Serie A
29 Gennaio 2026
NAPOLI SERIE A - Antonio Conte, allenatore dei partenopei campioni d'Italia in carica, attualmente è 3° in classifica a 9 punti di distanza dalla capolista Inter
Un tempo considerata il centro del mondo calcistico, oggi la Serie A vive una fase di profonda ambiguità. Tra scelte discutibili, ritardi strutturali e un’identità che fatica a rinnovarsi, il massimo campionato italiano continua a perdere terreno nel confronto internazionale. Di seguito 5 motivi, articolati e documentabili, per cui una parte crescente di pubblico sceglie di non seguirla più con la stessa passione.
Negli ultimi anni la Serie A ha progressivamente sacrificato la ritualità del calcio in nome delle esigenze televisive. Le partite non si concentrano più nel classico «fine settimana», ma vengono spalmate su 4 o 5 giorni, con orari spesso incompatibili con la vita quotidiana di chi lavora o studia.
Questa frammentazione riduce il senso di evento collettivo: il campionato non è più un appuntamento fisso, ma una sequenza dispersiva di partite difficili da seguire con continuità. Il tifoso occasionale si perde, quello abituale si stanca. Il risultato è un consumo solitario e distratto, lontano dall’idea di calcio come esperienza condivisa.
L’introduzione della tecnologia doveva portare chiarezza, ma in Italia ha finito per alimentare un clima di costante contestazione. Le decisioni arbitrali vengono analizzate al millimetro, spesso senza una comunicazione chiara e coerente. Le stesse situazioni vengono giudicate in modo diverso da una partita all’altra, creando confusione e sfiducia.
Il problema non è solo tecnico, ma culturale: il dibattito arbitrale domina talk show, conferenze stampa e social network, sottraendo spazio al gioco. Allenatori e dirigenti contribuiscono a questo clima, trasformando ogni episodio in un caso nazionale. Per molti spettatori, il calcio smette così di essere intrattenimento e diventa fonte di frustrazione.
Dal punto di vista puramente sportivo, la Serie A soffre di un ritmo di gioco spesso inferiore rispetto ad altri campionati di vertice. L’approccio tattico, storicamente punto di forza del calcio italiano, si è trasformato in eccessiva prudenza: squadre lunghe, pressing intermittente, poche accelerazioni.
Questo divario emerge in modo evidente nelle competizioni internazionali, dove le squadre italiane faticano contro avversari più dinamici e atleticamente preparati. Per lo spettatore neutrale, abituato a campionati più veloci e spettacolari, molte partite risultano lente, spezzettate da falli e interruzioni, con lunghi tratti di gioco poco emozionanti.
Uno dei problemi più evidenti del calcio italiano è rappresentato dagli stadi. Molti impianti risalgono a decenni fa, sono poco funzionali e offrono un’esperienza lontana dagli standard moderni. Visibilità ridotta, servizi carenti, difficoltà di accesso e scarsa sicurezza scoraggiano la presenza allo stadio, soprattutto di famiglie e giovani.
A questo si aggiunge un clima spesso teso sugli spalti: settori chiusi, proteste organizzate, cori polemici. Anche in televisione, l’impatto visivo di tribune semivuote o silenziose incide negativamente sulla percezione del prodotto. Uno stadio spento racconta un campionato che fatica a coinvolgere.
La comunicazione intorno alla Serie A continua a ruotare attorno a concetti ricorrenti: «tradizione», «gloria passata», «rivalità storiche». Se da un lato questo patrimonio è importante, dall’altro rischia di diventare un limite. Il racconto del campionato raramente valorizza l’innovazione, i giovani talenti o le storie capaci di parlare a un pubblico globale.
Mentre altri campionati investono su branding, storytelling digitale e apertura internazionale, la Serie A appare spesso autoreferenziale, concentrata sul proprio mercato interno e sulle stesse polemiche di sempre. Questo approccio rende difficile attirare nuovi spettatori, soprattutto tra le generazioni più giovani, abituate a un linguaggio rapido, creativo e inclusivo.