Kings World Cup Nations
14 Gennaio 2026
KINGS WORLD CUP NATIONS BRASILE • L'esultanza sfottò di Kelvin Oliveira (Foto Kings League)
Lacrime, sono solo lacrime, e purtroppo non di gioia. Sono lacrime per un sogno che svanisce, per una sconfitta a cui si poteva essere pronti, d'altronde, lo dice l'Inno di Mameli, ma non così. L'Italia saluta il Mondiale perdendo 15-5 con il Brasile dei Campioni del Mondo in carica. Sono lacrime perché ci si aspettava un quarto di finale più spettacolare, più combattutto, sempre sofferto. Una di quelle battaglie impossibili in cui gli Azzurri tirano sempre fuori qualcosa che nessuno si aspetta, qualcosa che questa volta non c'è. Perché gli errori non mancano, perché il Brasile è nella sua versione migliore: una macchina perfetta, che non sbaglia niente, che ti punisce al minimo errore, che non ti fa nemmeno sperare nel miracolo. È la fine del Mondiale, ma non il reset di quanto fatto nei gironi e delle emozioni regalate a una piccola fetta di un paese che quelle vibes lì, quelle di una Coppa del Mondo, non le prova da troppo tempo.
Quasi 13 anni. Quasi 13 anni senza un Italia-Brasile in una competizione ufficiale, quella Confederations Cup che neanche esiste più. Era la fase a gironi, era il periodo in cui Neymar riportava in vantaggio i verdeoro dopo il pareggio di Giaccherini, ora invece è un'altra storia. È di nuovo Italia-Brasile, ma in un Mondiale di calcio a 7, quello della Kings League. È la partita più attesa, perché se i brasiliani giocano da Campioni del Mondo in carica davanti ai propri tifosi, l'Italia si presenta al match dei quarti di finale con tre vittorie su tre ai gironi e un'infinita voglia di fare l'impresa. Se si chiama tale, però, un motivo c'è, e lo si capisce prestissimo: il portiere Hugo di mancino porta avanti il Brasile nell'escalado (1'), Colombo risponde con una magia doppio passo-mancino all'angolino (2'), la stessa che fa Lipao sfruttando il palo per scrivere 2-1 sul tabellino (2'). È l'inizio della fine.
Sì, di già. Perché Gilli di mancino va vicino all'incrocio (3'), Marino non trova la porta rasoterra (4') e Hugo para il destro di Gelsi dopo la grande combinazione con Colombo (5'), poi però è maremoto verdeoro. Leleti col mancino sfiora l'incrocio (5'), Gilli tiene la barca a galla parando proprio sull'11 (5') e respingendo su Mestre da fuori (6'), ma non può nulla sul rigore presidenziale del Brasile (6'). È 3-1, è poker istantaneo di Leleti su spunto di Vaz, annullato per un tocco di mano che sembra essere l'ancora di salvezza degli azzurri. E invece no. Perché Gilli ingloba il tiro Vaz, ma l'onda arriva e si abbatte con una prepotenza mai vista sulla Nazionale. Lei che prova a riemergere quando Di Dio va in anticipo, Colombo lo libera di tacco, il difensore fa sedere gli avversari con una finta e calcia tuttavia centrale col mancino. Lei che affonda sul contropiede: Kelvin, dotato di star player, salta il portiere e fa 5-1 (9'). Un gol doppio pesantissimo, mai quanto l'errore in fase di impostazione dell'Italia che regala subito a Mestre il 6-1 (11'), o la palla persa che porta al destro perfettamente incrociato da Lipao per il 7-1 (15'). La dimostrazione che ogni singola e minima sbavatura viene punita da un Brasile semplicemente perfetto, letale, bellissimo e magico. Sì, perché Gilli può anche fare un miracolo a una mano su Lipao, poi però la palla la prende Everton, che fa tunnel e segna un altro gol doppio: è 9-1 a fine primo tempo (18').
Otto gol di differenza, otto gol da recuperare al Brasile dei Campioni del Mondo in carica a casa loro. Doveva essere un'impresa, diventa qualcosa di utopico. Qualcosa che non prende mai forma, perché se l'Italia prova a nuotare verso la superficie, i verdeoro sono lì pronti a trascinarli ancor più nell'abisso. Se Marino inventa un gol dalla sua area di rigore nel tre contro tre del dado (21'), Kelvin Oliveria spara il mancino della doppia cifra (23'). Se Perrotti trasforma il rigore speciale con una gran botta di mancino (24'), Assuncao para quello presidenziale di Blur (24'). Se Perrotti rientra e di mancino calcia fuori, Lipao salta tutti a sinistra e segna pure in caduta (27'). Se l'Italia segna, il Brasile segna, e la partita non cambia mai.
Lo Faso prima si sblocca con un bel mancino incrociato (29'), poi trasforma una punizione da lui presa (33'), ma Dedo su assist di Canhoto (30') e Well all'angolino (34') rispondono dopo pochi secondi, fino a quando Everton su spunto di un compagno a destra manda tutti al matchball sul 14-5 per i padroni di casa. Una differenza abissale, probabilmente eccessiva per il valore degli Azzurri, sfortunati nel trovarsi di fronte il miglior Brasile mai visto. Quello che ha veramente tutto: pressioni, marcature e anticipi per azzerrare il gioco della Nazionale, dribbling, giocate, precisione, sangue freddo e infinita qualità là davanti per colpirla. Una squadra stellare, come le parate di Assuncao su Scienza (38') e Marino (38') da fuori, l'ennesima dimostrazione di un avversario nella sua miglior serata. Forse non quella di Kelvin, che da due passi colpisce la traversa (38'), ma che mette la parola fine al match al tentativo successivo, su assist del Pallone d'Oro Lipao (40'). È 15-5, il triplo dei gol. È la fine del Mondiale dell'Italia, dolorosissima, per il risultato, per una prestazione che poteva essere sicuramente migliore, al netto di un avversario che non sbaglia veramente una virgola, ma soprattutto per non esser riusciti a mettersi realmente alla prova con i più forti del pianeta.