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Serie A

A 70 anni ci lascia una leggenda del calcio amato da tutti, vinse lo Scudetto e fece da maestro a un giovane Beppe Bergomi

Una carriera costruita sul sacrificio e sull’appartenenza e un legame indissolubile con i colori nerazzurri per lo storico difensore

INTER SERIE A - NAZZARENO CANUTI

Nazzareno Canuti aveva compiuto 70 anni lo scorso 15 gennaio e oltre allo Scudetto della stagione 1979-1980 aveva vinto anche 2 Coppe Italia nel 1978 e nel 1982

La palla scavalca l’area, la luce di San Siro è lattiginosa, il tempo sembra rallentare: in mezzo ai gomiti e alle spinte, un salto secco e pulito toglie l’aria al centravanti avversario. Quel colpo di testa, mille volte, è stato di Nazzareno Canuti. Non faceva rumore, non cercava copertina: arrivava prima, sceglieva la posizione, custodiva la porta. Oggi il calcio italiano piange la sua scomparsa: Canuti è morto oggi, sabato 24 gennaio, a 70 anni, lasciando il ricordo di un difensore che apparteneva a un’epoca in cui il mestiere si misurava in duelli vinti e spogliatoi tenuti insieme, più che in highlights. Con la maglia dell’Inter ha lasciato un’eredità scolpita nei numeri e nella memoria: 183 presenze complessive, 1 gol, 7 stagioni vissute tra sacrificio e gloria, con uno Scudetto (1979-80) e due Coppe Italia conquistate sotto la guida di Eugenio Bersellini. Lo ha ricordato ufficialmente anche il club nerazzurro, salutando uno dei suoi figli cresciuti nel Settore Giovanile.

UN NERAZZURRO NATO PER ESSERLO
Nato a Bozzolo il 15 gennaio 1956, Canuti entra giovanissimo nel vivaio dell’Inter: la sua è la storia di chi percorre la scala, gradino per gradino, fino al primo spogliatoio. Debutta a metà degli anni Settanta, diventa presto una presenza affidabile, un riferimento in un reparto difensivo plasmato da Bersellini, tecnico che trasformò il pragmatismo in metodo. La fotografia di quegli anni dice molto: una squadra estremamente fisica, organizzata, capace di portare a casa punti «sporchi» e vittorie pesanti; in quell’ingranaggio, Canuti è cardine silenzioso, specialista del gioco aereo e del corpo a corpo. La narrazione ufficiale del club sintetizza bene la sua identità: «orgoglio, dedizione, spirito di sacrificio». Parole che nel suo caso non sono retorica, ma descrizione letterale.

L'ANNO DEL TRICOLORE E L'ARTE DEL DIFENDERE
La stagione dello Scudetto 1979-80 vive ancora nel pantheon nerazzurro. Non fu la squadra più luccicante della storia dell’Inter, ma fu una delle più solide. Canuti vi partecipò da protagonista del reparto, contribuendo a quell’equilibrio che rendeva i nerazzurri «corti» e compatti, specialmente nelle partite ad alta tensione. Con Bersellini i dettagli diventavano abitudine: marcature preventive, letture «in anticipo», raddoppi sistematici sulle catene esterne. Per un difensore con il suo bagaglio fisico e mentale, fu il contesto perfetto. Arrivarono anche due Coppe Italia (stagioni 1977-78 e 1981-82), trofei che completano il suo palmarès in nerazzurro e raccontano una squadra capace di competere su più fronti senza perdere identità. Senza contare l'apporto che Canuti diede alla crescita dei vari giovani si affacciarono in prima squadra nell'Inter di quegli anni. Vale a dire giocatori del calibro di Giuseppe Bergomi, Riccardo Ferri e Aldo Serena.

IL SOPRANNOME, L'ANIMA, LA SCELTA: «NAZZA»
In un calcio che allora tollerava poco le mezze misure, Nazzareno diventò semplicemente «Nazza»: un soprannome corto, come i suoi interventi. Non era un oratore, era un aggregatore. Le cronache lo raccontano come uomo spogliatoio, poco incline alla celebrazione, molto alla disponibilità. Il dettaglio che dice tutto è nella fedeltà: pur avendo indossato altre maglie, Canuti ha sempre dichiarato senza infingimenti il proprio amore per l’Inter. Persino i dettagli quotidiani, un cuore nero e uno azzurro nei messaggi, restituivano la misura di un’appartenenza che non si spegne con il passare degli anni. Un affetto ricambiato: il club, nel giorno del 70° compleanno (15 gennaio 2026), lo aveva celebrato come uno dei suoi simboli discreti, a distanza di pochi giorni dal triste annuncio.

