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10 Gennaio 2026
“Un colpo di vento al Moss Rose”: Macclesfield di sesta serie fa fuori i campioni della FA Cup, Crystal Palace
La prima immagine è una linea d’ombra: il sole d’inverno taglia il Moss Rose e acceca la difesa dei detentori. Sulla fascia, una parabola morbida di Luke Duffy scivola verso il secondo palo. A 43’ il capitano, Paul Dawson, si stacca dal marcatore e piega il collo: palla nell’angolo lungo, la gente appesa alle balaustre, la curva da poco più di 5.000 posti esplode in un boato che non è solo gioia: è rivalsa, memoria, futuro. Lo chiamano football di coppa, ma in Cheshire ieri ha avuto il suono di una promessa mantenuta. Il Macclesfield FC, club di sesta divisione e rifondato nel 2020, ha eliminato con un clamoroso 2-1 il Crystal Palace, campione in carica della FA Cup, e lo ha fatto senza tremare, reggendo all’assalto finale e scrivendo una pagina che entrerà tra le più clamorose del torneo più antico del mondo. Il tutto a poche ore da un'altra impresa, quella del Wrexham che ha eliminato il Nottingham Forest nella pazza serata di ieri. That's football.
Il contesto, già di per sé inverosimile, racconta una discontinuità statistica che spiega il senso epocale della serata: era dal 1909 che i detentori della coppa non venivano eliminati da un club “non-league” (allora i Wolves campioni uscirono contro il… Crystal Palace, a chiudere un cerchio che il destino ha riallineato 117 anni dopo).
L’idea di John Rooney – sì, il fratello minore di Wayne – è chiara dal primo minuto: blocco medio-basso, riaggressione feroce sul primo controllo e palla a cercare subito le corsie. Il Palace prova a imporre ritmo e volume, ma il Macclesfield non si scompone. L’episodio che spacca il set è al 43’: cross a rientrare di Duffy, Dawson si posiziona sul secondo palo e indirizza di testa in buca d’angolo. 1-0. A inizio ripresa Glasner prova a correggere inserendo qualità ed esperienza dalla panchina – tra gli altri Will Hughes e un acquisto di peso come Brennan Johnson – ma l’inerzia non cambia. Al 60’ (per alcuni tabellini 61’) il raddoppio: mischia in area, tiro sporco che diventa assist, e il tocco sotto misura di Isaac Buckley-Ricketts gela Walter Benítez. 2-0.
Nel forcing finale il Palace si rimette in carreggiata grazie a una punizione meravigliosa di Yeremy Pino al 90’, ma i sei minuti di recupero non bastano a raddrizzarla. Triplice fischio: invasione pacifica di campo e una gioia contagiosa che la televisione restituisce nei volti, nelle lacrime, nei telefonini sollevati al cielo. Macclesfield al quarto turno, i campioni fuori.
Per capire la portata di questo risultato, bisogna riavvolgere. Il nome “Macclesfield” evoca antiche salite e dolorose cadute. Nel settembre 2020 il tribunale fallimentare ordina la liquidazione del vecchio Macclesfield Town per debiti oltre le 500.000 sterline. A ottobre dello stesso anno, l’imprenditore locale Rob Smethurst rileva le ceneri, rifonda come Macclesfield FC, investe milioni nella ristrutturazione del Moss Rose e in un modello sostenibile: pitch sintetico affittabile, hospitality, centro fitness, ristorazione. È la base per il rilancio. In pochi anni arrivano promozioni in serie: dalla nona alla sesta serie con tre salti in quattro stagioni, e 2025 come approdo in National League North. Il resto lo fa una gestione più moderna dei ricavi: nel loro ultimo report il club indica entrate in crescita fino a circa 2,4 milioni di sterline.
Sul campo, la mano di John Rooney si vede: compattezza, palle inattive curate, sfruttamento intelligente delle catene laterali. Ma la chiave della fiaba è anche nel percorso: per arrivare al terzo turno – la vetrina riservata ai club di Premier – i Silkmen hanno cominciato nelle qualificazioni, superando in sequenza Atherton LR, Nantwich Town, Stamford AFC, AFC Totton e Slough Town. Un viaggio lunghissimo, ripagato dalla più iconica delle serate.
