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A 75 anni muore un simbolo del calcio gallese: sfiorò il Mondiale da allenatore e vinse due titoli d'Inghilterra

Dal campionato con il Leeds di Don Revie nel ’74 alla panchina del Galles che per poco non portò a USA ’94

Terry Yorath

Terry Yorath, leggenda del Leeds di Don Revie, muore all'età di 75 anni

Una stretta di mano all’uscita di Elland Road, un sorriso appena accennato e quell’aria da uomo che non ha bisogno di alzare la voce per farsi ascoltare. L’immagine di Terry Yorath che molti tifosi ricordano è questa: un capitano dal carisma quieto, più sostanza che apparenza, cresciuto nella bottega severa di Don Revie e diventato poi la guida di una nazionale, il Galles, che con lui ha riscoperto di poter sognare. Yorath è morto all’età di 75 anni dopo una breve malattia.

UNA CARRIERA FORGIATA AD ELLAND ROAD

Prima di essere il CT che portò il Galles a un passo dal Mondiale 1994, Terry Yorath è stato un mediano scolpito dal lavoro quotidiano. Entrò nel Leeds United da ragazzino e lì rimase per quasi un decennio, attraversando gli anni di una squadra che ha scritto il manuale della competitività inglese. Con la maglia bianca - dal 1967 al 1976 - ha totalizzato 199 presenze e 11 gol, mettendo la firma sul titolo di First Division nella stagione 1973-74 e partecipando a finali europee che hanno fatto epoca: Coppa delle Coppe 1973 e Coppa dei Campioni 1975. Non erano tempi per i deboli di cuore e Yorath non lo è mai stato: duttilità, senso della posizione, aggressività regolata dall’intelligenza. Un “allenatore in campo” ante litteram. Le cifre, per chi ama le prove, raccontano già tutto.

Dopo Leeds, l’itinerario lo portò al Coventry City e al Tottenham Hotspur, quindi un passaggio nella NASL ai Vancouver Whitecaps, e infine il ritorno in patria con Bradford City e una fugace apparizione da giocatore-allenatore allo Swansea City. Non club di passerella, ma stazioni di servizio per un centrocampista capace di alzare il livello di chi gli stava accanto: pressing, coperture, linee di passaggio chiuse con geometrica lucidità. La statura del professionista è nella costanza: dal 1967 a metà anni ’80, Yorath è stato sinonimo di affidabilità.

CAPITOLO GALLES: DALLE 59 PRESENZE AL "QUASI" MONDIALE DA TECNICO

L’altra metà della sua carta d’identità è la nazionale. Con il Galles il mediano di Grangetown, Cardiff ha messo insieme 59 presenze tra 1970 e 1981, molte delle quali da capitano. Non è solo un numero; è la testimonianza della fiducia ripetuta di CT diversi in un giocatore che non tradiva mai il compito. In un’epoca in cui il Galles sembrava destinato a passare sotto traccia, Yorath ha incarnato la continuità agonistica e il senso d’appartenenza.

Se il giocatore è stato un granitico costruttore di equilibrio, l’allenatore è stato un visionario pragmatico. Alla guida del Galles (prima part-time, poi a tempo pieno) tra 1988 e 1993, Yorath ha ricompattato un gruppo e lo ha spinto oltre il suo destino apparente: vittorie simboliche contro colossi come il Brasile e i campioni del mondo della Germania, e soprattutto un ranking FIFA balzato fino al massimo storico dell’epoca, la posizione n. 27 nell’agosto 1993. Poi la partita che nessun gallese dimentica: il 9 novembre 1993 a Cardiff, qualificazioni a USA ’94, Galles-Romania. Sul 1-1, il rigore di Paul Bodin contro la traversa, e a pochi minuti dalla fine il 2-1 rumeno che spegne il sogno. Una ferita sportiva che entrerà nelle narrazioni di famiglia, simbolo del crinale sottilissimo che separa l’impresa dalla delusione. Alla fine del ciclo, la FAW scelse di non rinnovargli il contratto: una decisione che fece rumore nell’opinione pubblica gallese e che lo stesso Yorath definì “un’umiliazione oltre ogni ragionevolezza”. Il resto è cronaca di un rapporto mai davvero chiuso con il popolo del drago.

