Cerca

News

Come un rigore sbagliato è diventato il caso del momento: «Mancanza di rispetto verso un popolo intero»

Un titolo che sfugge al Marocco in casa e le parole durissime di Hervé Renard, Ct dell'Arabia Sudita; una storia destinata a restare

“Quel cucchiaio ha spezzato un incantesimo”: Renard attacca Brahim Díaz, il Senegal è campione d’Africa

“Quel cucchiaio ha spezzato un incantesimo”: Renard attacca Brahim Díaz, il Senegal è campione d’Africa

La palla sale lenta, quasi sospesa. Lo stadio di Rabat si zittisce come un teatro al buio. Sul dischetto c’è Brahim Díaz, il migliore del torneo, le mani sui fianchi, il respiro corto. Davanti a lui Édouard Mendy non si muove: aspetta, intuisce, cattura un pallone che non cade mai. Quel cucchiaio che avrebbe dovuto consegnare al Marocco un titolo atteso da 50 anni si trasforma nell’istante in cui tutto cambia. I Leoni di Teranga resistono, vanno ai supplementari e la finale della Coppa d’Africa si decide al minuto 94 dei supplementari: sinistro sotto la traversa di Pape Gueye, 1-0, Senegal campione. È il sequel di una partita che ha sfidato la logica: un gol annullato, un rigore concesso al 90’+24’, una squadra – il Senegal – uscita dal campo per protesta e rientrata dopo un quarto d’ora. E poi la scelta di Brahim. E poi il giudizio tagliente di Hervé Renard, CT dell'Arabia Saudita: «Non ho compassione: è stata una mancanza di rispetto verso un popolo intero».

UN FINALE OLTRE I LIMITI

La cronologia è spietata. Al Prince Moulay Abdellah di Rabat, il equilibrio regge fino all’infinito. Nel recupero del secondo tempo, l’arbitro Jean‑Jacques Ndala fischia un fallo a centro azione e annulla quello che al Senegal sembra il gol della vittoria; pochi istanti dopo, al 90’+24’, il VAR richiama su un contatto in area tra Brahim Díaz ed El Hadji Malick Diouf: è rigore per il Marocco. Le proteste senegalesi sono furibonde, il ct Pape Thiaw richiama i suoi: i giocatori escono dal campo. Passano 15-20 minuti in un limbo che non dovrebbe appartenere a una finale continentale. Quando si riprende, Brahim sceglie il gesto più fragile e insieme più spavaldo del repertorio: il cucchiaio. Mendy resta in piedi fino all’ultimo e blocca. Lo shock è collettivo: i padroni di casa crollano psicologicamente, ai supplementari il Senegal trova il varco con Gueye. È il secondo titolo continentale dei Leoni dopo quello del 2021.

IL PESO DI UN GESTO: LA “PANENKA” CHE NON PERDONA

Nel calcio esistono momenti in cui la scelta del gesto è già una narrazione. Il “cucchiaio” – la cosiddetta “panenka” – è un atto di fiducia assoluta, quasi di sfida, che pretende tempi, contesto e lucidità. Farlo dopo un quarto d’ora di interruzione, davanti a un Paese che aspettava il trionfo da 1976, è una scommessa estrema. Stavolta persa. A fine gara Mendy spiega: “Non c’è nulla di strano, lui ha provato a segnare, io ho fatto il mio mestiere restando il più a lungo possibile in attesa. Tutto qui”. Il portiere respinge anche le teorie del “rigore sbagliato di proposito”: “A una manciata di secondi dalla fine, con uno stadio che esplode, nessuno ‘sceglie’ di fallire”.

Il giorno dopo, mentre il Marocco fa i conti con la delusione, arriva la frustata di Hervé Renard, doppio vincitore della Coppa d’Africa e già ct dei Leoni dell’Atlante: “Si può sbagliare un rigore, ma in un caso del genere non ho alcuna compassione: è un mancanza di rispetto per un popolo intero che attendeva questo titolo da 50 anni”. Una posizione netta, attribuita a un colloquio con Le Parisien, nella quale il tecnico francese allarga il giudizio anche alla conduzione arbitrale e al caos generato dalla scelta senegalese di lasciare il campo. Parole che spaccano: da un lato chi reclama responsabilità nelle scelte dei leader tecnici, dall’altro chi ricorda che proprio Renard, maestro di gestioni ad alto rischio emotivo, conosce bene la linea sottile tra coraggio e hybris.

