Serie A
23 Gennaio 2026
Giancarlo Cella, classe 1940, fu in attività come difensore e debuttò in Serie A con il Torino nella stagione 1958-1959 per poi giocare 3 anni nell'Inter dal 1968 al 1971
La mattina d’inverno a Bobbio è tersa e tagliente. In piazza Duomo, c’è chi lo ricorda mentre, cappotto scuro e sorriso furbo, salutava tutti con un «ragazzi, forza» che sapeva di promessa. È da qui, dal suo paese, che se n’è andato Giancarlo «Caje» Cella a 85 anni: una figura luminosa e controcorrente del nostro calcio, capace di tenere insieme il respiro dei grandi stadi e la misura delle piccole cose. Un campione discreto, protagonista senza clamori, tessera preziosa dell’Inter che nel 1970-1971 cucì sul petto lo scudetto della rinascita, e poi maestro severo e affettuoso, nel nome di un’idea antica e modernissima di pallone: educare prima di vincere.
UN PERCORSO CHE RICORDA L'ITALIA DEL CALCIO DI UNA VOLTA
Nato a Bobbio (Piacenza) il 5 settembre 1940, Cella cresce calcisticamente in provincia prima di scegliere la strada dei professionisti. È il Piacenza a farlo esordire, ma è con il Torino che assaggia nella stagione 1958-1959 per la prima volta la Serie A: il debutto da mezzala in un campionato che all’epoca era una scuola severissima, dove per restare in squadra dovevi essere ogni settimana migliore della precedente. Da lì un’evoluzione tattica rara: mezzala, quindi mediano, infine libero. Una metamorfosi che dice tutto sul suo Quoziente d'Intelligenza calcistico e sulla sua adattabilità, doti che gli consentono di attraversare piazze speciali come Catania e Atalanta prima di arrivare all’Inter nel 1968. Con i nerazzurri, in tre stagioni (fino al 1971), diventa uno dei cardini silenziosi del reparto arretrato, quello su cui si appoggiano i rientri, le coperture, le transizioni del calcio che sta cambiando pelle.
IL BILANCIO IN NERAZZURRO
Con la maglia dell’Inter disputa complessivamente 59 partite ufficiali e segna un gol nelle coppe europee, un lampo contro il Newcastle nel 1970 che basta a consegnargli una piccola eternità nelle statistiche del club. E soprattutto vive da protagonista la corsa allo scudetto 1970-71, contribuendo con 6 presenze in campionato a quella seconda stella ideale che i tifosi chiamano ancora oggi «il tricolore dell’orgoglio», arrivato a fine ciclo e capace di ribadire un’identità. A raccontarlo, oggi, non sono i numeri, che pure contano, ma la memoria collettiva: Cella era il giocatore che ti faceva sentire al sicuro, uno che non rubava l’occhio ma ti metteva in bacheca i punti pesanti.
IL TALENTO NELLE RAPPRESENTATIVE AZZURRE
Quando le nazionali giovanili erano un cantiere di futuro, Cella era già lì, nel gruppo di quelli che avrebbero dovuto fare da ponte tra la provincia e la maglia azzurra dei grandi. Vanta 9 presenze e 2 gol nelle selezioni Under dell’Italia, spesso indicate come Under 21 nelle ricostruzioni odierne, e un ricordo che vale come un titolo: la medaglia d’oro ai Giochi del Mediterraneo del 1959, a Beirut, con una Italia Dilettanti capace di imporsi attraverso disciplina e qualità, proprio il suo alfabeto calcistico. Era il calcio in bianco e nero, quello dei treni presi la sera e della borsa con gli scarpini sempre pronta; ma era anche, e soprattutto, un campo di prova per gente solida, che non aveva paura di sporcarsi i pantaloncini per una diagonale in più. Non tutto, però, gli andò restituito dalla sorte. Nel marzo 1962, un grave infortunio al ginocchio cancellò la chance più importante: la probabile chiamata per i Mondiali del 1962.
