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Terremoto nel calcio asiatico, irregolarità sui passaporti: vertici federali costretti alle dimissioni

Un intero esecutivo lascia dopo soli 11 mesi, sette calciatori sospesi e poi riammessi in via provvisoria: la vicenda che scuote il Sud-Est asiatico

“Falsi, dimissioni e un calcio alla fiducia”: la crisi che ha travolto la Malesia e può riscrivere le regole della naturalizzazione

All’ingresso della sede della Federazione calcistica malese (FAM) a Kelana Jaya, la mattina del 28 gennaio 2026, le porte scorrevoli hanno fatto entrare in silenzio i membri del comitato esecutivo. Alle 10:00, quinta riunione straordinaria in poche settimane; alle 12:37, l’annuncio: dimissioni di massa, immediate e unanimi. In mezzo, un dossier di FIFA fitto di contestazioni su documenti falsi, un ricorso al TAS-CAS e un Paese diviso tra orgoglio ferito e richiesta di trasparenza. Perché dietro alle firme apposte su quelle lettere di dimissioni c’è molto più di una crisi federale: c’è una partita, stavolta decisiva, sulla credibilità delle regole di eleggibilità internazionale e sulla tenuta dei meccanismi di governance del calcio contemporaneo.

Un esecutivo azzerato per “tutela della credibilità”

La FAM ha confermato che tutti i membri del Comitato Esecutivo 2025–2029 si sono dimessi “con effetto immediato” e in modo “collettivo e volontario”, dopo appena 11 mesi dal loro insediamento. Una scelta presentata come atto di responsabilità per salvaguardare l’immagine dell’istituzione, messa sotto una pressione senza precedenti dall’inchiesta sulla naturalizzazione di sette giocatori stranieri poi impiegati con la nazionale, compresa una vittoria per 4-0 contro il Vietnam nelle qualificazioni alla Coppa d’Asia 2027. La notizia è stata rilanciata da media locali e internazionali, con i dettagli resi pubblici a ridosso della riunione speciale di mercoledì 28 gennaio 2026.

Secondo quanto riferito, la decisione si colloca dentro un processo di riorganizzazione che vedrà il supporto della AFC (la Confederazione calcistica asiatica) per un’analisi interna sulla struttura di gestione e sui presìdi di controllo, con focus su procedure, verifiche documentali e responsabilità dei singoli uffici. Un segnale, questo, della volontà di mettere mano non solo alla facciata, ma ai meccanismi che hanno consentito il cortocircuito.

Il cuore dello scandalo: sette “heritage players” e documenti che non tengono

La genesi della crisi risale a settembre 2025, quando il Comitato Disciplinare della FIFA ha inflitto alla FAM una sanzione di 350.000 franchi svizzeri (circa 450.000 dollari) e ha squalificato per 12 mesi sette calciatori nati all’estero che avevano ottenuto il passaporto malese sulla base di presunti legami familiari: Facundo Garces, Rodrigo Holgado, Imanol Machuca, Joao Figueiredo, Gabriel Palmero (noto anche come Gabriel Felipe Arrocha), Jon Irazabal e Hector Hevel. A ciascuno è stata comminata anche una multa individuale di 2.000 franchi svizzeri. L’accusa: presentazione di documentazione falsificata per dimostrare la presenza di un nonno nato in Malesia, requisito chiave ai fini dell’eleggibilità secondo le norme FIFA.

La relazione della FIFA – durissima nei passaggi dedicati all’integrità del gioco e alla tutela del principio di fair play – ha evidenziato come gli “originali” reperiti nei Paesi d’origine dei giocatori (tra cui Argentina, Brasile, Paesi Bassi e Spagna) contraddicessero i documenti inoltrati alla federazione internazionale dalla FAM. La Disciplinare ha parlato di tentativo di eludere le regole sull’eleggibilità, indicando anche una carenza di due diligence da parte della federazione malese.

Le contromosse della FAM: “errore tecnico”, appelli e sospensioni revocate in via provvisoria

La FAM ha sempre respinto l’idea di un disegno fraudolento, parlando di “errore tecnico-amministrativo” nella gestione delle pratiche e ribadendo la buona fede sia dell’ente sia dei calciatori. Presentato il ricorso, il Comitato d’Appello FIFA in novembre 2025 ha confermato in blocco le sanzioni, disponendo un ulteriore approfondimento sul modus operandi adottato nei processi di selezione e verifica dei cosiddetti “heritage players”.

La partita però non si è chiusa lì. Dopo il rigetto in sede FIFA, la FAM e i giocatori hanno adito il Tribunale Arbitrale dello Sport (TAS–CAS). E alla vigilia delle dimissioni dell’esecutivo, il CAS ha concesso una sospensione cautelare delle squalifiche: in attesa del giudizio nel merito, i sette potranno tornare a giocare. Un provvedimento che non assolve né anticipa l’esito finale, ma che pesa sulle scelte della federazione e del commissariamento politico-mediatico in atto.