BRAHIM E REGRAGUI TRA AMAREZZA E ORGOGLIO

Il primo a prendersi la colpa è Brahim Díaz. Sui social il numero 10 del Real Madrid scrive un messaggio che è insieme scusa e promessa: “Ho fallito e me ne assumo la responsabilità. Il mio cuore è a pezzi, ma continuerò a lottare per rendere orgoglioso il mio popolo marocchino”. È una presa di posizione che prova a spostare il racconto dall’errore alla reazione, come chiedono i leader dello spogliatoio. Più misurato ma non tenero il ct Walid Regragui: “Ha avuto tanto tempo per pensarci, forse troppo. Non cerchiamo alibi: ha segnato altri rigori in passato, ieri l’ha sbagliato. Fa parte del calcio”. Nel frattempo dai media e dai social marocchini si alza un’onda emotiva potente, con accuse di “gesto egoista” e di “tradimento” da parte di frange radicali del tifo: una temperatura comunicativa che conferma quanto questo titolo mancato pesi sull’immaginario collettivo.

IL CAOS ISTITUZIONALE

La finale non è finita al triplice fischio. La FRMF – la Federazione reale marocchina – ha annunciato azioni formali presso CAF e FIFA, contestando l’interruzione forzata seguita al walk‑off senegalese e l’effetto psicologico avuto sul rigorista. CAF e FIFA hanno condannato la decisione di lasciare il campo, promettendo una revisione disciplinare. Dal Senegal sono arrivate le scuse del ct Pape Thiaw: “Errore, non doveva accadere”. È un fronte aperto che riguarda l’ordine competitivo e l’immagine del torneo: una finale deve essere esempio, non precedente. E in questa edizione la Coppa d’Africa ha rischiato il corto circuito tra VAR, gestione dei tempi e comunicazione tra arbitri e panchine.

LA LINEA SOTTILE TRA CREATIVITÀ E DOVERE

Il calcio vive di audacia. Ma in una finale il confine tra inventiva e dovere collettivo si assottiglia. Chi tira non rappresenta solo se stesso: incarna la squadra, spesso un’intera comunità. Per questo il gesto di Brahim è diventato terreno di scontro culturale. Una parte del tifo lo considera un atto ego‑estetico fuori luogo; un’altra sottolinea che i campioni si definiscono anche nel prendersi rischi. La “verità” sta spesso nella qualità dell’esecuzione: se il cucchiaio entra, diventa epica; se viene “telefonato”, diventa colpa. Il giudizio di Renard – severo fino alla “assenza di compassione” – ha il merito di rimettere al centro la pedagogia del gesto: certe scelte, in certe notti, devono rispondere non solo al coraggio, ma alla responsabilità.

MAROCCO OLTRE IL RISULTATO: COSA RESTA AL PAESE

  1. L’orgoglio di un percorso: il Marocco ha portato in casa una finale attesa da mezzo secolo, con un gruppo competitivo, un pubblico travolgente e il capocannoniere del torneo in rosa.
  2. La gestione delle crisi: la federazione ha subito avviato un percorso istituzionale presso CAF e FIFA per la gestione della sospensione. Indipendentemente dagli esiti, servirà un confronto a freddo su protocolli e procedure per evitare che una finale continentale debordi così dal perimetro sportivo.
  3. La crescita dei leader: per Brahim Díaz questa ferita è destino e bivio. La sua assunzione di responsabilità è un buon inizio; il percorso di “restituzione” passa ora dalla continuità con il Real Madrid e dalla capacità di nuovo impatto in nazionale.

UNA LEZIONE PER LA COPPA D'AFRICA

Questa finale sarà ricordata per decenni: per la bellezza crudele del calcio e per il lato che il calcio deve correggere. Servono protocolli più chiari su interruzioni, tempi di VAR, tutela del rigorista e dell’integrità psicologica dei calciatori. La CAN ha un patrimonio narrativo enorme: non può permettersi zone grigie che trasformano una notte di gloria in un dibattito sulle regole. Eppure resta l’essenziale: in una partita tesa all’inverosimile, il Senegal ha trovato il gesto più semplice – un tiro secco sotto la traversa – e il Marocco quello più complicato. È la differenza tra il calcio che funziona e quello che rischia di romanticizzare l’azzardo.

Commenta scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su Sprint e Sport

Caratteri rimanenti: 400

Resta aggiornato, iscriviti alla nostra newsletter