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14 Gennaio 2026
La palla, dicevano i compagni, “gli restava incollata al piede”. Quel pomeriggio, invece, la scena è un’altra: le luci tremolanti di qualche vetrina, il rumore distante di clacson, i passi accelerati della gente che corre. In mezzo, un ragazzo con una felpa troppo leggera per il freddo di gennaio. Si chiamava Rebin Moradi, 17 anni, e per molti a Teheran era semplicemente “il numero dieci del Saipa”. Secondo l’ONG Hengaw, giovedì Rebin è stato colpito da proiettili sparati dalle forze di sicurezza durante una manifestazione nella capitale. Quattro giorni di silenzio, poi la conferma alla famiglia: Rebin non sarebbe tornato a casa. La salma - riferiscono le stesse fonti - non è stata immediatamente restituita ai parenti.
Nato da una famiglia originaria di Salas-e Babajani, nel Kermanshah, e residente a Teheran, Rebin Moradi era un pendolare del talento: allenamenti al campo, chilometri sui mezzi, scuola, poi vasca. In campo agiva nel settore giovanile del Saipa FC, storico club dell’area di Karaj oggi in Azadegan League, il secondo livello del calcio iraniano. Lo seguivano gli addetti ai lavori della Tehran Youth Premier Football League, dove il ragazzo aveva già lasciato tracce concrete — gol, strappi, giocate in spazi corti — e una reputazione da prospetto da tenere d’occhio. Il suo nome circolava tra i tecnici delle giovanili come quello di un talento promettente.
Ma Rebin non viveva solo di calcio. Le sue giornate avevano un secondo campo: la piscina. La sua storia parla di un ragazzo nuotatore competitivo nella sua categoria e praticante anche della lotta. Una doppia vocazione atletica che in Iran non è rara tra i giovani: i club scolastici e municipali costruiscono passerelle tra sport che sviluppano qualità come resistenza, esplosività, disciplina. Rebin aveva questo profilo ibrido: all’alba le ripetute in vasca, al tramonto le corse sui 70 metri per preparare lo scatto in area.
Secondo le informazioni raccolte da Hengaw, giovedì a Teheran Rebin Moradi è stato colpito da fuoco vivo delle forze di sicurezza impegnate nella repressione di una manifestazione. Per quattro giorni la famiglia non ha avuto notizie; lunedì 12 gennaio è arrivata la conferma della morte. La stessa ONG ha riferito che i parenti non hanno potuto immediatamente prendere possesso della salma. Altri media che seguono la crisi hanno raccontato dinamiche analoghe in casi simili, compreso l’impossibilità per i familiari di organizzare esequie pubbliche. Il quadro, incrociato con fonti indipendenti, restituisce l’idea di una gestione securitaria delle vittime, con il controllo dei corpi come strumento di pressione.
Per capire quanto pesa la notizia nel mondo del calcio iraniano bisogna entrare nell’ecosistema Saipa. La società — espressione di un grande gruppo industriale dell’automotive, con base tra Teheran e Karaj — ha costruito negli anni un settore giovanile riconosciuto per organizzazione e continuità. Oggi la prima squadra milita in Azadegan League, la seconda divisione, e gioca partite “di provincia” per geografia e atmosfera, spesso all’Enghelab Stadium di Karaj. È in questo contesto che Rebin Moradi si stava formando: gare nel campionato giovanile di Teheran, scampoli di allenamenti con categorie superiori, step-by-step.
C’è un calcio iraniano che vive fuori dai riflettori della Persian Gulf Pro League: è il calcio dei campi di allenamento pubblici, dei campionati giovanili cittadini, delle società che intercettano i ragazzi nei distretti scolastici e li accompagnano. In questo spazio di prossimità nascono i profili come Rebin Moradi. Allenatori che lo hanno incrociato lo descrivono come un attaccante capace di attaccare la profondità, con una buona tecnica orientata all’uno contro uno e un senso della porta già educato. Le clip circolate sui social lo mostrano in esercizi di finalizzazione e in scatti brevi, tipici dei reparti offensivi. Uno “short profile” che, a 17 anni, non pretende di essere un curriculum ma è sufficiente a far scattare il radar degli osservatori.
