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09 Gennaio 2026
Edoardo Bove vicino al Watford (INSTAGRAM @edo_bove)
È una mattina fredda di gennaio. Nella stanza spoglia di un centro sportivo londinese, a pochi passi dal Vicarage Road, due scarpini neri aspettano ordinati sotto una panchina. Accanto, una borsa medica con sensori e cavi. La mano scivola sul petto, appena sopra il cuore, dove un piccolo rigonfiamento racconta una storia più grande del calcio. Quel rigonfiamento è un defibrillatore sottocutaneo, e quel cuore è di Edoardo Bove, classe 2002. Da poche ore ha firmato la rescissione consensuale del contratto con la Roma per una sola ragione: tornare a giocare. Secondo indiscrezioni sempre più insistenti la sua ripartenza potrebbe chiamarsi Watford, attualmente in seconda serie inglese. È la premessa di un ritorno dal peso specifico umano enorme, che supera classifiche e statistiche e finisce dritto al centro di cosa significhi essere calciatore oggi.
Per capire come si sia arrivati qui bisogna riavvolgere il nastro a Fiorentina–Inter del 1° dicembre 2024. Al 17’ del primo tempo, il centrocampista – in quella stagione in prestito alla Fiorentina dalla Roma – crolla a terra. Panico, corsa dei sanitari, la partita viene sospesa. La diagnosi è di quelle che gelano il sangue: arresto cardiaco. Bove viene stabilizzato e trasferito all’ospedale Careggi di Firenze. Nei giorni successivi, tra esami e osservazioni, i medici decidono l’impianto di un ICD (Implantable Cardioverter Defibrillator), un dispositivo in grado di riconoscere e correggere aritmie potenzialmente fatali. È un passo quasi obbligato nel percorso clinico: l’intervento viene eseguito il 10 dicembre 2024, le dimissioni arrivano attorno al 13 dicembre. Il dispositivo – specificano i medici – è di tipo “removibile”, quindi in teoria estraibile in futuro, se e solo se tutti i controlli confermassero condizioni compatibili e sicure. In quel momento, però, una realtà è chiara: con un ICD in sede, in Italia l’idoneità sportiva agonistica per un calciatore professionista non si ottiene.
La vicenda di Bove riaccende un tema che avevamo già visto con Christian Eriksen e che riguarda il rapporto tra norme medico-sportive italiane, tutela della salute e il diritto dell’atleta a scegliere. La cornice regolatoria nel nostro Paese è rigorosa: i protocolli di medicina dello sport e l’interpretazione degli organismi preposti all’idoneità orientano verso il diniego in presenza di un defibrillatore sottocutaneo, soprattutto negli sport di contatto. È una linea storicamente prudenziale – più prudenziale rispetto ad altri campionati – nata per minimizzare i rischi legati a recidive e traumi sul dispositivo. In altre nazioni, invece, l’approccio è differente: il giocatore, dopo un percorso di controlli e responsabilizzazione formale, può essere autorizzato a scendere in campo. Non è un caso che Eriksen abbia ripreso a giocare in Premier League e che un altro caso noto come Daley Blind abbia proseguito la propria carriera nei Paesi Bassi e poi in Spagna. Al tempo stesso, parte della cardiologia sportiva italiana ricorda che non esiste un “divieto assoluto” calibrato sul dispositivo in sé: contano la patologia sottostante e la tipologia di sport. Ma ai fatti, per il calcio professionistico di contatto, l’asticella della prudenza resta molto alta.
Sul piano sportivo e contrattuale, il percorso di Bove è lineare e insieme coraggioso. Dopo il prestito alla Fiorentina nell’estate 2024, il rientro “amministrativo” alla Roma si è scontrato con la realtà dei protocolli italiani e dell’assenza di idoneità. Di qui l’idea – maturata nei mesi – di una rescissione consensuale con i giallorossi per svincolarsi e poter firmare con un club estero. Negli ultimi giorni la discussione con la Roma è entrata nel vivo ed è arrivata alla conclusione: Bove ha salutato Trigoria stringendo la mano a chi, fin dalle giovanili, lo ha accompagnato nella crescita. La tappa successiva, stando alle notizie più accreditate di mercato, porta al Watford: un progetto che unisce serietà, tempi di reinserimento graduali e la possibilità di lavorare con staff preparati a gestire una condizione medica particolare. La logica è condivisa da tutti gli attori coinvolti: ridare priorità alla salute, senza rinunciare all’ambizione di giocare.