IL PASSAGGIO AL MILAN: UN PARADOSSO TUTTO MILANESE
La storia di Canuti contiene anche un paradosso: uno dei difensori più «interisti» di sempre, nel 1982-1983 indossò la maglia del Milan, allora impegnato in Serie B. Un trasferimento lampo, in prestito, che lo rese, all’epoca, uno dei pochissimi (si contavano circa 14 giocatori fino a quel momento) ad aver attraversato entrambi i navigli. Quell’annata si chiuse con la promozione del Milan in A; per Canuti fu una parentesi professionale vissuta con la consueta serietà, un capitolo che non incrinò mai il filo con l’altra sponda della città. Con i rossoneri totalizzò 35 presenze in campionato, dando solidità a una squadra che doveva ripartire.

GLI ALTRI COLORI: GENOA, CATANIA, SOLBIATESE
Dopo l’addio all’Inter, l’orizzonte di Canuti si allarga. C’è il Genoa tra il 1983 e il 1985, quindi il Catania sino al 1988, e infine la Solbiatese in Serie C. Ovunque, la stessa cifra: senso della posizione, letture difensive, leadership pratica più che proclamata. Le statistiche ufficiali restituiscono il ritratto di un professionista affidabile: 50 presenze con il Genoa, 81 con il Catania, 31 alla Solbiatese, con pochissimi gol (due in Sicilia, uno a Solbiate), coerente con il suo mestiere di difensore puro. Nel percorso giovanile azzurro, contano anche le presenze con l’Italia Under 21: 10 gettoni, tassello ulteriore di una carriera che ha sfiorato il giro della Nazionale maggiore senza mai cercare titoli facili.

IDENTIKIT TECNICO: PERCHÈ ERA DIFFICILE SUPERARLO
1) Tempo di anticipo: Canuti era maestro nell’uscire dalla linea difensiva nel momento esatto, riducendo al minimo il rischio di «palla scoperta». Un’arte di lettura più che di forza bruta, affinata in anni di marcature a uomo. 2) Gioco aereo: non solo respinte, ma palloni «puliti», messi dove il centrocampo potesse respirare. La qualità delle seconde palle è un indicatore spesso invisibile: lui lo rendeva misura tattica. 3) Durezza senza eccessi: era ruvido il giusto, «dentro il calcio» degli anni Settanta e Ottanta, quando l’elasticità arbitrale e l’agonismo imponevano un soprabito di ferro. 4) Disciplina tattica: in un’Inter che faceva dell’ordine il proprio dogma, il suo posizionamento era un asset. Bastava guardare il modo in cui teneva corta la squadra, restringendo il campo al centravanti nemico.

L'UOMO OLTRE IL CALCIATORE: LAVORO, FAMIGLIA, DISCREZIONE
Non tutti, finita la carriera, scelgono la panchina o la telecamera. Canuti no: ha percorso una via diversa, lontana dai riflettori, con lo stesso rigore di sempre. Dopo il ritiro intraprese una strada nel mondo dell’impresa, divenendo prima rappresentante e poi dirigente in Sony: anche qui, con passo discreto, costruendo rapporti, senza inseguire una vetrina. Un segnale di indipendenza e di modernità: comprendere che il calcio finisce, e che un futuro credibile si può edificare con competenze trasferibili.

IL SALUTO DELL'INTER E IL CORDOGLIO DEL CALCIO ITALIANO
La notizia della scomparsa ha mobilitato il mondo nerazzurro e non solo. Il comunicato dell’Inter è essenziale e toccante: il club e «tutto il mondo interista» si stringono attorno alla famiglia, ricordando Canuti come «uomo e calciatore che ha indossato la maglia con orgoglio, dedizione e spirito di sacrificio». In poche righe, la sintesi di un rapporto che è durato dal primo tesseramento a 14 anni fino all’ultimo abbraccio. I messaggi di affetto sono arrivati anche da addetti ai lavori e tifosi, segno che certi profili, sobri, concreti, esemplari, trovano sempre la strada del cuore.

L'ULTIMO APPLAUSO
C’è una memoria fisica, tangibile, che molti tifosi conservano: l’immagine di Canuti che esce dall’area palla al piede, testa alta, e scarica semplice sul mediano. Il pubblico applaude non per lo spettacolo, ma per la sicurezza. È un applauso che oggi torna, più lungo e più caldo, mentre Milano e l’Italia calcistica salutano uno dei suoi custodi dell’ordine. La curva lo sa: senza difensori come lui, molte notti di gloria non sarebbero esistite. Per questo, al di là delle statistiche, chi ha indossato con lui la stessa maglia o ha tifato dagli spalti sa che la sua assenza pesa. E che il suo esempio resta.

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