OLTRE LA NAZIONALE: DALLO SWANSEA AL LIBANO

La traiettoria da allenatore ha un merito poco celebrato: la capacità di incidere in contesti diversi. Con lo Swansea City, da player-manager prima e poi da tecnico, Yorath guidò i gallesi al successo nei play-off di Quarta Divisione (1987-88), riportando entusiasmo e struttura. Seguì la parentesi al Bradford City, quindi il ritorno allo Swansea e il passaggio al Cardiff City nella metà degli anni ’90. La chiamata internazionale arrivò dal Libano: due anni, tra 1995 e 1997, per mettere ordine in una nazionale in cerca di identità, lasciando una traccia organizzativa che chi lavorò con lui riconosce ancora. L’ultimo capitolo in Inghilterra è con lo Sheffield Wednesday, nel biennio 2001-2002. Un allenatore che portava con sé l’idea di calcio imparata al Leeds: principi chiari, allenamenti severi, responsabilità diffuse.

L'UOMO DIETRO IL CAMPIONE

La biografia di Terry Yorath non è un santino: è il racconto di una vita che ha conosciuto colpi durissimi. Il 11 maggio 1985, il rogo di Valley Parade a Bradford, in cui morirono 56 persone, lo toccò da vicino quando lavorava nel club: lui e la sua famiglia si salvarono per un soffio, un trauma che lo segnò. Anni dopo, il dolore più grande: la morte del figlio Daniel, 15 anni, nel maggio 1992, per una cardiomiopatia ipertrofica non diagnosticata. Stava giocando a pallone con il padre in giardino quando si accasciò; un evento senza preavviso che avrebbe scavato una voragine negli Yorath e che spinse la famiglia, e la figlia Gabby Logan, a un impegno pubblico instancabile per la cultura dello screening cardiaco in età giovanile.

La spirale del lutto portò Yorath a una lunga, onesta battaglia con l’alcol. Nel 2004 fu protagonista di un grave incidente stradale mentre guidava in stato di ebbrezza: la giustizia inglese lo risparmiò dal carcere, comminandogli una squalifica di 30 mesi, una multa e lavori socialmente utili. Anni dopo, Terry parlò con lucidità di quel periodo, riconoscendo il proprio errore e la necessità di spezzare l’automedicazione del dolore: “La cosa migliore che ho fatto è stata smettere con lo Scotch”. La franchezza con cui ha raccontato la sua caduta e la risalita è un lascito educativo, soprattutto per un mondo come quello del calcio che spesso fatica a mettere le fragilità al centro del discorso.

L'EREDITÀ DI TERRY YORATH

Oltre al campo e alla panchina, resta l’immagine di un padre orgoglioso. Gabby Logan, oggi volto di punta del giornalismo sportivo britannico, ha più volte raccontato il peso del lutto e la necessità di trasformarlo in impegno civile. A casa Yorath, la parola “famiglia” non è mai stata di facciata: nella nota con cui è stata comunicata la scomparsa di Terry, i figli lo hanno ricordato come “un uomo quieto, gentile, un papà prima che un eroe del calcio”. Nel rito laico della memoria calcistica, sono spesso queste frasi—semplici, non retoriche—a dire tutto.

STILE E SOSTANZA: COSA LASCIA AL CALCIO

Che cosa resta del calciatore e dell’allenatore Terry Yorath al calcio di oggi? Almeno tre elementi chiave:

  1. L’idea che il centrocampista “da fatica” possa essere un ordinatore del gioco. Nella Leeds di Revie, Yorath interpretava il ruolo con una cura quasi artigianale: tempi di pressione, lettura delle seconde palle, posizione del corpo in uscita. In un’epoca che idolatrava la creatività, lui ricordava ogni giorno che la creatività è figlia dell’ordine.
  2. Il modello di leadership “bassa”, fatta di coerenza, non di proclami. Da capitano del Galles e poi da CT, era il primo a prendersi la responsabilità nelle serate complicate, il primo a parlare piano dopo una vittoria. È un tipo di guida che nel calcio ipermediatico è merce rara, ma sempre preziosa.
  3. Il coraggio di non rinnegare le fragilità. Il racconto pubblico delle sue battaglie personali, del bere usato come anestetico e poi messo via, è un gesto politico nel senso più alto: dice ai calciatori, agli allenatori e ai tifosi che l’eroe di campo è un essere umano, e che cercare aiuto non è una resa ma una tattica di sopravvivenza.

LEEDS-GALLES: UN FILO CHE NON SI È MAI SPEZZATO

Negli ultimi anni Yorath aveva continuato a frequentare Elland Road come “leggenda di casa”, raccontando ai tifosi le partite di ieri per spiegare quelle di oggi. Anche per questo, i messaggi di cordoglio arrivati dal mondo Leeds United hanno il timbro delle famiglie che perdono un parente. Sul fronte Galles, l’eco dell’impresa mancata nel 1993 non si è mai dissolta: non solo per la drammaturgia sportiva di quel rigore, ma per il senso di riscatto nazionale che quel ciclo aveva incarnato. È un merito che non si cancella.

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