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Gli Under 21 italiani non hanno spazio: solo il 2% del minutaggio in Serie A

Mentre a Valdebebas e alla Masia sfornano a ritmo industriale, in Serie A le “fabbriche” del talento continuano a lavorare sotto-capacità

Settori giovanili in Italia: un patrimonio che produce troppo poco. Dati, confronti, soluzioni

Marco Palestra, scuola Atalanta, si è guadagnato un posto stabile in Serie A

Classe 2003, 2004, 2005 italiani: qualcuno ha già assaggiato la Serie A, altri bussano con forza. Nel frattempo, a Valdebebas e alla Masia, i pari età non solo esordiscono: alimentano stabilmente i primi organici e popolano gli altri top campionati europei. Il contrasto non è una suggestione: lo certifica l’ultimo rapporto dell’Osservatorio calcistico CIES, che misura quanti calciatori “formati” dai club hanno giocato nei cinque maggiori campionati dal 2021 in poi. E qui arriva il dato che frena l’entusiasmo: i vivai italiani, pur con punte d’eccellenza, restano indietro rispetto ai migliori d’Europa.

Cosa ci dice il CIES: Atalanta davanti alle italiane, ma il podio europeo corre lontano

Il CIES fotografa i club che hanno “formato” – cioè tenuto in organico per almeno tre stagioni tra i 15 e i 21 anni – il maggior numero di giocatori poi utilizzati nei campionati di Italia, Spagna, Inghilterra, Germania e Francia. Nei ultimi cinque anni (dal 2021), tra le italiane svetta l’Atalanta: 39 calciatori “made in Zingonia” sono scesi in campo in una delle cinque leghe maggiori, 19 dei quali anche con la prima squadra nerazzurra. Dietro, e molto vicine, Inter (36), Juventus (35), Roma (33), quindi Fiorentina (29) e Milan (28). In Top 100 compaiono anche Genoa (23), Empoli (22), Torino (17), Cagliari (16). Numeri buoni, ma non abbastanza per reggere il confronto con la vetta europea: Real Madrid (85), Barcellona (81), Paris Saint-Germain (67). È questo lo scarto che pesa davvero.

Se guardiamo la stagione corrente isolata dal CIES – utile per capire il “qui e ora” – la Top 3 resta saldamente spagnolo-francese: Barcellona davanti a Real Madrid e PSG per numero di calciatori formati impiegati nei top campionati nel 2025/26; subito dietro compaiono realtà che da anni investono pesante nella filiera, come Stade Rennais, Ajax, ma anche grandi inglesi come Chelsea, Arsenal, Manchester City e Manchester United. Il dato ribadisce una tendenza: in Europa, laddove l’ecosistema tra academies, squadre riserve e primi team è strutturato, il passaggio tra formazione e alto livello è più breve e più frequente.

Sul lungo periodo, l’egemonia della Fábrica del Real Madrid e della Masia del Barcellona diventa ancora più netta: nell’arco di vent’anni, il CIES conta 166 giocatori formati dal Real e 156 dal Barça approdati nei top 5 campionati, con PSG (111), Lione (103) e Manchester United (103) a inseguire. Anche l’Atalanta è citata tra le migliori in prospettiva storica, a quota 94: segno che il lavoro bergamasco non è un fuoco di paglia ma un processo con radici profonde.

Perché l’Italia resta indietro: pochi minuti ai giovani

I numeri CIES incrociano un altro tema cruciale per il sistema-Italia: l’impiego effettivo di Under 21 e di calciatori cresciuti nel proprio settore giovanile. Nel ReportCalcio 2024 della FIGC emerge che in Serie A i minuti concessi agli Under 21 italiani sono appena il 2,8% (stagione 2022/23), e che i giocatori “formati nel club” rappresentano solo il 5,6% dei minuti complessivi: terzultimo valore in Europa, meglio soltanto di Turchia e Grecia, lontanissimo da Spagna (19,3%) e Francia (14,8%). Nella stagione 2025, secondo un’ulteriore rilevazione CIES, la quota di minuti agli U21 eleggibili per la nazionale nelle massime leghe europee resta bassa e la Serie A si attesta attorno a 1,9%: un campanello d’allarme che suona forte.

