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Serie A

A 13 mesi dal collasso in campo tornerà a giocare con il defibrillatore nel petto, la scelta del centrocampista

Il classe 2002 fermo da oltre un anno dopo l’arresto cardiaco e l’impianto di un ICD, è pronto a lasciare l'Italia

ROMA SERIE A - EDOARDO BOVE

Edoardo Bove, centrocampista classe 2002, la sua ultima partita ad ora rimane Fiorentina-Inter del 1° dicembre 2024

All’alba di un lunedì d’inverno, in una palestra di quartiere alla periferia di Roma, un ragazzo in maglia grigia corre su un tapis roulant. Il cardiofrequenzimetro scandisce numeri regolari, il respiro è profondo, lo sguardo fermo. Quel ragazzo è Edoardo Bove e a 13 mesi dal collasso in campo, mentre in Italia l’idoneità agonistica rimane un muro, lui ha deciso di aprire una porta: chiudere il capitolo con la Roma e ricominciare, altrove, a giocare. È la notizia che i tifosi attendevano senza più sapere se sperarla: Bove sta definendo la rescissione consensuale con il club che lo ha cresciuto, così da potersi tesserare con una società straniera che, a differenza dell’Italia, consente l’attività agonistica a chi porta un defibrillatore sottocutaneo, l’ICD. A bussare, più di una squadra inglese. La rotta porta verso la Premier League.

L'ATTO FORMALE CHE RIAPRE LA CARRIERA
L’accordo tra Bove e la Roma ha una ragione semplice e potente: liberarlo subito dai vincoli contrattuali italiani per permettergli di tesserarsi in tempi rapidi all’estero, dove potrà ottenere l’idoneità agonistica pur con l’ICD. La cronaca delle ultime ore è chiara: si lavora alla risoluzione consensuale, con i giallorossi che acconsentono alla scelta del giocatore di tornare a fare il suo mestiere, seppur fuori confine. È un epilogo tanto raro quanto lineare, maturato dopo mesi di monitoraggi e allenamenti controllati, in cui il centrocampista ha mostrato un progresso fisico e mentale costante.

UN RITORNO COSTRUITO GIORNO DOPO GIORNO
Dall’estate scorsa Bove ha ripreso a lavorare con un preparatore a Roma, seguendo protocolli personalizzati e sottoponendosi a controlli settimanali. Il dato che più conta è la risposta sotto sforzo: positiva. Sul terreno dell’equilibrio tra prudenza medica e ambizione sportiva, il suo percorso ha restituito segnali incoraggianti, tanto da rimettere seriamente in agenda l’idea di una ripartenza. L’obiettivo, dichiarato e ora concreto, è lasciarsi alle spalle i 13 mesi di stop e rientrare in gruppo in un contesto che normativamente lo consenta. «Oggi mi vedete in giacca e cravatta, ma io voglio tornare in campo», aveva raccontato qualche mese fa: un desiderio che non è rimasto retorica.

DALL'INCUBO ALLA SCELTA
L’1 dicembre 2024 il malore durante Fiorentina–Inter, partita interrotta tra lo choc generale. Poco dopo, il ricovero a Careggi e la decisione clinica: impianto di un ICD (rimovibile) prima delle dimissioni. Il rientro a casa e i controlli periodici, con il dispositivo a protezione da eventuali aritmie. Nel frattempo, il tema normativo: in Serie A non si gioca con un defibrillatore impiantato, aspetto che ha già spinto altri atleti a proseguire la carriera fuori dai confini italiani. Tra 2025 e fine 2025 Bove appare in pubblico, torna all’Olimpico da spettatore, parla di futuro, continua la riabilitazione e gli allenamenti individuali. Nel giugno 2025 esami e test restituiscono un quadro confortante, ma in Italia il campo resta precluso. Gennaio 2026: la Roma e Bove si allineano sulla rescissione consensuale per accelerarne il tesseramento all’estero. La pista privilegiata porta in Inghilterra.

