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Lutto

Sconcerto al funerale, a 71 anni l'ex presidente viene ucciso dopo l'ultimo saluto alla madre

La morte del dirigente calcistico e figura del nazionalismo corso apre un’indagine di alto profilo e lascia molti interrogativi

AC AJACCIO - ALAIN ORSONI

Alain Orsoni è stato alla presidenza dell'Ajaccio dal 2008 al 2015 e nella stagione 2022-2023

La scena è immobile, tagliata solo dal vento che piega i cipressi del piccolo cimitero di Vero. Poco dopo le 16:30 di lunedì 12 gennaio 2026, una detonazione spezza la liturgia del lutto: un proiettile, «unico» secondo le prime ricostruzioni, raggiunge Alain Orsoni mentre lascia il camposanto dopo il funerale della madre. I soccorsi arrivano in pochi minuti, un medico presente prova a rianimarlo. È inutile. A 71 anni, l’uomo che ha attraversato mezzo secolo di storia corsa, attivismo, scissioni, esilio in Nicaragua, e il calcio come tribuna pubblica, cade sotto quello che gli inquirenti definiscono un «colpo a lunga distanza». Il procedimento passa in fretta ai massimi livelli della giustizia francese: si attivano il nuovo Parquet Nazionale Anticriminalità Organizzata (PNACO) e la JIRS di Marsiglia. Un delitto eseguito con freddezza, in un momento sacrale, che costringe l’isola a guardarsi allo specchio.

UN OMICIDIO «STUDIATO»: METODO E INDIZI
Il procuratore di Ajaccio, Nicolas Septe, parla di un «tiro da lunga distanza», verosimilmente dall’alto, «con un’arma lunga probabilmente dotata di ottica». Sul posto viene repertata anche un’«ogiva». L’inchiesta si apre con le qualificazioni più gravi: «assassinio in banda organizzata», «associazione per delinquere finalizzata a commettere un crimine», «partecipazione a organizzazione criminale». Si cerca il punto di fuoco, un possibile nido di tiratore scelto, mentre vengono raccolte testimonianze dei presenti, una cinquantina circa, e acquisiti filmati e tracciati telefonici. Il PNACO, creato per affrontare reti e metodi del crimine organizzato su scala nazionale, si co‑saisisce insieme alla JIRS competente per la macro‑area marsigliese, snodo cruciale in molte vicende che toccano la Corsica. L’ipotesi del «cecchino» resta al momento la pista più logica, ma le autorità tacciono su moventi e mandanti. Prudenza, metodo, e la consapevolezza che questo non è un caso ordinario.

CHI ERA ALAIN ORSONI, MILLE VITE
Nato ad Ajaccio nel 1954, Alain Orsoni è stato per decenni un nome ricorrente in due spazi che in Corsica spesso si sono sfiorati e talvolta sovrapposti: il nazionalismo corso e il calcio. Dirigente di spicco del FLNC e poi tra i fondatori del Mouvement pour l’Autodétermination (MPA), vive da protagonista la stagione delle scissioni e dei conflitti interni ai movimenti indipendentisti. Alla metà degli anni ’90, quando l’aria sull’isola è irrespirabile e i dissidi diventano personali, sceglie l’esilio: America Centrale, Florida, Spagna. A Nicaragua lavora, secondo i suoi stessi racconti, nella filiera dei giochi e delle «slot», con partecipazioni minoritarie in società locali. Torna in Corsica nel 2008, anno in cui assume la presidenza dell’AC Ajaccio. Due mesi dopo sfugge a un progetto di attentato, in un clima di frattura feroce tra clan dell’isola e residui di rivalità politiche. Si dimette nel 2015, resta un’ombra lunga sui corridoi del club e, tra alti e bassi, continua a muovere leve e contatti fino agli ultimi mesi.

IL RITORNO ALLA PRESIDENZA, SEPPUR «A DISTANZA»
Il rapporto con l’AC Ajaccio è identitario. Chi lo ha frequentato racconta un presidente onnipresente, persino quando era fisicamente lontano. Gli 8-9 mila chilometri di fuso con il Nicaragua non impedivano chiamate quotidiane con area sportiva e amministrativa. Sui social dialogava con i tifosi, spesso ingaggiando battaglie dialettiche per difendere allenatori e giocatori. Dopo la retrocessione del 2023, si fa un passo indietro formale lasciando la presidenza al genero; ma l’attenzione resta costante, come testimoniano i tentativi di trovare investitori nel 2025, ultimo atto di un club che l’estate successiva scivolerà fuori dalla mappa professionistica. La scia che lascia nel calcio è fatta di divisioni e di fedeltà assolute, di risultati altalenanti e di un’idea: l’ACA come simbolo, casa, bandiera territoriale.

IL DELITTO DI VERO: UNA FERITA POLITICA, CULTURALE E SPORTIVA
«Uccidere a un funerale non si fa». La frase corre sull’isola e dice molto più del suo tono: in un mondo regolato da codici non scritti, donne e bambini mai, i luoghi sacri mai, l’omicidio di Vero rompe perfino il tabù della tregua del dolore. Il sacerdote che celebra la funzione parla in TV di una Corsica che «gli appare peggio della Sicilia», scuotendo l’opinione pubblica. Non è solo un affronto alla famiglia Orsoni; è un colpo simbolico alla comunità corsa, ai suoi equilibri, alla fragile distensione degli ultimi anni. Perché a cadere è un uomo che molti hanno amato e altri detestato, ma che nessuno poteva ignorare.

L'EREDITÀ DI ORSONI NEL CALCIO CORSO
È facile ridurre Alain Orsoni a slogan contrapposti. Più difficile è leggere la sua eredità sportiva: ha portato l’AC Ajaccio a strutturarsi, ha difeso il club nei momenti di crisi finanziaria, ha compiuto scelte impopolari. Ha anche commesso errori, talvolta macroscopici, nella gestione di spogliatoio e bilanci, e ha sovrapposto la figura pubblica alla società, con tutti i rischi di un’eccessiva personalizzazione. La sua idea del calcio era corsocentrica, identitaria, militante. Oggi che l’ACA è uscita dal professionismo, l’onda lunga dell’assassinio rischia di impattare una comunità sportiva già fragile: partner spaventati, giovani disorientati, una piazza chiamata ogni volta a ricominciare. Nel frattempo, resta l’immagine di un uomo che, tra luci e ombre, ha segnato il destino dell’AC Ajaccio e di una parte dell’immaginario corso. E resta il silenzio interrotto da un solo colpo, nell’ora più fragile.

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