Il caso della settimana
13 Gennaio 2026
Era una chat di squadra, uno di quei luoghi dove di solito si cementano spogliatoi e stagioni. Invece, secondo il suo racconto, lì Joshua Cavallo avrebbe visto circolare lo scherno su una foto con il suo compagno. Da quel momento, scrive, il sospetto è diventato certezza: non erano gli infortuni a tenerlo ai margini, ma un’ostilità “interna” che gli avrebbe precluso il campo. Nel giorno in cui torna a parlare in modo esplicito del suo addio all’Adelaide United, il primo calciatore professionista ad aver fatto coming out mentre era in attività nella massima serie australiana riporta il tema dell’omofobia nel calcio al centro della scena. E lo fa con una lettera pubblicata su Instagram che ha scosso l’A-League e costretto il club a una risposta immediata. Siamo al 13 gennaio 2026, ma il caso Cavallo parla a tutto il movimento.
Nella lunga dichiarazione social, Cavallo sostiene che l’ultima stagione a Adelaide sia stata un’agonia a porte chiuse. Nessun minuto in campo, mai. Non per ragioni tecniche o sanitarie, ma — afferma — per “ragioni politiche” e “omofobia interna”. La sua uscita dal club, puntualizza, “non ha avuto nulla a che fare con il calcio”, perché “decisioni prese da persone in posizioni di potere” avrebbero bloccato ogni opportunità “non per talento, ma per chi ho scelto di amare”. Parole pesantissime, destinate a lasciare il segno in un ambiente che da anni cerca di darsi un profilo inclusivo.
Tra i dettagli più dolorosi, il riferimento a quella chat di gruppo dove alcuni compagni avrebbero preso in giro una sua foto in coppia. Un episodio che — racconta — lo ha fatto sentire “incredibilmente isolato”, fino a indurlo a chiedersi se non avesse commesso un errore nell’esporsi pubblicamente. È un colpo al cuore della narrazione positiva che aveva accompagnato il suo coming out nell’ottobre del 2021 e che aveva trovato vasta eco anche oltre i confini australiani.
La reazione della società è arrivata nel giro di poche ore, con una nota ufficiale. L’Adelaide United si dice “estremamente delusa” dalle affermazioni dell’ex giocatore, nega categoricamente ogni addebito e rivendica la propria tradizione di inclusione. Le scelte legate all’impiego in partita — insiste il club — sarebbero state “basate esclusivamente su criteri calcistici”. La replica ricorda anche l’impegno per la Pride Cup, la giornata dedicata alla celebrazione dell’inclusione organizzata insieme alla A-League e in programma proprio in questi giorni a Coopers Stadium. Una chiusura netta: «Il club non rilascerà ulteriori commenti».

La parabola pubblica di Joshua Cavallo è nota. Con il video-annuncio del 2021, l’allora giocatore dell’Adelaide divenne la prima figura dichiaratamente gay in attività in un campionato maschile di prima divisione. Il sostegno fu vasto, dagli stadi ai social, ma non privo di ombre: nel gennaio 2022, dopo un match all’AAMI Park, Cavallo denunciò insulti omofobi provenienti dagli spalti e la vicenda aprì un fronte di discussione nel Paese, con prese di posizione dure da parte del club e della lega.
Gli anni successivi hanno mostrato anche l’altra faccia della medaglia: la visibilità come bersaglio. Più volte Cavallo ha descritto l’ambiente del calcio professionistico in termini “tossici” per un giocatore apertamente gay, parlando pubblicamente di minacce di morte quotidiane ricevute online e allo stadio. Un contesto che, racconta, logora. E che oggi entra nel cuore della sua controversia con l’Adelaide United.
Il dato sportivo è chiaro: nella stagione 2024/25, Cavallo non ha giocato neanche un minuto con l’Adelaide. A fine campionato, le strade si sono divise. In luglio 2025 il laterale sinistro ha firmato in Inghilterra con il Peterborough Sports FC (National League North, sesta serie), club che ha celebrato l’arrivo di un profilo noto ben oltre il campo. In inverno, secondo le cronache locali, Cavallo ha poi scelto di scendere un gradino per mettersi davvero in gioco: passaggio allo Stamford AFC (Southern League Premier Division Central), dove oggi prosegue la sua ricerca di minuti, stabilità e una nuova serenità professionale. Nella sua lettera, parla della decisione di trasferirsi nel Regno Unito come di un “respiro d’aria” necessario per tornare ad amare il calcio.
È un itinerario che merita una precisazione utile al lettore: alcuni media internazionali, nelle prime ore successive alla pubblicazione della lettera, hanno indicato il Peterborough Sports come l’attuale club di Cavallo; in realtà, la stampa locale del Lincolnshire ha documentato a inizio dicembre 2025 il suo approdo allo Stamford AFC. Un dettaglio di mercato che, però, non cambia la sostanza del racconto: dopo l’addio a Adelaide, l’australiano ha scelto l’Inghilterra per cercare ciò che gli era mancato, ovvero campo e un ambiente percepito come più sicuro.
La forza dell’intervento di Cavallo sta nel portare in pubblico ciò che spesso resta confinato alle pieghe dello spogliatoio: il confine fra una cultura del gruppo che dovrebbe proteggere e, talvolta, un clima che esclude. Quando un atleta racconta di essersi visto “negare opportunità” per la sua vita privata, il discorso si sposta su un terreno scivoloso ma necessario: come misurare la bontà delle scelte sportive in assenza di indicatori trasparenti; come prevenire derive discriminatorie mascherate da valutazioni tecniche; come tutelare chi segnala episodi di nonnismo, bullismo o discriminazione sessuale che difficilmente emergono se non c’è un sistema di whistleblowing chiaro e protetto.
Al netto del dibattito social, dei titoli e delle reazioni a caldo, a fare la differenza sarà il tempo. Il tempo di chi dovrà decidere se aprire un fascicolo o archiviare il caso come un doloroso strappo personale; il tempo di un gruppo squadra chiamato a dimostrare che l’inclusione non è una maglia speciale da indossare una volta l’anno; il tempo di un calciatore che, a 26 anni, ha già cambiato molto, ma vorrebbe tornare a essere giudicato — prima di tutto — per quello che fa sul campo.
Quel che è certo, oggi, è che la lettera di Joshua Cavallo non è un semplice sfogo: è una accusa formale rivolta a una organizzazione che la respinge in blocco. Ed è, a prescindere dall’esito, un monito per il calcio: l’inclusione non può essere un branding; deve essere una pratica quotidiana, riconoscibile, misurabile e responsabile. Altrimenti, rischia di restare solo un’etichetta appiccicata su un muro che, dentro, non è mai stato davvero ridipinto.