Lutto
13 Gennaio 2026
In uno Stamford Bridge fradicio di fango, senza una telecamera a fissarne la memoria, un terzino con la maglia numero 9 parte “da appena fuori area” e corre per quasi tutto il campo, salta avversari, anticipa l’uscita del portiere Gordon Banks e tocca il pallone in rete. È il 15 marzo 1965, primo atto di una finale di Coppa di Lega ancora giocata su due partite. Quel coast‑to‑coast, che regalerà al Chelsea un vantaggio di 3-2 destinato a valere il trofeo, passerà alla leggenda come “il gol più bello mai visto”. L’autore è Eddie McCreadie, morto all’età di 85 anni il 12 gennaio 2026. Un difensore che seppe essere ala per una notte, capitano senza fascia, e poi allenatore di una rifondazione affidata a ragazzi, rigore e idee. Il club londinese lo ha salutato definendolo “una delle grandi figure della nostra storia”.
Nato a Glasgow il 15 aprile 1940, Edward Graham “Eddie” McCreadie arriva al Chelsea nell’aprile 1962 dall’East Stirlingshire per circa 5.000 sterline, primo colpo del manager Tommy Docherty. In breve diventa il terzino sinistro titolare, con una corsa aggressiva e un tempismo negli interventi che fanno da marchio di fabbrica a una squadra giovane e innovativa, capace di tornare subito in First Division. In carriera collezionerà 410 presenze in tutte le competizioni con i Blues, di cui 331 in campionato, segnando 5 reti, e guadagnerà 23 presenze con la Scozia tra 1965 e 1969.
La fotografia di Eddie per sempre impressa nella memoria collettiva è il suo gol al Leicester City nella finale di Coppa di Lega 1965. Con Barry Bridges infortunato, Docherty gli affida il numero 9. Mancano poco più di dieci minuti quando prende palla vicino alla propria area, vola per 60-80 yard e appoggia in rete eludendo l’uscita di Banks. Finirà 3-2 all’andata; al ritorno, 0-0 a Filbert Street: il Chelsea alza la prima coppa nazionale della sua storia. Quel capolavoro, non ripreso da alcuna telecamera, resterà per i tifosi “the Greatest Goal Never Seen”.
Cinque anni dopo, McCreadie è protagonista della corsa alla FA Cup 1969/70: gioca ogni turno e si ritrova nella finale eterna contro il Leeds United. Dopo il pari di Wembley, si va al replay di Old Trafford il 29 aprile 1970: una partita dura, spesso raccontata come la “più brutale” della storia della coppa, vinta 2-1 ai supplementari dal Chelsea grazie alla zampata di David Webb su rimessa lunga di Ian Hutchinson. È il primo trionfo del club nella FA Cup: un successo che definisce un’epoca, anche per l’immagine di Eddie combattente, capace di esibire in area un celebre gesto acrobatico ai danni del capitano Billy Bremner nel pieno della battaglia.
In maglia Scozia, McCreadie è il terzino sinistro del giorno che rientra in tutte le antologie: 15 aprile 1967, Wembley, Inghilterra campione del mondo battuta 3-2 nel segno del “keepy‑uppy” di Jim Baxter e dei gol di Denis Law, Bobby Lennox e Jim McCalliog. In quel pomeriggio, i tifosi scozzesi si proclamarono con ironia “campioni del mondo non ufficiali”. Nelle formazioni ufficiali di quel match il numero 3 di Scozia porta il nome di Eddie McCreadie.
