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Ucciso dal regime in Iran, la famiglia costretta a parlare di incidente: l’appello alla Fifa scuote il calcio mondiale

Ex portiere di beach soccer, è morto lo scorso 8 gennaio durante le proteste

“Hajipour, portiere senza rete”: il calcio iraniano piange un ex nazionale, il Paese fa i conti con la verità negata

Il fischio del vento tra i vicoli di Rasht copriva ancora gli ultimi cori quando qualcuno ha raccolto da terra un guanto da portiere. Era di Mohammad Hajipour. Poche ore prima l’ex estremo difensore della nazionale iraniana di beach soccer era caduto sotto i colpi d’arma da fuoco durante una manifestazione. Al dolore si è aggiunto un’ulteriore violenza: alle esequie, riferiscono fonti locali, agli stretti congiunti sarebbe stato imposto di dichiarare una morte per “incidente stradale”. Un copione già visto nelle stagioni più buie della Repubblica islamica, mentre un blackout digitale avvolge il Paese e rende la verifica indipendente un percorso a ostacoli.

Un nome e una storia che il calcio non può archiviare

Per il pubblico internazionale, Hajipour non era una star mediatica. Per chi vive il beach soccer, sì: portiere di reattività e carattere, volto del club Shahin Khoshkbijar e, in passato, nel giro della selezione nazionale. La notizia della sua morte ha fatto il giro dei social iraniani, ha raggiunto i tecnici che lo avevano incrociato in carriera e ha scosso la comunità del calcio. Il brasiliano Marco Octavio — ex c.t. che guidò l’Iran alla qualificazione al Mondiale 2015 — gli ha dedicato un messaggio: «Portiere fantastico, amico indimenticabile». Anche organismi del movimento del beach soccer hanno espresso cordoglio. Segni di una perdita che non è solo sportiva, ma civile.

A pochi giorni di distanza, un gruppo di circa venti figure di spicco del calcio iraniano — tra cui l’icona Ali Karimi — ha firmato una lettera aperta indirizzata al presidente della FIFA, Gianni Infantino, e ai vertici delle federazioni calcistiche di tutto il mondo. Tra i nomi citati, accanto a dirigenti, arbitri e giovani calciatori caduti o perseguitati, compare anche quello di Mohammad Hajipour. La richiesta è netta: condannare pubblicamente la repressione, attivare gli strumenti disciplinari e garantire che l’espressione pacifica del dissenso sia riconosciuta come diritto fondamentale anche per gli atleti.

Cronaca di una morte negata: la versione ufficiale e le crepe

Ricostruire gli ultimi istanti di Hajipour significa misurarsi con la “guerra dell’informazione” che attraversa l’Iran dall’inizio dell’ondata di proteste del 28 dicembre 2025. Più fonti, incluse testate della diaspora e piattaforme di monitoraggio, convergono su un punto: l’ex portiere sarebbe stato colpito durante una protesta a Rasht l’8 gennaio 2026. Ai familiari — sostengono le stesse fonti — sarebbe stato restituito il corpo a condizione di attribuire il decesso a un incidente stradale. È una dinamica già documentata in crack‑down precedenti, quando le autorità cercavano di depoliticizzare le morti di piazza. In assenza di comunicazioni ufficiali trasparenti, la prudenza è d’obbligo; ma il quadro che emerge è coerente con pratiche intimidatorie segnalate da anni da ONG e familiari delle vittime.

Il contesto: proteste senza precedenti e un blackout informativo

La nuova ondata di proteste ha travolto l’Iran in poche ore: prima gli scioperi al Gran Bazar di Teheran contro il crollo del rial, poi le piazze in decine di città. Nelle giornate dell’8 e 9 gennaio, diverse organizzazioni e testate internazionali hanno descritto un picco di violenza con uso esteso di fuoco vivo da parte delle forze di sicurezza. Amnesty International parla di “uccisioni di massa su scala senza precedenti” e sottolinea che l’oscuramento di internet e delle telecomunicazioni rende difficili le verifiche, aumenta i rischi per testimoni e familiari, e alimenta la manipolazione del racconto ufficiale.