A fine gara Oliver Glasner ha ammesso – con l’onestà che lo contraddistingue – di non aver visto nel suo Crystal Palace la qualità e la fame necessarie a rimettere in piedi la sfida. Il dato più sorprendente è la sterilità di una squadra che pure, nel 2025, ha spezzato un tabù storico alzando la FA Cup contro il Manchester City. Che questo sia un passaggio a vuoto o l’inizio di una piccola crisi dipenderà dalle prossime settimane, ma la sconfitta di Macclesfield si inserisce in una serie di risultati non brillanti dell’inverno e riapre un tema di gestione dei momenti e di profondità della rosa.
La fotografia dei numeri è severa: possesso palla ampissimo ma poche occasioni realmente pulite create e un Palace costretto a rincorrere la partita “alla fine”, con il rischio di pagare in termini di fiducia e narrativa pubblica. Da detentori, l’eliminazione al terzo turno contro un’avversaria non-league resterà una cicatrice, a prescindere dal curriculum recente.
Nel tracciato emotivo della serata si inserisce anche la figura di John Rooney, 35 anni, che a Macclesfield ha trovato un laboratorio ideale. Il cognome è pesante, ma il percorso è suo: linee corte, lavoro sulle palle inattive, capacità di “preparare l’imponderabile” nelle partite da dentro o fuori. Non è un caso che abbia governato la gestione psicologica di un gruppo che, al fischio finale, ha reagito con euforia ma senza smarrire il rispetto per l’avversario. La community locale lo ha abbracciato, e la sua leadership appare oggi il valore più grande di una squadra che, sulla carta, ha un monte ingaggi e un valore di rosa infinitamente inferiori al Palace. Basti pensare che, nei raffronti pubblici pre-gara, il portale specializzato elencava un valore complessivo del Palace nell’ordine delle centinaia di milioni di euro, mentre per il Macclesfield non compariva nemmeno una stima complessiva, segno di un mercato quasi inesistente su quel livello: il divario economico è la vera cifra del miracolo.
A dare profondità al racconto c’è poi l’anima del club: Rob Smethurst, imprenditore che ha rimesso in piedi la società dopo il crack, investendo oltre 4 milioni di sterline per rinnovare lo stadio e costruendo un modello che oggi genera ricavi diversificati (in primis dall’utilizzo del campo sintetico e dall’hospitality). Il quadro finanziario più recente parla di 2,4 milioni di entrate annuali: non bastano da soli a spiegare un 2-1 ai campioni, ma contestualizzano il peso specifico di ciò che è successo.
Tutti elementi che certificano la grandezza dell’evento ben al di là della retorica romance: questa è storia verificabile, non solo sentimento.
Dal secondo turno di qualificazione fino al terzo turno contro il Palace: un percorso iniziato in settembre tra campi di provincia, passando per Atherton LR, Nantwich, Stamford, AFC Totton, Slough. A ogni step un premio in prize money e un pezzo di consapevolezza in più.
In un calcio spesso polarizzato da finanza e algoritmi, ieri a Macclesfield è tornata a valere una regola semplice: contano ancora le idee, il lavoro, i dettagli. E quel brivido primordiale che si chiama coppa.
La scena finale, con i ragazzini che corrono sotto la Star Lane End e i veterani che si abbracciano con gli occhi lucidi, è la fotografia definitiva: un club rifondato sei anni fa, risalito un gradino alla volta, ha fermato una campionessa in carica sette mesi dopo Wembley. E lo ha fatto senza alibi per gli altri: meritatamente. Se la FA Cup esiste per ricordarci che il calcio è imprevedibile, comunitario e democratico, il Macclesfield–Palace del 10 gennaio 2026 valga come manifesto. Le grandi storie non hanno bisogno di effetti speciali: basta un cross disegnato nel sole d’inverno, un capitano che ci crede e uno stadio che vibra come un diapason. Il resto, come sempre, lo scrivono le persone.