Kings World Cup Nations
18 Gennaio 2026
KINGS WORLD CUP NATIONS BRAISLE • Lipao (Foto Kings League)
Non avrai altri dei di fronte a me. Il primo comandamento, quello su cui si fonda un credo, una fede, un modo di vivere, e di essere. Ciò che il calcio rappresenta per un popolo, una nazione, un paese intero. Il Brasile, la patria del pallone, il simbolo per eccellenza di uno sport che, in qualsiasi sua sfaccettatura, si dipinge di due colori: il verde e l'oro. Il verde della natura, perché naturale è la dote di chi nasce con quella sfera tra i piedi. L'oro della divinità, perché divino è il sangue che sgorga nelle vene dei brasiliani. Loro, che d'oro si vestono anche. Sì, perché è il colore dei campioni, di chi vince il Mondiale per la seconda volta consecutiva, e lo fa davanti alla propria gente. Umana, come il resto del pianeta, che si inchina ancora una volta al suo unico dio: il Brasile dei bi-Campioni del Mondo.
È come nelle grandi storie: la matricola contro la favorita, la sorpresa contro i campioni in carica, Cile contro Brasile, per di più, in Brasile. Nell'Allianz Parque, lo stadio del Palmeiras, sotto gli occhi di più di 40mila persone va in scena la finale della Coppa del Mondo targata Kings League. Quella vinta un anno fa proprio dai brasiliani, chiamati a difendere il titolo davanti alla propria gente affrontando di nuovo un'altra sudamericana. Dopo la Colombia, tocca alla nazione di Vidal provare a prendersi il trono del pianeta. L'ultimo capitolo di una storia incredibile, iniziata eliminando ai gironi i vice-campioni del Mondo e un Marocco arrivato nella Top 4 nella scorsa edizione, proseguita buttando fuori la Spagna creatrice della Kings e unica squadra capace di battere il Brasile nel corso di questi due mondiali. Una semifinale folle, vinta agli shootout, che vale al Cile il ticket per il grande evento. Lì, però, dove il palcoscenico si tinge subito di gialloverde, e non per i colori dominanti in tribuna.
No, perché sul campo del Palmeiras va in scena l'avvio perfetto del Brasile. Se Lipao calcia fuori sul primo palo in ripartenza (1'), Leleti non perdona: assist del portiere, mancino incrociato e palla in buca d'angolo (2'). Rotto l'equilibrio, il Cile prova a ristabilirlo senza inquadra lo specchio con Mati Herrera (1') e Vilches (3'), mentre Leleti chiama il portiere alla parata prima di inventare il raddoppio: sgasata partendo da fermo a destra, tocco in mezzo e stoccata di Lipao (5'). In un lampo è 2-0 Seleção, ma è solo l'inizio, perché tre minuti più tardi è sublimazione verdeoro: schema da calcio d'angolo, cross di Jeffinho e incornata devastante di Dedo (8'). È 3-0, fatto di testa su una schema da corner su un campo a 7, sinonimo di perfezione tecnica. Quella che manca solo a Elias, uno dei tanti presidenti brasiliani, che calcia sulla traversa il suo rigore presidenziale (9'). Lo spiraglio di speranza per il Cile, che trasforma invece il proprio in uno shootout sbagliato, fatto ripetere per l'uscita anticipata del portiere e finalmente segnato da Nacho Herrera (10'). Il canovaccio del match, però, cambia poco. Canhoto chiama l'altro Herrera alla parata (11'), Lipao si accentra e scarica un destro a centimetri dall'incrocio (12'), Everton con il mancino conclude centralmente, mentre il Paese dei Poeti non trova spazi neanche con l'uomo in più, quando Canhoto viene ammonito per un intervento più da rosso.
Chiuso un primo tempo senza acuti, il Cile la sua finale inizia a giocarla con il dado. Quello che sancisce un tre contro tre in cui Donoso conclude subito centrale (1'), mentre Vidangossy si incunea centralmente, vince un rimpallo e mette sotto le gambe del portiere il 3-2 (2'). Un segnale importante, come, però, la chance sprecata subito dopo dai biancorossoblù: Luna intercetta il possesso avversario, supera centrocampo e a porta vuota, da infortunato, conclude incredibilmente fuori dallo specchio (2'). Lo stesso centrato in pieno da Kelvin, che colpisce la traversa (3'), lasciando il Brasile a sorpresa senza gol fatti nel dado, concluso anzi soffrendo. Già, perché Assuncao deve parare su Nacho Herrera due volte, di cui la seconda con un tuffo pazzesco a togliere il pallone dall'incrocio dei pali sul mancino a giro dell'avversario (4').
L'unico, ultimo, vero spavento. Perché il calcio, in qualsiasi forma, è arte brasiliana. Quella di Lipao, che riceve a sinistra, si accentra e scarica una saetta di destro sul primo palo (13'), quella di Leleti, che in ripartenza brucia il campo e di punta col mancino trafigge il Cile (16'), quella di Kelvin Oliveira, lui che non brilla in finale, ma che la chiude su assist della Corona d'Oro e incide sempre più il suo nome nella leggenda (18'). Quella del Brasile, di chi non solo vince il secondo Mondiale consecutivo, ma lo fa a casa sua, superando un Cile fin qui imbattutto, sotto gli occhi di Neymar, sotto gli occhi di 41mila persone testimoni di una storia pronta a continuare a far emozionare.