Coppa d'Africa
21 Gennaio 2026
La pioggia batte sullo stadio di Rabat e, mentre il cronometro s’allunga in un recupero infinito, un asciugamano blu diventa oggetto di contesa come fosse un trofeo. A bordo campo, il secondo portiere del Senegal, Yehvann Diouf, lotta fisicamente con raccattapalle e addetti locali per impedire che quello strappo di cotone sparisca. Dicono sia “voodoo”, dicono porti “magia nera”, dicono che togliendolo al numero uno dei Leoni della Teranga, Edouard Mendy, si possa “spezzare l’incantesimo”. Pochi minuti dopo, tra una review VAR e una sospensione di gioco durata oltre 10 minuti, il marocchino Brahim Diaz prova un rigore a “cucchiaio” e Mendy lo blocca senza fatica. A inizio supplementari, Pape Gueye firma l’1-0 che incorona il Senegal campione d’Africa. È il 18 gennaio 2026. La partita finisce, la tempesta no.
Il contesto tecnico è chiaro. La finale della Coppa d’Africa 2025 (slittata a gennaio 2026) tra Marocco e Senegal allo stadio Prince Moulay Abdellah di Rabat scivola via sul filo dell’equilibrio, fino all’episodio chiave al termine del recupero: su un corner, Brahim Diaz cade in area dopo un contatto con El Hadji Malick Diouf. L’arbitro, il congolese Jean‑Jacques Ndala, inizialmente lascia correre, poi il VAR lo richiama al monitor. Rigore. A quel punto la panchina del Senegal esplode, l’allenatore Pape Thiaw richiama i suoi: la squadra abbandona il campo in segno di protesta. Una sospensione prolungata - fra 14 e 17 minuti - che trascina l’attesa di Diaz sul dischetto a livelli psicologicamente logoranti. Quando finalmente si riparte, il Panenka del fantasista del Real Madrid è corto e centrale: Mendy resta in piedi e accompagna il pallone fra le braccia. Nei supplementari, al 4’ del primo tempo, Gueye - protagonista in Liga con il Villarreal - trova l’angolo con un destro potente: 1-0. La seconda Coppa d’Africa del Senegal arriva dopo quella del 2022.
Il dopo-gara è un fiume in piena. Il c.t. del Marocco, Walid Regragui, ammette che la lunga attesa può aver “disturbato” Diaz, che chiude comunque il torneo con la Scarpa d’Oro (cinque reti). Al tempo stesso, Regragui definisce “vergognoso” l’atto di abbandonare il campo: un gesto che, a suo dire, “non onora l’Africa”. Dall’altra parte, Thiaw si trova a giustificare una scelta estrema, probabilmente figlia di una percezione di ingiustizia arbitrale cresciuta durante tutta la serata.
Sulle condotte in campo intervengono subito le istituzioni. Il presidente della FIFA, Gianni Infantino, definisce “inaccettabile” la decisione del Senegal di lasciare il terreno di gioco, condannando anche gli episodi di violenza tra alcuni tifosi nelle tribune. La CAF — la Confederazione Africana di Calcio — diffonde una nota ufficiale in cui stigmatizza il comportamento “inappropriato” di giocatori e staff e annuncia l’apertura di procedimenti disciplinari. Il dibattito si allarga alla FRMF, la Federazione Reale Marocchina, che preannuncia iniziative formali presso gli organi competenti, convinta che la sospensione abbia inciso sulla tenuta mentale dei suoi calciatori e sulla regolarità del finale.
Al netto delle posizioni, un punto appare condiviso: una finale continentale non può deragliare così a lungo per un dissenso collettivo contro una decisione arbitrale. La cornice, peraltro, era simbolica: Marocco Paese ospitante e uno dei pilastri del progetto Mondiale 2030 (con Spagna e Portogallo), con la Coppa d’Africa pensata anche come stress test organizzativo. Il colpo d’occhio e gli incidenti della serata — a cominciare dal walk‑off — hanno inevitabilmente acceso riflettori critici sulla gestione.