Sulle vittime circolano stime divergenti: l’annuncio ufficiale del 21 gennaio ha riconosciuto 3.117 morti; la Relatrice speciale ONU ha parlato di “almeno 5.000”, con range potenziale più alto; la rete HRANA (Human Rights Activists News Agency) ha contato migliaia di uccisi e decine di migliaia di arresti confermati, sottolineando che si tratta comunque di un “minimo verificato” sotto blackout. Nel frattempo, un’inchiesta del magazine Time ha citato fonti sanitarie interne secondo cui tra 8 e 9 gennaio le vittime potrebbero essere state “fino a 30.000”; Iran International ha pubblicato documenti che suggerirebbero oltre 36.500 uccisi nelle stesse 48 ore.

La lettera a Infantino: un atto d’accusa al “silenzio” del pallone globale

«Il calcio non può restare in silenzio»: le parole degli ex internazionali iraniani non sono retorica. Denunciano “repressione sistematica”, “uccisioni di massa”, “crimini contro l’umanità” e chiedono alla FIFA di prendere posizione, proteggere gli atleti, usare gli strumenti disciplinari a tutela dei diritti fondamentali. Nel documento sono elencate figure del mondo del pallone uccise o perseguitate, tra cui Saba Rashtian (assistente arbitrale), Mehdi Lavasani (allenatore giovanile), Amirhossein Mohammadzadeh e Ribin Moradi (calciatori), oltre a Mojtaba Tarshiz, padre di due bambini. Il nome di Hajipour compare nella lista, quasi simbolo di un ponte tra lo sport “minore” e la grande questione dei diritti.

La richiesta è anche un test per il calcio globale: quanto sono effettivi i proclami su diritti umani e gioco pulito quando questi valori si misurano con un’emergenza di questa portata? Fino a oggi, i firmatari giudicano la risposta internazionale troppo timida. L’appello chiede un salto di qualità, dal linguaggio delle raccomandazioni a quello degli atti.

La comunità del beach soccer: da Dubai a Rasht, il filo del cordoglio

Nel microcosmo del beach soccer, la morte di Hajipour arriva in un momento storico di grande visibilità per l’Iran: negli ultimi anni la nazionale è salita sul podio mondiale (2017) e i portieri iraniani sono diventati “giochi‑changer”, come mostrato al Mondiale 2024 negli Emirati, dove le parate e persino i gol dei numeri uno hanno fatto la differenza. Da quell’ambiente sono arrivate parole semplici e forti: “riposa in pace, Mohammad”. Segnale che, al di là dei confini nazionali, una comunità sportiva si riconosce e si stringe.

Nel beach soccer iraniano, i portieri sono spesso registi: parate, rilanci calibrati, persino gol. Al Mondiale UAE 2024, gli estremi difensori Hamid Behzadpour e Seyed Mahdi Mirjalili hanno ispirato rimonte e titoli. Anche per questo la morte di Hajipour colpisce: perché ricorda che, in Iran, oggi non c’è una porta abbastanza grande da proteggere chi chiede diritti. Eppure quel guanto trovato sull’asfalto non è solo un oggetto: è una promessa che altri raccoglieranno, in campo e fuori.

Conclusione: il nome, la data, la parola che resta

Il nome è Mohammad Hajipour. La data cruciale è 8 gennaio 2026. La parola è verità. Finché le famiglie dovranno piegare i certificati di morte alla ragion di Stato, finché il conteggio delle vittime oscillerà tra migliaia e decine di migliaia, finché il blackout informativo resterà lo strumento per spegnere i racconti, ogni partita che il calcio giocherà in silenzio somiglierà a una sconfitta. Per chi ama il pallone, per chi crede nei diritti, per chi chiede solo che — almeno dopo il triplice fischio — qualcuno dica cosa è davvero accaduto.

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