LE REGOLE DEL GIOCO (CHE IN ITALIA SONO DIVERSE)
Perché Bove può giocare in Premier League e non in Serie A? La risposta vive nel crocevia tra protocolli medici e cornici regolamentari nazionali. In Italia, i protocolli COCIS per l’idoneità allo sport agonistico, punto di riferimento per i medici dello sport, non contemplano esplicitamente la possibilità di competere con un ICD: storicamente, ottenere l’idoneità in presenza del dispositivo è stato impossibile per gli sport di contatto ad alta intensità come il calcio professionistico. La giurisprudenza della pratica è chiara: da noi non c’è traccia di atleti agonisti con ICD in attività ai massimi livelli. Detto questo, il dibattito scientifico è in evoluzione. Un documento della Società Italiana di Cardiologia dello Sport (SIC Sport) ha sottolineato che il giudizio di idoneità dovrebbe basarsi non sul dispositivo in sé, ma sulla cardiopatia sottostante e sul profilo di rischio nello specifico sport praticato. È una posizione che invita a valutazioni caso per caso, pur lasciando intatti, allo stato attuale, i vincoli che, nella pratica, impediscono a un calciatore professionista portatore di ICD di ottenere l’idoneità in Italia.

IL PRECEDENTE DI ERIKSEN
All’estero, specialmente in Inghilterra e Spagna, la cornice è più permissiva: Christian Eriksen è il precedente più famoso; ha lasciato l’Inter dopo l’impianto dell’ICD e ha ripreso a giocare prima al Brentford e poi al Manchester United. Anche Daley Blind ha proseguito la carriera con un defibrillatore, arrivando a giocare la Champions. Questi casi hanno alimentato la percezione, corretta sul piano pratico, che in altri Paesi l’idoneità sia concedibile con protocolli di valutazione e monitoraggio diversi dai nostri.

COSA SIGNIFICA GIOCARE CON UN ICD
L'ICD è un dispositivo capace di riconoscere e correggere ritmi cardiaci pericolosi erogando, se necessario, una scarica elettrica. È progettato per prevenire la morte cardiaca improvvisa e, nei contesti agonistici, richiede protocolli di follow-up stringenti: controlli periodici, telemetria, valutazioni sotto sforzo e attenzione ai traumi diretti sul torace. La letteratura internazionale e i casi reali mostrano come, con un ecosistema medico-sportivo adeguato, l’attività sia possibile, pur non esente da rischi. L’episodio in cui l’apparecchio di Blind sembrò spegnersi ha ricordato al mondo che la gestione non è mai banale. In Italia, questo bilancio tra benefici e rischi viene risolto in senso restrittivo: la protezione della salute prevale, e l’idoneità agonistica non viene concessa.

DOVE POTREBBE ATTERRARE
Con 22-23 anni nel pieno della crescita che l’infortunio ha rallentato ma non spezzato, Bove resta il profilo di una mezzala moderna: intensità, letture senza palla, capacità di cucire il gioco e di attaccare l’area con i tempi giusti. In Premier League l’alta frequenza di gioco e l’organizzazione delle strutture mediche dei club di vertice offrono contesti idonei al progetto di rientro. Anche la Liga e la Bundesliga hanno aperto storicamente all’attività con ICD, ma ad oggi gli interessamenti più concreti per Bove arrivano dall’Inghilterra. La condizione sine qua non è evidente: staff medico in grado di garantire un monitoraggio avanzato e una gestione integrata tra performance e cardiologia dello sport.

IL PESO UMANO DELLA DECISIONE
Oltre la cronaca e oltre le carte, resta un ragazzo di Roma che ha attraversato la notte più lunga, ha imparato a convivere con un dispositivo che gli salva la vita e adesso chiede solo di tornare a fare ciò che ama. Le lacrime allo Stadio Olimpico, il raccoglimento di Firenze, i messaggi arrivati da ogni curva d’Italia disegnano l’empatia che circonda questa storia. La risoluzione con la Roma non è un taglio, ma un ponte: tra la tutela della salute che l’Italia ha posto come priorità e la libertà di scelta informata che altri sistemi consentono. E in mezzo, un professionista che ha fatto tutto ciò che gli è stato chiesto: riposo, riabilitazione, controlli, responsabilità.

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