Under 18
15 Gennaio 2026
Ci sono gol che non hanno bisogno di essere urlati. Gol che non esplodono, ma si insinuano. Gol che non arrivano come un pugno, ma come una risposta finalmente chiara dopo una domanda rimasta sospesa troppo a lungo. Il gol di Carrara contro la Lazio è uno di questi. Non è solo un pallone spinto in rete a porta vuota: è la sintesi di una partita, di un esame, di un’attesa. È l’istante in cui il calcio smette di essere rumore e diventa tre punti. Per l'Inter di Simone Fautario, che nel posticipo di lunedì batte 2-1 la Lazio e torna a una sola lunghezza dall'Atalanta capolista.
L’azione nasce da lontano, come tutte le cose importanti. Non da un lancio disperato, non da una giocata estemporanea, ma da una lettura. Matarrese - classe 2009 entrato nel secondo tempo - riceve palla e alza la testa. Attorno a lui c’è il traffico tipico delle partite bloccate: linee strette, maglie biancocelesti compatte, spazi che sembrano chiusi prima ancora di essere cercati. Ma il calcio, quello vero, non è fatto solo di ciò che si vede. È fatto soprattutto di ciò che si immagina un attimo prima che accada. E Matarrese quell’attimo lo vede. Vede un corridoio che esiste solo per chi ha il coraggio di rischiare la giocata giusta.
L’imbucata parte rasoterra, precisa, chirurgica. Non è un pallone forte, è un pallone intelligente. Taglia fuori una linea, ne costringe un’altra a rincorrere. È il tipo di passaggio che non fa rumore ma cambia il volto della partita. Moranduzzo ci si fionda dentro con il tempismo perfetto, come se stesse aspettando solo quello. La corsa è pulita, senza fronzoli: c’è da arrivare sul fondo e da farlo nel minor tempo possibile, prima che la difesa possa riorganizzarsi, prima che il pensiero diventi esitazione.
Arrivato sulla destra, Moranduzzo non guarda la porta. Guarda dentro. Perché il gol, in quel momento, non è davanti: è dove nessuno sta guardando. Il cross parte basso, teso, violento quanto basta. Un pallone che non chiede interpretazioni, che non concede seconde letture. È diretto verso il secondo palo, quel luogo silenzioso dove spesso nascono le reti decisive. Lì dove i difensori si fidano troppo della linea, dove il portiere non può arrivare, dove il tempo sembra rallentare.
Ed è lì che compare Carrara. Non arriva correndo, arriva comparendo. Un attimo prima non c’è, un attimo dopo sì. Si stacca alle spalle dell'ultimo difensore, sfrutta l’unico istante di distrazione possibile, quello che dura meno di un battito di ciglia. Non serve potenza, non serve rabbia. Serve solo esserci. E Carrara c’è. Il tocco è semplice, quasi elementare. La porta è vuota, ma non è un dettaglio: è la ricompensa per chi ha letto tutto prima degli altri. Il pallone supera la linea e il risultato cambia, ma soprattutto cambia il peso dell’aria.
In quell’istante non segna solo l’Inter. Segna la pazienza. Segna la lucidità. Segna la capacità di aspettare senza perdere fiducia. È il gol che chiude un esame e ne certifica l’esito. Non cancella le difficoltà, non rende tutto perfetto, ma dà un senso a ogni scelta fatta prima. Le rotazioni, i cambi (anche Moranduzzo e Carrara, come Matarrese, entrano dalla panchina nel secondo tempo), le attese. Tutto converge lì, in quel pallone spinto dentro con la semplicità di chi sa di aver fatto la cosa giusta.
Il resto è contorno: l’esultanza, il Konami che capisce prima ancora di esultare, la Lazio che si accorge troppo tardi che non c’è più tempo. Il calcio, a volte, decide così. Senza clamore. Con un’imbucata, una corsa, un cross e una presenza. E basta questo, quando è fatto nel modo giusto, per trasformare una partita in una risposta definitiva.