avversario senza reverenze. Così si spiegano il 2-0 all’Argentina di Diego Maradona assente ma ingombrante per memoria e la rimonta alla Germania: non miracoli, ma applicazione al limite. Contro l’Italia, la Bulgaria perse una semifinale che, a rivederla oggi, resta un capolavoro emotivo. Il piano-partita c’era, ma Roberto Baggio era nel pieno della sua orbita. Eppure nessuno dimentica la squadra che rientrò negli spogliatoi a testa alta, perché aveva toccato il tetto del possibile.

ULTIMA IMMAGINE
Difficile scegliere un’istantanea. Forse la più onesta non è un gol né un trofeo. È Dimitar Penev che abbraccia uno dei suoi ragazzi a fine partita, sguardo basso, mani grandi, un mezzo sorriso che pare dire: «Niente di speciale, abbiamo fatto il nostro». Era il suo modo di stare nel calcio: togliersi di mezzo per mettere al centro la squadra. Oggi che il tempo lo consegna al pantheon del gioco, resta l’insegnamento più prezioso: i risultati passano, la cultura resta. E la cultura che ha lasciato Penev parla ancora a chi allena, gioca, racconta. Il resto lo dicono i messaggi di chi lo ha amato e stimato. E un Paese intero che oggi, semplicemente, lo ringrazia.

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