La componente acquatica non è un dettaglio ornamentale del suo percorso. Il nuoto, in Iran come altrove, è disciplina e respiro, controllo del ritmo e gestione della fatica: esattamente ciò che serve a un’ala o a una seconda punta per ripetere strappi, rientri e allunghi senza “uscire dal match”. L’etichetta di “campione di categoria” rimanda a competizioni giovanili locali dove spesso la confidenza con la vasca si traduce in atletismo utile anche al calcio. Rebin era così: acqua e prato, due allenatori, un’unica mentalità. Gli bastava poco per riaccendere la gamba. E questo spiega perché chi lo allenava vedesse in lui margini e quella “fame” che aiuta a salire di livello.
Il contesto in cui Rebin Moradi ha perso la vita è quello di una fase di forte tensione interna, con manifestazioni e scontri durissimi. Il filo comune delle testimonianze parla di uso di armi da fuoco e una gestione securitaria dell’ordine pubblico. Diverse organizzazioni per i diritti umani, tra cui Hengaw, hanno documentato casi di giovani uccisi in contesti di protesta nelle principali città, con particolare attenzione a Teheran.
Cosa succede quando un settore giovanile perde un ragazzo in questo modo? La risposta, spesso, è una somma di gesti silenziosi. Un allenatore che ferma la seduta per parlare di sicurezza, un responsabile che chiama i genitori per chiedere come stanno gli altri ragazzi, un minuto di silenzio non ufficiale. In Iran — dove tutto ciò che è pubblico può diventare politico — anche un semplice striscione rischia di essere letto come una presa di posizione. La prudenza non cancella però il dolore. Nel microcosmo del Saipa, che negli anni ha lanciato e formato tanti professionisti, la morte di Rebin Moradi è una ferita che chi allena i 17enni non potrà dimenticare. Perché sposta l’asse emotivo di un gruppo in formazione: per loro, la parola “domani” deve essere concreta, non una scommessa.
Karaj, città-satellite di Teheran, è uno dei poli in cui il calcio iraniano si intreccia con la vita industriale. Lo stadio Enghelab è un elemento del paesaggio: cemento, gradinate basse, erba curata quel tanto che basta. Lì il Saipa gioca partite di Azadegan League e lì molti ragazzi sognano l’ascensore sociale: un provino riuscito, una chiamata dalla prima squadra, un agente che ti nota in un derby di quartiere. Rebin in quel perimetro si muoveva con naturalezza. Un talento così, a 17 anni, è ancora materia prima: ha bisogno di tempo, istruzioni chiare, partite. Il calcio iraniano ne produce parecchi; non tutti arrivano, ma a tutti andrebbe data la possibilità di provarci.
Resta una biografia interrotta. Resta un’assenza negli spogliatoi delle giovanili del Saipa, una borsa al suo posto nell’armadietto, le domande dei compagni. Resta una lezione per chi osserva dall’esterno: lo sport di base non è un dettaglio marginale della società, è infrastruttura civile. Costruisce appartenenza, impedisce la deriva dell’isolamento; in zone di frizione sociale, è spesso il primo argine all’emarginazione. Quando viene colpito un ragazzo che lo abita, non è “solo” una statistica in un bollettino di cronaca: è una linea educativa che si spezza. I club, le federazioni, le leghe — anche quelle lontane migliaia di chilometri — possono fare qualcosa. Non si tratta solo di comunicati: si tratta di memoria attiva. Programmi di gemellaggio, borse di studio sportive per i ragazzi in aree a rischio, sostegno a ONG credibili che documentano i casi e aiutano le famiglie. Nel nome di Rebin Moradi e di chi, come lui, portava in borsa un paio di scarpini, un costume, e l’idea che lo sport potesse essere un futuro possibile.