L'INTER DELLO SCUDETTO E IL RITORNO A PIACENZA, UNA CARRIERA SOBRIA
L’Inter che ritrova lo Scudetto nel 1971 è un’organizzazione e una comunità. In quel contesto, uno come Cella è fondamentale: non pretende i titoli dei giornali, fa la cosa giusta al momento giusto e sa farsi trovare nella posizione che salva l’azione. Il suo lavoro è architettura invisibile: la posizione del corpo, il tempo della scivolata, il colpo di testa d’anticipo che spegne il cross. È la cultura dell’equilibrio, che spesso definisce i campioni più del gesto spettacolare. Dopo il tricolore, il rientro alla base: stagione 1971-72 al Piacenza, in Serie C, 33 presenze e il feeling intatto con la sua terra. Non è un addio ai grandi palcoscenici, è la scelta di chi sa che la carriera non è una scaletta lineare, ma un percorso dove il senso sta nel dare e nel restituire.
«CAJE» ALLENATORE, LE GIOVANILI E VICE ALL'INTER
Il passo successivo è l’area tecnica, laddove il gioco si trasmette ai più giovani come un’eredità. Cella inizia con le giovanili dell’Inter, quindi diventa viceallenatore in prima squadra, esperienza preziosa per studiare da vicino la gestione di un gruppo al top. Poi sceglie la panchina con coraggio, in quelle categorie che ti obbligano a fare tutto: campo, spogliatoio, gestione delle pressioni locali. Guida Pavia, Carpi, SPAL, Suzzara: piazze che pretendono competenza e umanità, pronte a riconoscere l’autenticità di un uomo che non ha mai recitato un ruolo.
ALTRA AVVENTURA A PIACENZA
L’ultima e forse più importante missione è a Piacenza, da responsabile del settore giovanile: qui, tra metà anni Novanta e dintorni, ha modo di incrociare i primi passi di due fratelli destinati a riscrivere capitoli importanti del nostro calcio, Filippo e Simone Inzaghi. Di loro, Cella apprezzava la fame e l’ossessione del dettaglio: lo stesso fuoco che in gioventù aveva acceso le sue corse da mezzala e i suoi anticipi da libero. Con i ragazzi, amava dire «boys», come a creare un filo tra l’inglese dei grandi stadi e l’affetto di un padre sportivo. Non era soltanto un tecnico: era un formatore, uno che ti insegnava ad arrivare puntuale, a rispettare il compagno, a restare lucido nelle partite difficili. Valori che durano più di un modulo.
IL CALCIO COME IDENTITÀ
In un’epoca in cui i calciatori sono brand, Cella ha fatto un’altra scelta: essere persona prima che personaggio. Non ha mai smesso di tornare a Bobbio, dove ha costruito la famiglia insieme alla moglie Poni e ai figli Francesca e Gionata. Lì lo si incontrava ai campi, alle partite della Bobbiese, alle iniziative cittadine. Un campione territoriale nel senso più alto: radicato, disponibile, coerente. È questa coerenza a renderlo particolarmente amato: l’idea che si possa arrivare in alto senza smarrire la lingua, i luoghi, le persone.
IL COMMIATO DELL'INTER
La comunità nerazzurra tramite i propri canali ufficiali e il cordoglio dei tifosi lo ha salutato con affetto e chiarezza di ricordi: tre stagioni tra il 1968 e il 1971, 42 presenze in campionato con l’Inter, 8 nelle coppe europee e 9 in Coppa Italia, il tutto sigillato dal tricolore e da quel gol al Newcastle in Europa che resta la sua firma d’autore. Sono numeri che raccontano, ma non esauriscono, l’impatto di Cella: perché per definire chi eri davvero, spesso bastano gli sguardi di chi ha giocato con te e contro di te. Il calcio italiano saluta dunque Giancarlo Cella con il rispetto che si deve alle persone perbene. Ai tifosi dell’Inter resterà il fotogramma di quel tricolore del 1971, agli appassionati di provincia l’orgoglio di un figlio che non ha mai smesso di tornare a casa. Ai tanti ragazzi passati sotto la sua guida resterà una bussola per la vita: lavorare duro, restare umili, imparare a leggere il gioco e gli altri. Non ci può essere eredità più grande di questa.