Se il rigore ha monopolizzato la narrativa, l’altro frammento destinato a resistere nel tempo è il “caso asciugamano”. Il portiere del Senegal, Edouard Mendy, sotto un acquazzone continuo, ha bisogno di asciugare guanti e pallone. In più situazioni, calciatori e raccattapalle marocchini provano a sottrargli il panno appeso nei pressi del palo. In campo interviene il vice portiere Yehvann Diouf, che si trasforma in “bodyguard” dell’oggetto conteso, fino a scene surreali di inseguimenti lungo la linea laterale. Il giorno dopo circolano video e foto, mentre alcuni media locali spiegano che, tra parte della tifoseria, l’asciugamano è ritenuto un amuletο capace di “assorbire” o “neutralizzare” il voodoo: un’interpretazione folkloristica che si sovrappone — e a tratti prevale — sulle ragioni più terra‑terra della pressione psicologica e dell’ostacolo pratico al lavoro del portiere.
Comunque la si legga, la “guerra dell’asciugamano” rientra nel repertorio di disturbi borderline che il calcio tollera fino a un punto, specie se coinvolge figure esterne all’azione come i raccattapalle. Curioso il seguito: a distanza di ore, il marocchino Ismael Saibari — tra i protagonisti del trambusto — si sarebbe presentato per scusarsi con Mendy, in un tentativo di ricomposizione mediatica che dice molto su quanto l’episodio abbia imbarazzato l’ambiente di casa.
È in questo clima surriscaldato che arriva il post di Mario Adinolfi. Il giornalista e leader del movimento Il Popolo della Famiglia pubblica su Facebook un intervento durissimo in cui, commentando gli episodi di Rabat, definisce l’Islam “il male del mondo”, parla di “inferiorità civile e culturale del mondo islamico” e rievoca un elenco di atrocità e repressioni in Paesi a maggioranza musulmana, dal Talebani ai Boko Haram, passando per Hamas e gli ayatollah iraniani, fino a episodi come l’omicidio di Giulio Regeni. Il salto logico è evidente: da una finale di calcio caotica ad un atto di accusa generalizzato contro una religione e miliardi di persone nel mondo.
La scelta retorica di Adinolfi, che trasforma un match in un cavallo di Troia per una tesi ideologica, produce immediata eco mediatica in Italia. Le sue parole — pesantissime e stigmatizzanti nei confronti di un’intera fede — alimentano un cortocircuito che mescola calcio, identità, geopolitica e cronaca nera internazionale. È il lato oscuro dell’ipermediatizzazione del pallone: l’evento sportivo diventa pretesto per consolidare narrazioni polarizzanti, trascurando la complessità dei contesti e la distinzione, fondamentale, tra atti individuali e comunità religiose.
Il giorno successivo, Dakar è una marea di bandiere: decine di migliaia di tifosi accolgono i campioni, tra cori e vuvuzela. È il lato luminoso del calcio africano: orgoglio nazionale, senso di comunità, la conferma di una generazione senegalese capace di reggere la pressione massima. Intanto, gli uffici di CAF e FIFA lavorano alla parte meno poetica: rapporti degli ufficiali di gara, filmati, denunce incrociate. La verità sportiva è scritta sul tabellino; quella disciplinare avrà bisogno di atti formali, tempi e decisioni.
Sul fronte marocchino, l’attenzione resta doppia: alle istanze contro il walk‑off si affianca l’urgenza di metabolizzare un’occasione persa. Il torneo, sul piano organizzativo, era un tassello della roadmap verso il 2030: sarebbe miope ridurre tutto agli episodi di una sola notte, ma altrettanto ingenuo non leggere questa finale come un campanello d’allarme su protocolli e governance di gara.
Rabat lascerà in eredità immagini contraddittorie. La bellezza del tiro di Pape Gueye che s’incastra all’incrocio. La parata “in piedi” di Edouard Mendy sul cucchiaio di Brahim Diaz. La corsa grottesca di Yehvann Diouf con un asciugamano stretto al petto. Gli abbracci a Dakar. E, fuori campo, un post che usa il pallone come clava.
Il calcio non ha bisogno di totem da rubare né di veleni identitari per spiegarsi. Ha bisogno di regole applicate, di rispetto reciproco e di parole che non trasformino gli errori — o gli eccessi — di pochi in sentenze sull’umanità di molti. La notte di Rabat lo ricorda con forza: la passione può sfuggire di mano, ma la responsabilità — di chi gioca, arbitra, organizza e racconta — non dovrebbe farlo mai.