Appesi gli scarpini dopo la stagione 1973/74, McCreadie entra nello staff e nell’aprile 1975 eredita la panchina del Chelsea in piena crisi tecnica e finanziaria. Non può comprare: sceglie di costruire. Abbatte gerarchie scomode, lancia una generazione di ragazzi del vivaio, dà i gradi di capitano a 18 anni a Ray Wilkins e crea una squadra veloce e affamata che, in Second Division, trascina Stamford Bridge di nuovo verso l’alto. Nella stagione 1976/77 i Blues restano imbattuti in casa e centrano la promozione: la fotografia dell’allenatore con cappotto di montone e occhiali anni Settanta che chiede ai tifosi di rientrare dagli spalti nella corsa finale è un’icona di quell’epoca. Quell’estate, però, una frattura insanabile. McCreadie lavora senza contratto, chiede un accordo all’altezza del risultato ottenuto; il board rifiuta, lui rassegna le dimissioni. La vicenda passerà anche per l’aneddoto del “company car”, ma il punto vero è l’orgoglio professionale tradito e una relazione con la proprietà che non si ricompone, nonostante la supplica dello spogliatoio guidato da Peter Bonetti. Dalla curva si leverà a lungo il coro “Bring back Eddie McCreadie”. Ma non accadrà.
Lascia Londra per gli Stati Uniti: guida i Memphis Rogues nella NASL, con una presenza anche da giocatore nel 1979, poi passa al calcio indoor con i Cleveland Force, prima di ritirarsi a metà anni ’80 e stabilirsi in Tennessee. Lontano dai riflettori, abbraccia la fede cristiana e coltiva interessi fuori dal campo: filosofia e poesia per “capire chi sono”, dirà. Tornerà a Stamford Bridge solo molti anni dopo, nel 2017, per un evento con i tifosi e una visita al Cobham Training Centre: il legame con i Blues, per sua stessa ammissione, non si era mai spezzato.
Chi lo ha visto giocare ricorda i suoi interventi in scivolata “salvanti” e l’attitudine all’anticipo aereo, ma anche un uomo contraddittorio e affascinante. La biografia ufficiale del Chelsea ricorda un episodio spigoloso contro il 48enne Stanley Matthews e, per contrasto, il lato riflessivo del calciatore che leggeva filosofia e scriveva poesie. Il suo carisma naturale lo rese un allenatore capace di decisioni impopolari ma necessarie – come l’addio simultaneo a quattro ex compagni – per rifondare una squadra giovane e povera di risorse, fino alla promozione del 1977.
Alla notizia della scomparsa del 12 gennaio 2026, il Chelsea ha pubblicato un lungo omaggio, ripercorrendo la sua storia, l’assenza di immagini del gol al Leicester, la stagione della promozione e l’addio amaro. “Tutti al Chelsea Football Club inviamo le nostre più sentite condoglianze alla moglie Linda, alla famiglia e agli amici”, si legge nella nota. Al cordoglio del club si sono aggiunti i messaggi del mondo del calcio britannico e della stampa internazionale.
Raccontare Eddie McCreadie oggi significa mettere ordine nella storia di un club e di un calcio che hanno fatto scuola. In un’era di analisi video e di dati per ogni gesto, la sua consacrazione nasce da un gol che nessuno ha potuto rivedere: un paradosso prezioso, che ci ricorda come la memoria dei testimoni – compagni, avversari, tifosi – resti un patrimonio insostituibile. E significa ricordare che la grandezza, qualche volta, è la somma di talento, coraggio tattico e scelte morali: le prime due si vedono in campo; l’ultima, nella fermezza di chi preferisce rinunciare piuttosto che scendere a patti con se stesso.
La scomparsa di Eddie McCreadie è il momento giusto per tenere insieme le sue molte vite: il terzino dal passo lungo e dal coraggio verticale, l’ala improvvisata per una notte destinata a cambiare una finale, il selezionato di Wembley 1967, l’allenatore che scelse i giovani e riportò orgoglio e promozione. E anche l’uomo che, oltre la linea laterale, cercò risposte nella filosofia, nella poesia e nella fede, senza mai rinnegare quel blu profondo che gli aveva colorato l’esistenza.
Si dice che alcune partite vivano nei filmati e altre nel racconto di chi c’era. La vita calcistica di Eddie McCreadie contiene entrambe le cose: la FA Cup 1970 che possiamo rivedere e quel gol del 1965 che continuiamo solo a immaginare. Forse è proprio lì, in quell’immagine che non c’è, che abita l’essenza del suo mito.