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Fra punti d'intervento «evanescenti» e il bisogno di formazione specifica: l'ex arbitro critica il VAR

Il concetto di "chiaro ed evidente", la possibilità di un pool di esperti: le proposte di Gianpaolo Calvarese per migliorare lo strumento

Gianpaolo Calvarese

Gianpaolo Calvarese, ex arbitro con esperienze internazionali, ora opinionista televisivo

Prima del 2018 nessuno si sarebbe immaginato un futuro in cui i tifosi aspettano, trepidanti, in un campo senz'arbitro. Il direttore di gara davanti a un monitor, a valutare. In mano, la possibilità di cambiare le sorti della sfida in un attimo. Sia per un rigore, sia per un cartellino rosso. La decisione si sposta dal prato a un limbo di immagini rallentate, di contatti scomposti in frame, di “chiaro ed evidente” errore. È qui che l’ex direttore di gara Gianpaolo Calvarese individua il nervo scoperto del nostro calcio: la non uniformità. È il sintomo di un sistema in cui la soglia d’intervento del VAR è diventata, per usare la definizione dello stesso Calvarese, “evanescente”, mobile, faticosa da decifrare persino per gli addetti ai lavori. L’aumento delle On Field Review (OFR) anche su episodi dubbi sta trasformando la tecnologia in una moviola permanente.

"CHIARO ED EVIDENTE", MA È DAVVERO COSÌ?

Sulla carta, la bussola esiste. Il Protocollo VAR dell’IFAB stabilisce che il video può intervenire soltanto per correggere un “clear and obvious error” o un “serious missed incident” in quattro aree: gol, rigori, cartellini rossi diretti, scambio d’identità. E aggiunge due pietre angolari: l’arbitro deve sempre prendere una decisione e la decisione originaria non si cambia se la revisione non mostra un errore “chiaro ed evidente” (anche quando l’indicazione viene da un assistente). In più, la decisione finale resta dell’arbitro di campo. Principi limpidi, codificati e noti.

Nella pratica, però, il confine tra correzione dell’errore e re-refereeing (ossia ri-arbitrare un episodio al monitor) si fa sottile. Non solo in Italia: già anni fa figure di vertice del mondo regolamentare sottolineavano che, se servono dieci camere e linee millimetriche per ribaltare la decisione in campo, forse non è il caso di farlo.

IL PARADOSSO ITALIANO

I numeri della Serie A 2024/2025 offrono uno sfondo utile: 136 interventi VAR che hanno corretto errori di campo, con una media di 0,36 per gara, a fronte di 2.065 “silent check” (oltre 5 per partita). Le OFR sono state 72. La percentuale di errori “sanati” ha sfiorato il 91%, in leggero calo rispetto al passato. È un quadro che conferma l’utilità dello strumento ma segnala anche una dinamica: l’intervento non è raro, e la revisione a bordo campo non è affatto eccezione.

Il trend del 2025/2026, almeno fino a novembre 2025, ha acceso spie più allarmanti: su 50 errori iniziali, 42 sarebbero stati corretti dal VAR, pari a circa l’84%, contro il 92% dell’anno precedente. E già 8 episodi “sfuggiti” in 11 giornate, più della metà del totale registrato in tutta la stagione 2024/2025.

LA POSIZIONE DI ROCCHI

Nel discorso di Calvarese c’è un rimando implicito alle parole del designatore di Serie A, Gianluca Rocchi. Nella scorsa primavera Rocchi aveva più volte sostenuto l’idea che, nelle fasi decisive della stagione, sarebbe stata meglio "un'On Field Review in più che una in meno". Un’impostazione nata per aumentare la tutela dell’episodio “pesante”, ma che – letta sul campo – ha favorito richiami anche su situazioni grigie, con l’effetto di trasformare il VAR in moviola.

A fine 2025, lo stesso Rocchi ha fatto mea culpa e messo il freno: «Quando parlavo di un OFR in più, intendevo due, tre, quattro casi in un’intera stagione. Non che al primo dubbio si mandi l’arbitro al monitor, altrimenti è un cataclisma». La rettifica, arrivata dopo una gara rovente come Milan–Lazio e il dibattito su un richiamo giudicato eccessivo, va nella direzione indicata dallo stesso Protocollo IFAB: l’OFR deve restare uno strumento per errori “seri”, non un passaggio quasi automatico.

TRASPARENZA

Sul fronte della comunicazione, l’Italia è stata pioniera con Open VAR, il format su DAZN nato nel settembre 2023 grazie all’accordo tra FIGC, AIA e Lega Serie A: per la prima volta si ascoltano gli audio tra arbitro e sala VAR – con una settimana di ritardo per ragioni regolamentari – e il designatore spiega clip e decisioni. È un passo avanti nella trasparenza, confermato nelle stagioni successive. Ma quando la soglia d’intervento non è condivisa, anche l’audio rischia di generare nuove polemiche.

Nel 2025 la Serie A ha inoltre annunciato un esperimento atteso: gli arbitri annunceranno in diretta allo stadio e in TV le decisioni dopo le revisioni VAR, con un linguaggio uniforme definito dal designatore. L’obiettivo è rendere le scelte più comprensibili e immediate, riducendo zone d’ombra e malintesi. Una mossa in linea con quanto già visto in altri campionati, che però da sola non risolve il nodo tecnico: se la soglia resta ballerina, la stessa spiegazione rischia di mutare significato di settimana in settimana.

FORMAZIONE SPECIFICA E COERENZA

Tra le proposte di Calvarese c’è un punto cruciale: la formazione. Non basta “reimpiegare” arbitri davanti ai monitor; serve un gruppo di specialisti che conosca profondamente il gioco, sappia distinguere la fisicità fisiologica dai falli punibili, riconosca le priorità del protocollo e mantenga una soglia d’intervento alta. Lo stesso Rocchi ha dichiarato di lavorare alla creazione di un gruppo dedicato di VAR, per aumentare competenze e continuità. È un passaggio non secondario, perché la “coerenza” nasce anche da linguaggi condivisi, tempi simili di valutazione e standard che non oscillino da una cabina all’altra.

Se le parole “chiaro ed evidente” sono l’architrave del protocollo, il dibattito italiano ruota tutto attorno alla definizione operativa di chiaro ed evidente. Un contatto spalla-spalla con mano appoggiata è “chiaro ed evidente”? Una trattenuta breve, lontana dal pallone ma “funzionale” all’azione, è “chiaro ed evidente”? Qui le idee portate avanti dall'ex fischietto di Teramo diventano decisivi: serve una grammatica condivisa tra campo e monitor, in cui la lettura “alla velocità del calcio” resti prioritaria rispetto al fermo immagine, riservata ai soli aspetti fattuali (punto di contatto, posizione, fuori/entro il campo), come suggerisce l’IFAB. Non è un caso che Calvarese sottolinei la necessità di “cluster” tecnici e di un lavoro che renda uniformi (per quanto possibile) le risposte a casi-tipo ripetuti. La coerenza, in questo senso, non significa omologare ogni situazione – nel calcio non si può – ma ridurre la variabilità “incomprensibile” tra episodi simili a distanza di pochi giorni.

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