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Compie 60 anni un mito del calcio italiano, 3 Scudetti con 3 squadre diverse e la Champions League alzata al cielo

Un ritratto del fortissimo esterno tra soprannomi, scatti in fascia e una carriera che lo ha visto sempre molto amato dai tifosi

SAMPDORIA SERIE A - ATTILIO LOMBARDO

SAMPDORIA SERIE A - Attilio Lombardo è stato anche assistente di Roberto Mancini in Nazionale facendo parte dello staff che ha vinto l'Europeo 2021 (foto figc.it)

L’istante che resta impresso non è un gol, ma un coro. «He’s got no hair, but we don’t care». È il 1998, a Selhurst Park, e un’ala italiana dal passo lungo e la testa lucida, lucida davvero, si è presa l’Inghilterra: Attilio Lombardo. A 60 anni, nato il 6 gennaio 1966, il suo percorso sembra scritto con la stessa, testarda coerenza di certe corse sulla destra: dallo scatto alla Sampdoria di Vujadin Boskov, al salto alla Juventus dei trofei, all’andata e ritorno da Crystal Palace che lo ribattezza The Bald Eagle, fino al ruolo da uomo di fiducia di Roberto Mancini e al più recente rientro in casa blucerchiata come collaboratore tecnico. Nel mezzo, un titolo che dice già molto del personaggio: la “top 11 dei calvi” firmata dalla Gazzetta per festeggiare il suo compleanno, che lo inserisce largo a destra fra giganti di epoche e ruoli diversi. Una celebrazione ironica solo in apparenza, perché dietro il rasoio ci sono una carriera e un’immagine pubblica uniche.

SOPRANNOMI DI UN'ICONA
I soprannomi sono chiavi d’accesso alla memoria collettiva. Lombardo ne ha collezionati, e li ha sempre presi con autoironia. A Cremona era «Bombetta», poi alla Samp «Popeye» (Braccio di Ferro) per la somiglianza fisica e quell’energia inesauribile; alla Lazio, ai tempi della sponsorizzazione Cirio, diventa «Pelato Cirio»; in Inghilterra, infine, l’investitura definitiva: «Bald Eagle», l’Aquila calva. E ora compie 60 anni: un calciatore che ha trasformato la calvizie in un segno distintivo, un tratto identitario capace di superare i confini. L’anti-vanità di un’epoca che scopre, nell’essenzialità, una forma di stile.

ALA VECCHIA MANIERA, IL LOMBARDO CALCIATORE
Chi era il Lombardo calciatore? I dati raccontano un’ala destra a tutta fascia, capace di fare la differenza in entrambe le fasi. Le cronache, dalla Treccani alle pagine dei club, ne sottolineano velocità, stamina e generosità: quell’andare e tornare che teneva insieme la profondità offensiva e la copertura difensiva, con una dedizione rara. I numeri in azzurro dicono 18 presenze e 3 gol tra il 1990 e il 1997: non abbastanza per fissarsi come titolare in Nazionale, complice la concorrenza (da Donadoni a Di Livio, fino a Pessotto e Moriero), ma sufficienti a consegnarlo alla storia come uno dei migliori esterni della Sampdoria d’oro.

GENOVA, DALLA COPPA DELLE COPPE ALLO SCUDETTO
È a Genova che Lombardo diventa Popeye e, soprattutto, diventa grande. Tra 1989 e 1995 mette insieme più di 200 presenze in Serie A con la Sampdoria e contribuisce a una striscia di successi che definisce un’epoca: Coppa delle Coppe 1989-1990, Scudetto 1990-1991, Supercoppa Italiana 1991, la Coppa Italia 1993-1994, fino alla finale di Coppa dei Campioni, la prima della storia blucerchiata, persa a Wembley il 20 maggio 1992 contro il Barcellona di Johan Cruyff, piegata soltanto al minuto 112 da una punizione di Ronald Koeman. Sono immagini che restano, come la parata di Pagliuca o i duelli di Vierchowod: al centro, una Samp capace di correre con leggerezza. E raccontando quei giorni, i canali ufficiali blucerchiati insistono su Attilio come «l’ala che faceva volare la Sampd’oro».

