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Indagò le Brigate Rosse e nel calcio sdoganò la prova televisiva per punire: ci lascia un grande uomo di legge

Dalle aule dei Tribunali ai lunedì della Serie A: la scomparsa dell’ex Giudice Sportivo racconta la metamorfosi del calcio italiano

GIUDICE SPORTIVO SERIE A - GIANPOALO TOSEL

Gianpaolo Tosel aveva 85 anni ed era stato giudice sportivo della Serie A dal 2007 al 2016

All’ingresso della Procura di Udine, in una mattina d’inverno, un fascicolo porta la sigla BR: è il tempo delle grandi inchieste, delle carte pesanti, della giustizia che incide. Anni dopo, un altro lunedì, stavolta di calcio, la firma è la stessa, Gianpaolo Tosel, ma cambia la scena: un fermo immagine rivela uno schiaffo a gioco fermo, una frase irriguardosa catturata da un microfono, un coro di curva che sfuma nel divieto. In quelle due immagini c’è la traiettoria di un magistrato che ha attraversato il Paese in toga e poi ha impresso alla Serie A un nuovo alfabeto disciplinare. Tosel è morto a 85 anni il 6 gennaio, e con lui se ne va l’architetto di una stagione in cui la giustizia sportiva ha imparato a usare i pixel delle telecamere come prova e a trattare la discriminazione sugli spalti come un confine da non oltrepassare.

UN PROFILO CHE NASCE NEI TRIBUNALI
Magistrato di lungo corso, Gianpaolo Tosel nasce a Udine il 26 ottobre 1940, si laurea in giurisprudenza e entra giovanissimo in magistratura. Da sostituto procuratore e poi da procuratore capo a Udine tra 1989 e 2000, si occupa di procedimenti ad alta sensibilità sociale, compresa l’inchiesta sul rapimento e l’omicidio di Giuseppe Taliercio (caso legato alle Brigate Rosse). Terminata la carriera in magistratura, ricopre anche il ruolo di difensore civico regionale. Un curriculum che non è un preludio ovvio al calcio, ma che spiega lo sguardo: il senso delle istituzioni, il rispetto delle norme, la capacità di alimentare un sistema con regole chiare. È questo capitale professionale a condurlo, nella metà degli anni Duemila, dentro la macchina disciplinare del pallone. 

LA CHIAMATA DELLA LEGA E IL DECENNIO IN PANCHINA NEL CALCIO
Nel 2007, su indicazione della Lega Nazionale Professionisti Serie A, Tosel diventa Giudice Sportivo del massimo campionato. Vi resterà fino alla fine del 2016, quando passerà il testimone al magistrato Gerardo Mastrandrea. Un decennio che, nel calcio italiano, coincide con una svolta culturale: l’uso sistematico della prova televisiva, il giro di vite sulle espressioni blasfeme, la codifica della discriminazione territoriale tra le condotte sanzionabili in modo esemplare. Non è solo un cambio di strumenti; è un’idea diversa di responsabilità. In assenza del VAR, introdotto in A solo dal 2017, la lente disciplinare diventa la clip del lunedì, i referti integrativi, le segnalazioni della Procura federale, i comunicati che entrano nell’immaginario collettivo come verdetti.

L'ATTO FONDATIVO: QUANDO LA PROVA TV SMETTE DI ESSERE ECCEZIONE
C’è una data che vale più di tante definizioni: 25 febbraio 2010. Da quel giorno le norme federali, aggiornate su impulso del CONI e della FIGC, fissano un principio chiave: per espressioni blasfeme ed episodi non visti dagli arbitri, scattano sanzioni anche attraverso la prova televisiva e le segnalazioni del procuratore entro il giorno feriale successivo. È il perimetro dentro cui Tosel si muove: applicare quel dettato in modo coerente, spesso controvento, perché il calcio non ama che una telecamera diventi giudice. Ma il combinato disposto di norme e prassi fa il resto: il lunedì diventa il giorno in cui gli episodi «sfuggiti» al campo trovano risposta. 

I CASI: IBRAHIMOVIC E DESTRO
1) Il 6 febbraio 2012 è il caso Zlatan Ibrahimovic. Il gesto è chiarissimo: uno schiaffo al volto di Salvatore Aronica durante Milan-Napoli, a gioco fermo. La squalifica è di 3 giornate per «condotta violenta», decisione che pesa sul calendario rossonero e che sottolinea una lettura rigorosa degli atti ufficiali: il fatto è rilevato dal collaboratore arbitrale, e il Giudice Sportivo, Gianpaolo Tosel, traduce in sanzione ciò che l’occhio ha colto e il referto ha certificato. In quel caso, la prova tv è cornice più che fondamento: conta il principio, chi colpisce a gioco fermo paga. 2) L’8 aprile 2014 tocca a Mattia Destro. L’attaccante della Roma rifila una manata a Davide Astori in Cagliari–Roma; in campo l’arbitro fischia un semplice fallo, ma su richiesta del Giudice Sportivo l’arbitro precisa via e-mail: l’episodio non è stato visto né da lui né dagli assistenti. Si apre la porta della prova tv: 3e giornate per condotta violenta, più una per somma di ammonizioni. Totale: 4 turni di stop. È uno dei provvedimenti più discussi del decennio, ma anche un paradigma: la tv non rigioca la partita; colma un buco di percezione dell’arbitro quando l’episodio è oggettivamente accertabile ex post. 

LE BESTEMMIE, DALLA RIMOZIONE CULTURALE ALLA SANZIONE
Se c’è un fronte su cui Tosel ha incarnato una discontinuità, è quello delle espressioni blasfeme. Nel calcio italiano per decenni si è tollerato ciò che altrove non avrebbe superato la linea rossa. Con l’entrata in vigore delle nuove norme FIGC del 2010 e le prime sanzioni, la giustizia sportiva prova ad alzare l’asticella culturale. Esempi? Il turno di stop a Nicola Pozzi per una bestemmia negli spogliatoi, gli episodi in Serie B come quello di Rolando Bianchi, punito in base a un audio chiaro. Non sempre la prova è sufficiente, senza audio, il labiale non basta, ma il messaggio è inequivoco: l’insulto al sacro diventa condotta sanzionabile al pari dell’offesa all’avversario. È una linea che solleva discussioni, perfino imbarazzi televisivi, ma sposta il baricentro del dibattito: non è questione di «coloritura» del linguaggio, è regola.

UN ADDIO CHE PARLA AL PRESENTE
Mentre il sistema sportivo discute oggi di confini, tra libertà d’espressione e offesa, tra agonismo e violenza, tra tifo e discriminazione, l’opera di Tosel ricorda che le regole non sono un recitativo posticcio ma la condizione di esistenza del gioco. Senza di esse, la partita diventa arbitrarietà; con esse, può diventare perfino migliore. Il suo decennio alla guida della giustizia della Serie A ha costretto tutti, club, allenatori, calciatori, tifosi, media, a prendersi sul serio. Anche quando ha fatto male. Soprattutto quando ha fatto chiarezza. È per questo che ricordarlo oggi non è un esercizio di nostalgia ma un atto dovuto al presente del nostro calcio: un presente che continua a chiedere giudici capaci di vedere oltre il risultato, istituzioni che non arretrano davanti all’impopolarità, e tifoserie educate a riconoscersi dentro un limite. Il limite non uccide la passione; la rende credibile.

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