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21 Gennaio 2026
Una domanda semplice, quasi rituale, nel frastuono dell’Allianz Stadium che si prepara alla notte europea: «La Juventus la allenerebbe?». La risposta di José Mourinho non è il solito dribbling: «Certo». In tre sillabe cambia l’aria della sala stampa, come quando un veterano decide di non giocare più di rimessa e piazza il lancio lungo a scavalcare la linea. Poi arriva l’altra scena, meno teatrale ma più rivelatrice: lo Special One si prende un minuto per parlare di Luciano Spalletti, del rispetto tra i due, delle “frecciatine” che fanno parte del gioco. E chiude con un apprezzamento sullo stadio: moderno, bollente, luogo dove i fischi sanno diventare colonna sonora. È la vigilia di Juventus–Benfica, ma sembra la vigilia di qualcosa di più.
Che Mourinho non si nasconda è cosa nota; che risponda così, senza premesse, alla domanda sul futuro bianconero, è materia che fa rumore. Il portoghese non ha girato intorno: «Se accetterei la Juve? Certo». E ha aggiunto un ragionamento sul mestiere: lo sorprende, dice, quando “allenatori senza storia” si ritrovano a guidare club enormi; viceversa, non lo sorprende affatto vedere Massimiliano Allegri al Milan, Gian Piero Gasperini alla Roma, Spalletti alla Juventus. Tradotto: nei grandi club devono finire i tecnici che hanno curriculum, spessore, cicatrici. È una visione del mestiere, ma anche un manifesto personale.
L’effetto è duplice. Da un lato, riaccende immaginari che in Italia non si spengono mai: l’allenatore con passato all’Inter, poi alla Roma, che non esclude Torino. Dall’altro, dà una misura della sicurezza con cui Mourinho maneggia la comunicazione: portare nella conversazione un tema di lungo periodo mentre, a 48 ore dalla partita, il breve periodo chiede freddezza e punti. È uno dei suoi marchi: spostare i riflettori, alzare il volume, proteggere lo spogliatoio. Concetti chiave: gestione della narrativa, controllo del contesto, pressione trasferita all’esterno.
C’è poi la liturgia dell’incrocio con Luciano Spalletti. «Le frecciatine? Fanno parte del lavoro. Io rispetto molto Luciano, per l’allenatore e per la persona che è», ha detto Mourinho, restituendo un’immagine di rivalità nelle forme, stima nella sostanza. Sul fronte opposto, Spalletti ha parlato di “piacere di ritrovarlo” e del fatto che: «Quando c’è Mourinho si alza il volume del calcio»: un riconoscimento implicito della potenza scenica del portoghese, ma anche un avvertimento tattico… con Mou la partita non è mai solo partita.
Il loro passato italiano è pieno di parentesi accese, dagli anni Inter–Roma in poi: dialettica frizzante, titoli da prima pagina, ma anche un filo di stima che col tempo non si è spezzato. Oggi, con Spalletti alla Juventus e Mourinho al Benfica, la scena cambia: meno personalismo e più sostanza, perché entrambi hanno davanti una notte che pesa su classifica, reputazione e percorso europeo.
Il passaggio più sincero, forse, è quello sullo stadio. «Questo stadio è moderno, con un ambiente caldissimo… i fischi? Forse si alza il volume dei fischi», ha sorriso Mourinho. L’Allianz Stadium è davvero una macchina da partita: 41.507 posti, curve vicine al campo (distanza minima di 7,5 metri dalla prima fila alla linea laterale), acustica che restituisce energia a chi gioca e pressione a chi subisce. È una casa pensata per trasformare la domenica in rito. Non sorprende che un tecnico che vive di temperatura emotiva colga la differenza.
Dal punto di vista psicologico, l’osservazione di Mourinho è una puntura a basso voltaggio: riconoscere la forza dell’ambiente, incassarne l’ostilità, dichiarare di averla già esperita “con Inter, Roma, Manchester United” e relativizzarla. Il messaggio al gruppo è trasparente: la rumorosità dello Stadium è una variabile prevedibile, non un fattore ignoto. E quindi gestibile.
Per la Juventus: le parole di Mourinho non sono una candidatura, ma spostano le percezioni. In un club che ha appena riaffermato ambizioni europee con Spalletti, sentire lo Special One dire “certo” suona come la prova che la panchina bianconera resta una delle più magnetiche d’Europa. È anche un promemoria sulla cultura del risultato: “storia”, “lavoro fatto”, “curriculum” come linee guida per chi siede in panchina. Per il Benfica: è un rafforzativo d’immagine. Un tecnico che non gioca mai a nascondino e che, proprio perché si muove tra grandi piazze, legittima il livello del progetto: squadra con qualità, verticalità, esperienza europea. La doppia lettura - elogio dell’avversario e autoaffermazione del proprio spogliatoio - è in pieno stile Mou. Per la partita: la vigilia si arricchisce di storyline, ma la sostanza resta la classifica della League Phase, con punti che pesano come ottavi a portata o a rischio. L’Allianz Stadium, con la sua capienza da 41.507 e la scenografia da “ambiente caldissimo”, diventa un tema tecnico: comunicazione non verbale, pressione, gestione dei tempi morti.
Una costante di Mourinho è trasformare la conferenza in un prolungamento dell’allenamento tattico. L’elogio di Spalletti, la battuta sui fischi, il “Juve? Certo”: tre mosse in sequenza per settare il frame mentale. Il punto non è il titolo del giorno dopo, ma il messaggio ai suoi: «Conosciamo dove siamo, conosciamo chi affrontiamo, siamo pronti a stare dentro la partita». E il punto per la Juve è complementare: controllare il racconto senza farsi ipnotizzare dalla sua teatralità.
“Certo” è una parola corta, ma fa strada. Nel calcio italiano apre discussioni, nelle vigilie europee sposta l’attenzione, nello spogliatoio vale come “niente alibi”. È così che Mourinho prepara le sue partite: alza il volume quando gli serve, lo abbassa quando conviene. A Torino, contro una Juventus allenata da Spalletti che sa come filtrare il rumore, la differenza la faranno i dettagli: una copertura preventiva fatta bene, un’uscita dal pressing con il tempo giusto, una palla inattiva calciata dove lo Stadium trattiene il respiro. Tutto il resto - fischi compresi - sarà colonna sonora.