Lutto
07 Gennaio 2026
Martin Chivers, classe 1945, giocò nel Tottenham Hotspur dal 1968 al 1976 dopo aver iniziato la carriera nel Southampton
La palla gli rimbalza sul petto, un attimo di quiete dentro 100mila voci, poi una torsione pulita, due difensori tagliati fuori e un destro a terra che scivola nell’angolo. Wembley esplode. È il 27 febbraio 1971 e la Coppa di Lega parla soprattutto il linguaggio semplice e feroce di Martin Chivers: gol come gesti di ordine nel caos, palloni che diventano decisioni. Quella scena, incastonata nella memoria del calcio inglese, non appartiene solo alla bacheca del Tottenham: è la cifra di un attaccante che ha saputo essere classico e, insieme, precocemente moderno. Oggi, il calcio lo piange: Chivers è morto a 80 anni, lasciando eredità, numeri e immagini che raccontano più di ogni epitafio. Il club lo saluta come «uno dei più grandi di sempre», i compagni lo ricordano «come una Rolls-Royce in campo», l’Inghilterra certifica una carriera azzannata a grandi morsi. Il resto è nelle cifre e nelle notti che definiscono una vita sportiva.
LE RADICI: SOUTHAMPTON E UN TALENTO CHE NON POTEVA RESTARE IN PROVINCIA
Nato a Southampton il 27 aprile 1945, Martin Harcourt Chivers cresce calcisticamente nel club della sua città. Debutta in prima squadra nel 1962, entra di prepotenza nel gruppo che nel 1965-66 centra la promozione in First Division, guidato da Ted Bates. Con i Saints, in campionato e coppe, fermerà il suo passo su un bilancio che somiglia a un manifesto: 189 presenze e 108 gol. È la prova generale di un trasferimento che farà rumore: a gennaio 1968, gli Spurs lo portano a White Hart Lane per 125.000 sterline, allora record britannico. Il salto è doppio: di categoria e di aspettative. Ma Chivers ha spalle larghe e il talento per reggerle.
LA METAMORFOSI A LONDRA
Arrivato in una squadra che vibra di grandi nomi, Chivers deve all’inizio convivere con il carisma di Jimmy Greaves e la compattezza di Alan Gilzean. L’uscita di scena di Greaves e la regia severa di Bill Nicholson sono il contesto in cui «Big Chiv» diventa la versione migliore di sé: un centravanti totale, capace di attaccare in profondità, giocare di sponda, colpire di testa e dalla distanza con una facilità spiazzante. I numeri, con il Tottenham, raccontano una leadership difficile da discutere: 174 gol in 367 partite tra il 1968 e il 1976. Nel suo periodo d’oro, Chivers trascina gli Spurs a due Coppe di Lega (1971 e 1973) e alla Coppa UEFA 1972, primo atto della nuova competizione europea. A lungo è anche il miglior marcatore europeo del club: 22 gol nelle coppe, primato superato solo nel 2013 da Jermain Defoe.
LE VITTORIE
Contro l’Aston Villa in finale di Coppa di Lega, Chivers incarna la concretezza dell’attaccante che non concede seconde occasioni. È lui a sbloccarla e a chiuderla: due gol negli ultimi minuti, con una seconda rete che vale una lezione in miniatura su come si costruisce lo spazio in area. Quella coppa è anche un messaggio: la stagione successiva il Tottenham farà un ulteriore salto, in patria e oltre Manica. La Coppa UEFA 1971-72 si decide tra due club inglesi, Wolverhampton e Tottenham. All’andata, a Molineux il 3 maggio 1972, la partita si piega sulle spalle larghe di Chivers: prima un colpo di testa, poi, quando il cronometro spinge alla prudenza, un destro da 25 metri che entra come un «missile». Il 2-1 esterno è la dote che decide il 3-2 complessivo verso il trofeo. La seconda rete, una frustata dal limite dopo una conduzione breve, è diventata patrimonio audiovisivo di un’epoca, citata e rievocata ogni volta che si cercano i gol che cambiano i destini di una finale.
IL RAPPORTO CON I TIFOSI E L'EREDIT NEL CLUB
Nel lessico familiare di White Hart Lane, «Big Chiv» non è solo un nomignolo affettuoso: è un punto di riferimento. La definizione di Steve Archibald, «una Rolls-Royce», non riguarda soltanto lo stile, ma l’essenza tecnica di un attaccante che, per statura, coordinazione e qualità di tiro, sarebbe stato perfettamente a suo agio nel calcio iper-atletico contemporaneo. Il club lo riconosce come pietra angolare della propria storia recente: nel 2007 l’ingresso nella Hall of Fame degli Spurs suggella ufficialmente un sentimento da tempo espresso dagli spalti.
LA NAZIONALE: 24 PARTITE E 13 GOL
Tra il 1971 e il 1973, Chivers indossa la maglia dell’Inghilterra 24 volte e segna 13 gol. Il periodo è breve ma intenso: debutta con Malta, trova reti in serie e si presenta come centravanti titolare di una nazionale in transizione. L’ultima apparizione, l’1-1 contro la Polonia a Wembley nel 1973, coincide con uno degli snodi più amari del calcio inglese: l’eliminazione sulla strada per il Mondiale 1974. Non tutto dipese da lui, ovviamente. Ma nelle cronache di quei giorni il suo nome resta collegato a un’Inghilterra che faticava a convertire il talento in stabilità.
IL DOPO LONDRA
Nel 1976 il passo laterale verso l’estero: Chivers sceglie il Servette e in due stagioni timbra trofei e gol. A Ginevra aggiunge alla propria collezione la Coppa di Svizzera 1978 e la Coppa di Lega svizzera 1976-77, oltre a segnare con ritmo da grande realizzatore. Quella pagina, a volte trascurata fuori dai confini rossocrociati, racconta invece una prima, riuscita, emigrazione d’élite di un bomber inglese in Europa continentale. Il rientro in Inghilterra lo vede vestire anche Norwich City e Brighton & Hove Albion, prima di alcune esperienze nei ranghi semi-professionistici e fuori confine (Australia, Norvegia). Il fluire della carriera sta nei dettagli, ma il quadro non cambia: Chivers porta in ogni spogliatoio una reputazione di serietà, cura del mestiere, normalità da campione.
L'ULTIMO SALUTO E LA SCIA DEI TRIBUTI
La notizia della scomparsa, annunciata il 7 gennaio 2026, ha generato un’onda di tributi tra club, ex compagni e istituzioni del calcio inglese. Gli Spurs hanno parlato di «immensa tristezza», ricordando il proprio leggendario ex attaccante e annunciando il lutto al braccio per la gara con il Bournemouth. Southampton ha sottolineato la fierezza per le sue origini e i 108 gol segnati in 189 apparizioni. L’Inghilterra ha salutato il bomber dalle 24 presenze e 13 reti. E nel coro si sono aggiunte voci autorevoli, come quella di Steve Archibald, con la sua immagine della Rolls-Royce: elegante, potente, affidabile. Un’immagine che, più di tante frasi fatte, dice perché Chivers è rimasto nel lessico emotivo dei tifosi. In un calcio che divora le sue storie, Martin Chivers lascia una traccia chiara: gol importanti, nei momenti che contano; gesti tecnici che anticipavano il futuro; una relazione con i club che non ha conosciuto sfrangiature. È tutto lì, in pochi concetti e molti fatti. I tifosi degli Spurs lo chiamavano «Big Chiv»: oggi quel soprannome suona come un abbraccio collettivo.