Il quadro, tradotto, è semplice: anche quando i vivai producono, quei talenti faticano a trovare spazio reale. L’ingresso ritardato delle seconde squadre nel professionismo ha inciso: la Juventus ha aperto nel 2018 con la Next Gen, l’Atalanta U23 è arrivata nel 2023, il Milan Futuro nel 2024; tra 2025 e 2026 si sono mossi anche altri club, con una normativa FIGC che oggi definisce in modo più chiaro criteri, costi e percorsi di ammissione in Serie C. È un passo in avanti, ma sconta anni di ritardo rispetto a modelli come Spagna e Germania, dove le squadre B sono parte organica della piramide pro.

L’Europa che scappa: Real, Barça, PSG e gli altri modelli

I benchmark europei sono una lezione di sistema. Barcellona e Real Madrid integrano La Masia e La Fábrica in un continuum che comprende squadre B, un metodo condiviso dall’U15 alla prima squadra, e un mercato che non ostacola ma abilita il percorso dei giovani. Nei ultimi cinque anni, la produzione è stata di 81 (Barça) e 85 (Real) calciatori impiegati nei top 5 campionati; nella singola stagione 2025/26, il Barça guida ancora per formati in campo. PSG (67 dal 2021) completa il podio dei “magnifici tre”. Nel lungo periodo, il Real domina anche per minuti giocati dai propri formati, confermando che non si tratta solo di quantità ma anche di qualità del posizionamento: i giocatori cresciuti a Valdebebas non solo esordiscono, ma restano stabilmente ad alto livello.

Oltre il numero: il tema “club-trained” e il paradosso Serie A

In Europa, la normativa UEFA spinge i club a registrare in rosa almeno otto giocatori “homegrown” nella Lista A da 25 elementi. La definizione – tre stagioni tra i 15 e i 21 anni nel club o nella stessa federazione – non obbliga però a un minutaggio minimo. E infatti la Serie A, dove la pressione del risultato è altissima, tende a “spremere” i titolari esperti, lasciando poco ossigeno ai ragazzi. Il CIES segnala che in Italia il peso dei club-trained sul totale dei minuti resta molto basso; il ReportCalcio evidenzia come gli U21 italiani scontino una carenza cronica di esperienze anche in Europa (pochi minuti in Champions League). Il risultato? Un sistema che seleziona bene in Primavera, ma fatica a far crescere al piano di sopra.

La presenza della regola UEFA “homegrown”8 calciatori cresciuti nel club o nella stessa federazione nella lista A di 25 per le coppe – ha agito come deterrente contro l’eccesso di importazioni, senza però cambiare da sola le abitudini in campo (non c’è obbligo di schieramento). In Premier League vige un sistema simile, ma il punto resta identico: finché non si premiano i minuti e non si costruisce una filiera pro robusta, il vincolo di lista incide sulla composizione delle rose più che sulle carriere dei giovani.

Conclusione: un Paese che sa formare, ma deve imparare a far giocare

Mettiamola così: l’Italia sa formare. Lo dicono i picchi di Atalanta, Inter, Juventus, Milan, Roma. Ma la distanza con Real Madrid, Barcellona e PSG85, 81, 67 contro 39 dell’Atalanta, per restare ai cinque anni – rivela il vero problema: non tanto il talento in entrata, quanto il traffico in uscita dal settore giovanile verso l’alta competizione. Lì, tra minuti veri, pressione e pazienza, l’Europa corre e noi rincorriamo. Il futuro, in fondo, è già scritto nei dettagli: più seconde squadre, più minuti incentivati, più coerenza tecnica. La notte fredda di Zingonia, Vinovo, Monzello, Trigoria, Interello può diventare il preludio di un’alba diversa. Ma serve scegliere, con convinzione, che il talento non è un capitale da parcheggiare: è un asset da mettere subito a rendimento.

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