Il defibrillatore sottocutaneo non è un “semplice” pacemaker. È un sistema attivo che monitora il ritmo cardiaco e, quando intercetta determinate aritmie gravi (come la fibrillazione ventricolare o la tachicardia ventricolare), interviene con una terapia elettrica per ripristinare il ritmo. Per molti pazienti, atleti compresi, rappresenta una rete di sicurezza essenziale. La presenza dell’ICD non elimina il rischio alla radice, ma lo governa; impone controlli regolari, un follow-up scrupoloso e una gestione condivisa con cardiologi sportivi. In caso di sport di contatto, c’è un tema ulteriore: la possibilità che un colpo diretto o ripetuti micro-traumi danneggino il dispositivo o i suoi componenti. Ecco perché in Italia la combinazione “ICD + calcio professionistico” è vista con estrema cautela. All’estero, la valutazione rischi/benefici è spesso interpretata in modo diverso, dentro protocolli che prevedono consenso informato rafforzato e responsabilità condivisa tra club, medici e atleta.
La scelta del Watford – club inglese storicamente attento al rapporto tra performance e salute – appare sensata per diverse ragioni. La Championship - dimensione attuale degli Hornets di Javi Gracia, attualmente sesti in classifica e in piena lotta promozione - propone un calendario fitto ma anche la possibilità di gestire il giocatore con gradualità, senza forzare un rientro immediato e totale. Soprattutto, il quadro regolatorio della FA consente di valutare caso per caso, con protocolli specifici e un percorso di responsabilizzazione dell’atleta. Bove arriverebbe dopo oltre 13 mesi senza gare ufficiali, con una condizione da costruire passo dopo passo. Non si tratta di “far numero”: si tratta di progettare un reinserimento vero, monitorato, sostenibile. Il valore tecnico di Bove – centrocampista moderno, dotato di gamba, letture e qualità associate – resta intatto. Il valore umano, ora, vale anche di più.
Sul piano tecnico, Bove è un interno “ibrido” capace di coprire metri, strappare quando serve e giocare corto-lungo con buona pulizia. Sa partecipare alla prima costruzione, ma dà il meglio quando può leggere la seconda palla e arrivare negli spazi. Al Watford (o nel contesto inglese che lo accoglierà) può crescere nel ritmo alto e nella transizione, due aspetti in cui il campionato britannico è una palestra formidabile. In Italia ha già mostrato un buon temperamento, una disciplina tattica che gli consente di interpretare più compiti a centrocampo e una disponibilità a mettere il collettivo davanti al singolo. Dopo l’esperienza – breve ma intensa – alla Fiorentina, l’Inghilterra può essere il luogo dove rimettere in fila minuti, fiducia e prospettive.
La parabola di Edoardo Bove è personale e collettiva. Parla di prevenzione, di primo soccorso in campo – ricordiamolo: la prontezza di compagni, arbitri e personale sanitario, insieme alla presenza di un defibrillatore esterno a bordo campo, può salvare una vita – e di come la tecnologia, quando guidata da scienza e buon senso, permetta percorsi impensabili fino a pochi anni fa. Parla di regole, che servono e vanno rispettate, ma che possono e devono essere discusse alla luce di nuove evidenze cliniche. Parla di ragazzi che inseguono un pallone e si ritrovano, d’un tratto, a misurare la propria fragilità. E parla di un calcio che, per una volta, può scegliere di aspettare, proteggere e accompagnare.
Oggi, quelle due scarpe nere sotto la panchina aspettano ancora. Ma non per molto. Se tutto andrà come deve, presto torneranno a calcare l’erba. E quel piccolo rigonfiamento sul petto – anziché un limite – diventerà il promemoria quotidiano di una seconda occasione.