Serie D
15 Gennaio 2026
BARLETTA SERIE D - Massimo Paci, classe 1978, aveva iniziato la stagione alla guida del Lumezzane in Serie C con 4 sconfitte nelle prime 4 giornate di campionato
Il portone del «Manzi-Chiapulin» si apre sul silenzio di un pomeriggio sospeso: i cartelloni pubblicitari ancora umidi di pioggia, gli spalti vuoti, un gruppo che si conta negli occhi. Non è una scena da copertina, ma il punto esatto in cui inizia una storia nuova. Qui il Barletta ha deciso di voltare pagina e di affidare la panchina a Massimo Paci, ex difensore con una carriera d’acciaio e un curriculum da tecnico già temprato tra Serie C e Serie D. L’ufficialità è arrivata nelle scorse ore, con un dettaglio non secondario: il primo allenamento dopo la nomina lo ha diretto ad interim Vincenzo Lanotte, in attesa che si chiudessero alcune procedure contrattuali relative al tecnico marchigiano. La notizia, in sé, è semplice: il Barletta ha cambiato guida tecnica. La trama attorno, invece, è più intricata. L’esonero di Massimo Pizzulli era diventato realtà dopo una striscia di risultati senza acuti, con 3 pareggi consecutivi per 0-0 ad alimentare l’idea di una squadra bloccata e poco brillante nella metà campo offensiva. Ma il progetto non cambia: restare nel treno di testa del Girone H con l’obiettivo dichiarato di tornare tra i professionisti.
CHI È MASSIMO PACI E PERCHÈ IL BARLETTA LO HA SCELTO
La biografia di Massimo Paci spiega molte cose. Da calciatore, parliamo di un difensore centrale cresciuto nell’Ancona, passato per la Juventus e affermatosi tra Serie A e Serie B con Lecce, Ascoli, Parma, Novara, Siena, Brescia e Pisa. Da allenatore, un percorso graduale: Civitanovese e Montegiorgio nei dilettanti, poi Forlì (Serie D), quindi la scalata nei professionisti con Teramo (playoff in C), le tappe a Pordenone, Pro Vercelli, un passaggio veloce alla Pro Sesto e l’ultimo incarico al Lumezzane, dove nel marzo 2025 fu chiamato per l’ultimo sprint salvezza e confermato a giugno fino al 2026 prima dell’avvicendamento settembrino con Emanuele Troise. Un dossier corposo, che consegna al Barletta un allenatore abituato a mettere ordine in contesti in emergenza e a lavorare sull’attenzione difensiva come chiave per sbloccare l’attacco.
PERCHÈ IL CAMBIO ADESSO
La fotografia di classifica spiega il tempismo. In Serie D Girone H, il Barletta è rimasto stabilmente nel gruppo di testa ma ha smarrito brillantezza, in particolare nella produzione offensiva. L’ultimo blocco di pareggi a reti bianche ha inciso sulla distanza dalla vetta, stimata in 7 punti al momento del cambio, margine che resta colmabile nelle 15 giornate rimanenti ma che richiede un cambio di passo evidente. La scelta di virare su un profilo come Paci, inoltre, è legata alla compatibilità con il materiale umano a disposizione. Il Barletta, squadra dalla struttura fisica importante e con margini di miglioramento nella riaggressione e nella rifinitura, sembra il territorio giusto per un tecnico che, nelle ultime esperienze, ha puntato su: linee corte, occupazione razionale dell’area sui cross, palla inattiva curata, attacco della profondità con almeno uno degli esterni. Sono tratti emersi nei suoi passaggi a Teramo, Pro Vercelli e Lumezzane, contesti differenti ma accomunati dalla necessità di stabilizzare la fase di non possesso come base per far ripartire il motore davanti.
IL CONTESTO BARLETTA: AMBIZIONI E IL «FATTORE PIAZZA»
Il Barletta di oggi nasce da un’estate di ripartenza e aggiustamenti, con un investimento identitario forte sul rapporto con la città e con una proprietà, guidata dal presidente Marco Arturo Romano, determinata a rimettere il club sul binario giusto dopo stagioni di montagne russe. L’ambiente chiede una sola cosa: competitività piena e ritorno tra i pro nel minor tempo possibile. La sostituzione in corsa di Pizzulli, per quanto dolorosa, è in linea con questa pretesa di risultato. Il club, nella sua nota, ha rivendicato la responsabilità della scelta e l’urgenza di «imprimere un cambio di rotta» per proteggere gli obiettivi. Le parole, qui, hanno il peso dei fatti. Anche il territorio accompagna la dinamica. I media locali hanno raccontato i passaggi chiave delle ultime ore, dall’esonero alla trattativa con Paci, fotografando una comunità calcistica che vive di partecipazione anche nei momenti di frizione.
COSA CAMBIA IN CAMPO: PRIORITÀ DELLE PRIME SETTIMANE
È legittimo attendersi da Paci un intervento prioritario su quattro assi, già nel micro-ciclo che porta alla prossima gara: 1) Pressione e riaggressione organizzata: portare la prima linea a riconoscere i tempi dell’uscita senza sfilacciarsi. Un concetto chiave nel suo lessico: recupero palla «alto ma pulito», con la linea difensiva pronta ad accorciare per evitare che la squadra si divida in due tronconi. È il primo vaccino contro gli 0-0 seriali, perché alza il numero di recuperi in zona rifinitura. 2) Palla inattiva: storicamente un moltiplicatore nelle squadre di Paci. Al Barletta c’è materiale in area – centrali e mezzali strutturate – per costruire soluzioni a 2-3 schemi eseguibili subito, utili a «sbloccare» partite bloccate come sono state le ultime. 3) Rotazioni sugli esterni: alternanza tra ampiezza piena e tagli interni della mezzala, per creare la linea di passaggio profonda sul lato debole. Nei suoi percorsi precedenti Paci ha spesso chiesto agli esterni di correre «dietro il terzino» più che addosso, per generare cross da corsa e non da fermo.
E ADESSO?
La conferenza di presentazione ha fissato parole e tempi: «cultura del lavoro», umiltà, fiducia nella possibilità di ricucire il distacco. Il club ha già lasciato intendere che sul mercato si muoverà con interventi mirati, senza strappi. La classifica resta aperta: nella parte alta le distanze sono corte e basterebbe una striscia di 3-4 risultati pieni per rimescolare la gerarchia. In definitiva, l’arrivo di Massimo Paci al Barletta non è solo la notizia di un cambio in panchina: è la fotografia di un club che, dentro una stagione complicata ma ancora piena di possibilità, sceglie un tecnico abituato alle strade strette e alle rimonte ragionate. Il resto lo dirà il campo, com’è giusto. Ma la cornice, chiarezza del messaggio, lucidità delle priorità, compattezza interna, è quella giusta per provare a riscrivere il finale.