TROFEI, RECORD E IL TRIPLO SCUDETTO
Se alla Samp è diventato simbolo, il palmares si completa con Juventus e Lazio. È uno dei pochissimi italiani ad aver vinto lo Scudetto con tre club diversi: Sampdoria (1990-1991), Juventus (1996-1997), Lazio (1999-2000). Un’élite riservata a sei nomi: oltre a Lombardo, Giovanni Ferrari, Filippo Cavalli, Pietro Fanna, Sergio Gori e Aldo Serena. A Torino aggiunge anche la Champions League 1995-1996 (più Supercoppa Europea 1996 e Intercontinentale 1996), a Roma la Coppa delle Coppe 1998-1999 e la Supercoppa Europea 1999, in una squadra che con Sven-Göran Eriksson e campioni come Nedved, Verón, Mihajlović era una macchina da titoli. Una carriera che vale un posto tra gli uomini scudetto di tre epoche diverse.

L'AVVENTURA INGLESE
Il capitolo Crystal Palace è il romanzo breve che tutti ricordano. Arriva nel 1997 in Premier League e segna subito: diventa l’idolo dei tifosi, anche perché all’Inghilterra, come all’Italia di quegli anni, piacciono i giocatori che corrono e trascinano. Nel 1998, con il club in difficoltà, il presidente Mark Goldberg affida proprio a Lombardo il ruolo di player-manager: un esperimento tanto coraggioso quanto folle, con Tomas Brolin al fianco, ufficialmente per «interpretare», e un inglese di spogliatoio da limare. L’effetto è una parentesi di 47 giorni in panchina: troppo poco per salvarsi, abbastanza per scolpire un mito. Il momento-simbolo resta la vittoria a St James’ Park (2-1) con Lombardo in gol al rientro dall’infortunio. I tifosi gli cuciranno addosso un coro e l’etichetta di «Bald Eagle». Anni dopo, sarà inserito nella Centenary XI del club (2005), nonostante solo 43 presenze totali: segno di un impatto che va oltre i numeri.

DAL CAMPO ALLA PANCHINA: L'ALLEANZA CON MANCINI
Finita la carriera, Lombardo sceglie la panchina. Dopo le prime esperienze tra Chiasso, Castelnuovo, Legnano e Spezia, la svolta arriva nel 2010 quando si unisce allo staff del Manchester City di Roberto Mancini: è il laboratorio in cui si preparano i successi del 2012 in Premier League, e Attilio è uomo-ponte tra cultura italiana e realtà inglese. Poi ancora Galatasaray (2013), Schalke 04 (2014), e con Siniša Mihajlović al Torino (2016-2018). Nel 2019 torna in azzurro da vice di Mancini nella Nazionale, il ciclo che culmina con il trionfo europeo del 2021 e si chiude quando il CT lascia la panchina; seguirà l’esperienza con l’Arabia Saudita nel 2023-2024, conclusa dopo 14 mesi, prima del rientro alla Sampdoria: il 2 novembre 2025 il club lo annuncia collaboratore tecnico della prima squadra. Una traiettoria da allenatore-globetrotter, ma con un porto di partenza e arrivo ben preciso: Genova.

CHIUSURA: IL SENSO DI UNA VITA IN CORSA
A 60 anni, Attilio Lombardo resta un paradosso felice del nostro calcio: un’icona pop che non ha mai cercato la posa; un esterno offensivo che ha fatto la fortuna dei suoi allenatori; un collaboratore che ha saputo trasferire alle nuove generazioni il lessico della semplicità. I suoi soprannomi non sono maschere, ma strade: Popeye è l’innocenza del gioco, Bald Eagle il coraggio di esporsi, Bombetta il ricordo della provincia che non si rinnega. E allora, più che celebrarlo, conviene rubargli ancora una corsa: testa avanti, passo lungo, sguardo dritto. Le mode passano, il carattere resta.

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