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10 Gennaio 2026
WREXHAM • Un'impresa che alla distanza porta il nome anche del co-proprietario Ryan Reynolds
L’ultimo responso arriva quando le mani di Arthur Okonkwo spingono via l’ultimo pallone dagli undici metri. Un boato scuote lo Stok Cae Ras – Racecourse Ground, la casa del Wrexham. È il 9 gennaio 2026, fa freddo nel nord del Galles, ma l’aria è caldissima: il Nottingham Forest è fuori dalla FA Cup, eliminato ai rigori dopo un 3-3 che ha alternato dominio, sbandamenti e colpi da fuoriclasse. Dall’altra parte della balaustra, tra sciarpe e telefoni alzati, c’è anche Ryan Reynolds, attore e co-proprietario del club assieme a Rob McElhenney, che abbraccia i tifosi come uno di loro. E sulla linea di porta c’è il protagonista: Okonkwo, due parate dal dischetto e la consapevolezza di aver firmato un’impresa che, a 26 anni dall’ultima vittoria contro una squadra di massima serie in Coppa, riaccende l’epica dei Dragoni. E dove poteva avvenire se non in FA Cup, quella coppa che accende sogni e speranze di tutta la Gran Bretagna calcistica dal 1871.
La partita sceglie subito di essere fuori dagli schemi. Il Forest pensa di averla sbloccata al 17’: destro acrobatico di Douglas Luiz e rete. Tutto inutile: l’arbitro Paul Tierney annulla per un controllo di braccio. Un episodio che pesa perché, da lì in avanti, il Wrexham capisce che può ferire. Alza un pressing intelligente, ruba una palla alta con George Dobson e prepara il colpo. Al 37’ è Liberato Cacace a infilare a fil di palo per l’1-0; tre minuti più tardi, al 40’, è Oliver “Ollie” Rathbone a raddoppiare con freddezza dopo essersi liberato di Morato. In dieci minuti, lo stadio diventa una cassa di risonanza e la squadra di Phil Parkinson rientra all’intervallo sul 2-0, risultato che fotografa bene l’energia gallese e la disunione di un Forest ruotato in profondità.
Il dato che accompagna la serata è chiaro: otto cambi operati da Sean Dyche rispetto al successo in campionato in settimana. Scelta comprensibile per calendario e gerarchie, ma che lascia i Tricky Trees con automatismi sfilacciati e poca leadership in mezzo. Lo dirà lo stesso Dyche a gara finita, definendo “inaccettabile” il primo tempo.
La ripresa si apre con il Forest che alza la qualità sui corridoi esterni e trova il varco giusto: al 64’ Igor Jesus svetta di testa e riapre il match, 2-1. Il Wrexham non arretra di un metro: su palla inattiva e con grande attacco al primo palo, al 74’ è Dominic Hyam a riportare i gallesi a +2. Sembra il colpo che spezza la partita, ma l’ingresso di Callum Hudson‑Odoi muta l’inerzia: prima accorcia al 76’, poi, all’89’, trova la volée che vale il 3-3 e spinge tutti ai supplementari. È la fotografia perfetta di una gara capace di cambiare umore in pochi giri di lancette.
I 30 minuti extra raccontano una squadra di casa che gestisce con coraggio le onde e un’ospite che prova a colpire in transizione. Ci sono riflessi di Okonkwo su un destro di Neco Williams, una mischia spazzata via all’ultimo e qualche brivido su piazzato. Ma la sensazione è che il Wrexham sia mentalmente pronto alla lotteria dei rigori.
Quando tutto si concentra a 11 metri, la serata trova il suo eroe. Il Wrexham parte bene, ma inciampa: James McClean calcia alto il secondo penalty e lo stadio trattiene il fiato. È lì che Arthur Okonkwo cambia la storia: prima si distende e toglie dall’angolo il tiro di Igor Jesus, poi si supera ancora sul tentativo di Omari Hutchinson, quello che avrebbe portato la serie a oltranza. Il tabellone si ferma sul 4-3 per i gallesi, con trasformazioni pesanti di uomini d’esperienza come Jay Rodríguez, e lo stadio esplode. Il Wrexham va al quarto turno, il Forest saluta.
La notte del Racecourse Ground ha anche il peso delle cifre. Gli spalti registrano 10.603 presenti, una coda di festa che travolge la città. Il Wrexham firma il primo successo su una club di Premier League in FA Cup da 26 anni e lo fa da squadra di Championship, cioè dopo una risalita che lo ha portato dalla National League alla seconda serie in tre stagioni, alimentata da investimenti mirati e da un progetto tecnico identitario. Il tutto sotto la guida di Phil Parkinson e con l’energia mediatica e manageriale della proprietà affidata a Rob McElhenney e Ryan Reynolds.
Al fischio finale, le telecamere catturano proprio Reynolds che saluta i tifosi: non è solo folklore. La governance dei proprietari, aver messo il club al centro di una narrazione globale senza smarrirne l’anima, ha portato pubblico, sponsor, ricavi e, soprattutto, la possibilità di costruire una rosa competitiva. Ma a fare davvero la differenza, in notti come questa, sono i dettagli di campo.
La FA Cup non è solo un tabellone: è un ecosistema emotivo e sportivo capace di inglobare 446 club dall’agosto precedente e di ricordare, ogni anno, che la gerarchia non è un destino. Il Wrexham entra al quarto turno con slancio, portandosi dietro il valore economico e simbolico di un passaggio che aumenta visibilità, vendite matchday e appeal verso sponsor e tv. Per una società che ha fatto della connessione con la propria comunità un asset, partite come questa sono benzina.
Il quarto turno apre scenari intriganti per i Dragoni: un’altra grande da affrontare con leggerezza e convinzione oppure un accoppiamento più “umano” per spingere il sogno ancora avanti. Intanto, il percorso in Championship resta solido e la striscia positiva si allunga. Il Forest, invece, rientra in campionato con un monito utile: le rotazioni sono un’arte, non una necessità; servono principi assodati per reggere l’onda emotiva della competizione più antica e affascinante del mondo.