Lutto
12 Gennaio 2026
Rolland Courbis aveva 72 anni e iniziò la sua carriera di allenatore nel 1986 al Tolone (foto FB Olympique de Marseille)
C’è un’immagine che restituisce la misura di Rolland Courbis: un cappotto scuro al freddo di Mosca, lo sguardo fissato su un campo che sembra infinito, il tabellone che scandisce un verdetto severo: 3-0. È il 12 maggio 1999, finale di Coppa UEFA al Luzhniki. L’Olympique Marsiglia che lui guida s’infrange contro il Parma dei grandi, ma quel giorno, più di altri, fotografa il suo calcio: schietto, frontale, senza alibi. Venti anni dopo, la sua voce si era fatta radio, televisione, conversazione popolare. Oggi, quel timbro marcatamente marsigliese si è spento per sempre: Courbis è morto a 72 anni nella mattina di lunedì 12 gennaio 2026, la notizia è stata resa pubblica da RMC e confermata dai familiari. A darne annuncio in diretta è stato il direttore generale Karim Nedjari. Una delle voci più riconoscibili del calcio francese se n’è andata, lasciando dietro di sé una scia di storie, titoli e dibattiti.
UN MARSIGLIESE CHE HA VINTO DA CALCIATORE E HA LASCIATO IL SEGNO DA ALLENATORE
Nato a Marsiglia il 12 agosto 1953, Courbis ha vissuto una carriera calcistica bifronte. Da calciatore, è stato un difensore con senso dell’anticipo e carattere, cresciuto nell’OM e transitato da Ajaccio, Olympiacos, Sochaux, Monaco e Tolone. La sua bacheca conta tre campionati di Francia: il primo con l’Olympique Marsiglia nel 1972, gli altri due con l’AS Monaco nel 1978 e nel 1982. Con i monegaschi arrivarono anche una Coppa di Francia nel 1980 e, sul finire della carriera, il salto di categoria con il Tolone. Tracce di un calciatore solido, più operaio che barocco, che avrebbe trasferito in panchina la stessa etica concreta.
LA SECONDA VITA
Il passaggio alla panchina è del tutto naturale. Da tecnico, il suo percorso è stato un pellegrinaggio attraverso città e identità calcistiche differenti: SC Toulon, US Marseille Endoume, Girondins de Bordeaux, Toulouse FC, Olympique Marsiglia, RC Lens, AC Ajaccio, una parentesi negli Emirati con l’Al-Wahda, una puntata russa con l’Alania Vladikavkaz, e poi Montpellier HSC, la nazionale del Niger, un’esperienza in Svizzera con il Sion, un’avventura in Algeria con l’USM Alger, fino al ritorno a Montpellier e all’ultima tappa in Ligue 1 al Rennes nel 2016. Una geografia calcistica che dice tutto: Courbis non era il tipo da stare fermo, preferiva il fronte della tempesta.
MOSCA 1999: LA SERATA CHE LO CONSEGNÒ ALLA MEMORIA COLLETTIVA
La sua immagine pubblica, in Francia e fuori, resta legata soprattutto a quell’OM che riportò in una finale europea nel 1999. Una cavalcata che restituì orgoglio a una piazza travolgente. All’ultimo atto, però, l’OM (nonostante la presenza in rosa di giocatori del calibro di Laurent Blanc, l'ex Juventus Fabrizio Ravanelli, Christophe Dugarry e Daniel Bravo) si scontrò con un Parma imperiale: Crespo, Vanoli e Chiesa firmarono il 3-0 che consegnò ai gialloblù la seconda Coppa UEFA della loro storia. Sullo sfondo, il gelo di Mosca e un Luzhniki con oltre 61.000 spettatori, la cornice di un’epoca in cui l’Italia dettava legge in Europa. Per Courbis, più che una sconfitta umiliante, fu la prova del suo coraggio tattico: accettare l’uno contro uno contro una squadra di campioni, riconoscendo a fine gara il valore dell’avversario senza cercare alibi. Un’immagine perfetta della sua personalità.
L'ALLENATORE CHE PARLAVA CON LA GENTE
Dopo quasi quattro decenni tra campo e panchina, Courbis trova una seconda, popolarissima vita dietro il microfono. Dal 2005 diventa una delle colonne di RMC: parla di calcio come si parla al bar, ma con il rigore di chi ha vissuto spogliatoi e panchine. Una «grande voix», direbbero in Francia: in radio e tv, dove dal 2024 entra nella squadra de L’Équipe du Soir” Negli ultimi mesi appariva affaticato, ma non aveva rinunciato al suo spazio di parola. L’impatto mediatico è tale che la notizia della sua morte scuote l’intero movimento: club, colleghi e amministratori locali lo celebrano come un personaggio capace di rendere l’analisi un’arte della conversazione.
RENNES, LA GENERAZIONE CHE AVANZA
Nel 2016, alla guida del Rennes, Courbis incrocia una generazione brillante. Tra questi c’è Ousmane Dembélé, appena diciottenne, talento scintillante e carattere da maneggiare con attenzione. Courbis lo difende, lo stimola, lo stana pubblicamente quando ritiene che debba crescere nella gestione delle energie e delle attenzioni che lo circondano. È il suo modo diretto: un allenatore che forma attraverso il confronto. Di Dembélé dirà più tardi che è «incomprensibile» a tratti, ma ne riconosce il potenziale tecnico altissimo. Sotto le luci di Rennes, tra marzo e aprile di quell’anno, si consuma la metamorfosi del ragazzo in uomo-spogliatoio, osservato dai giganti d’Europa.
IL LUTTO DEL CALCIO FRANCESE
La notizia della morte di Courbis ha scosso la Francia calcistica. Le redazioni di sport, da L’Équipe alle agenzie, hanno raccontato la scomparsa con la gravità dovuta a una figura che ha attraversato mezzo secolo di pallone. In radio, Karim Nedjari ha usato parole semplici, come si fa quando la perdita è familiare: ha ricordato il franc-parler, la vicinanza con gli ascoltatori, la capacità di «trasformare l’analisi in arte della conversazione». Dalle città che ha toccato, Marsiglia, Bordeaux, Montpellier, Rennes, i messaggi si sono fatti subito corali. È il segno che Courbis non apparteneva a un solo club: apparteneva a un certo modo di vivere il calcio.
COSA RESTA OGGI
Resta un professionista che ha attraversato il calcio francese da giocatore, allenatore e comunicatore, sempre con la stessa identità. Resta la fotografia di Mosca: il cappotto, il respiro che fa fumo, l’OM che perde e un uomo che non si nasconde. Resta l’accento marsigliese, le frasi che non cercavano la polvere sotto il tappeto, i giovani da accompagnare senza retorica. Resta, soprattutto, la certezza che il calcio è relazione: tra chi gioca e chi guarda, tra chi racconta e chi ascolta. In questo, Rolland Courbis è stato un costruttore. Se c’è un modo per salutarlo, è tornare a quella finale. Non per il punteggio, ma per il coraggio di esserci arrivati e di averla giocata a viso aperto, accettando la differenza e indicando la strada per colmarla. È la stessa lezione che ha provato a lasciare a chi lo ascoltava al microfono: il calcio non è mai finito finché c’è una buona idea da provare. E quella, per lui, era spesso la prossima.