Chi sono i sette e perché il loro caso fa scuola

  1. Facundo Garces e Imanol Machuca, argentini, hanno maturato esperienze tra Liga Profesional e campionati esteri.
  2. Rodrigo Holgado, attaccante argentino con carriera in Cile e Messico, aveva offerto peso offensivo immediato alla selezione.
  3. Joao Figueiredo, brasiliano, profilo da attaccante moderno, fisico e mobilità.
  4. Hector Hevel, Paesi Bassi, formazione nell’Ajax, esperienza da creativo.
  5. Jon Irazabal, spagnolo, difensore, due presenze con la Malesia prima della tempesta.
  6. Gabriel Palmero, difensore spagnolo noto anche come Gabriel Felipe Arrocha: il suo caso, come altri, è stato attenzionato dai media europei e ha avuto ricadute contrattuali immediate nei club.

Il loro impiego nella gara vinta 4-0 contro il Vietnam il 10 giugno 2025 è il punto di innesco dell’indagine: proprio quell’incontro è stato citato dalla FIFA come esempio della presunta elusione delle regole. La risonanza è stata amplificata dallo slancio sportivo della Malesia in quel momento e dalla più ampia tendenza delle federazioni del Sud-Est asiatico a guardare alle diaspore europee e sudamericane per accelerare competitività e ranking.

Governance sotto la lente: chi ha sbagliato e dove

L’onda lunga dell’inchiesta non si ferma ai sette. È l’intera catena di controllo a finire sotto esame: l’ufficio legale federale, la segreteria, i consulenti esterni che avrebbero “segnalato” i legami di parentela, i processi interni di verifica. In gennaio 2026, la FAM ha reintegrato il proprio segretario generale, Datuk Noor Azman Rahman, sospeso in autunno per consentire le indagini interne. La commissione incaricata non ha trovato suo coinvolgimento diretto in eventuali falsificazioni, parlando però di negligenza: una distinzione che può non bastare sul piano dell’immagine, ma che chiarisce la geografia delle responsabilità disciplinari.

Il passaggio successivo – l’azzeramento dell’esecutivo – è politicamente forte e tatticamente utile: anticipa possibili misure “normalizzatrici” da parte di FIFA o AFC e apre la porta a un Congresso elettivo a breve termine. Le dimissioni collettive, spiegano dalla federazione, puntano a “ripristinare la fiducia” tra tifosi, stakeholder e partner commerciali, oltre che a rassicurare i calciatori del vivaio sull’equità dei percorsi di selezione.

Il nodo regolamentare: cosa dice la FIFA (e cosa insegna questo caso)

Il regolamento sull’eleggibilità internazionale si fonda su alcuni paletti chiari: cittadinanza effettiva, nascita del calciatore o di genitore/nonno nel Paese che intende rappresentare, oppure residenza prolungata in caso di naturalizzazione senza legami familiari. La FIFA considera la falsificazione documentale una violazione cardinale perché altera la sostanza, non solo la forma, del diritto a vestire una maglia nazionale. Nel motivare la conferma delle sanzioni, il Comitato d’Appello ha richiamato proprio il rischio sistemico per l’integrità delle competizioni. Il caso malese, più di altri, illumina due frontiere critiche: la competizione tra federazioni per individuare talenti “eleggibili” nella diaspora, con il confine sottile fra scouting genealogico e forzature documentali; la capacità degli apparati federali di assicurare controlli incrociati con le autorità civili dei Paesi d’origine, prima che la palla arrivi ai tribunali sportivi.

Oltre lo scandalo: che cosa può cambiare davvero

La lezione che arriva da Kuala Lumpur è più ampia della cronaca giudiziaria-sportiva:. Lla trasparenza documentale non è un orpello, ma un presidio competitivo: un club o una nazionale che violano (o non presidiano) le regole si espongono a sanzioni sportive ed economiche che bruciano i risultati tecnici. Servono procedure standard condivise con AFC e FIFA per i casi di heritage, con obbligo di verifiche consolari sugli atti di nascita dei parenti indicati come “ponte genealogico”. Lla distinzione tra cittadinanza civile e eleggibilità sportiva va comunicata meglio: avere un passaporto non significa automaticamente poter giocare per quella nazionale. Le federazioni devono dotarsi di un risk officer o di un’unità di compliance indipendente, in grado di fermare pratiche dubbie prima che diventino scandali. Non è un caso che la AFC abbia già segnalato la disponibilità ad affiancare la FAM in una revisione dei processi. Se da questa crisi uscirà un modello di governance più solido – replicabile anche in altre federazioni – la Malesia potrebbe trasformare un colpo durissimo in una riforma-pilota per la regione.

Cosa aspettarsi adesso: tre snodi decisivi

  1. Il giudizio del CAS: dirà l’ultima parola su squalifiche e multe. In caso di riduzione o annullamento delle pene, la FAM rivendicherà la tesi dell’errore amministrativo; se confermate, scatterà il contatore delle responsabilità interne ed esterne.
  2. La riforma della FAM: con l’esecutivo dimissionario, si va verso un Congresso elettivo e verso una revisione dei protocolli di verifica documentale con supporto AFC. Sarà cruciale la scelta di profili con competenze legali e di compliance.
  3. La posizione di FIFA e AFC: oltre alle sanzioni, si attendono indicazioni per prevenire casi analoghi. Una “best practice” condivisa nella regione potrebbe ridurre il ricorso a intermediari opachi e consolidare la tracciabilità delle genealogie dichiarate.

Conclusione: una sconfitta utile, se diventa riforma

Il calcio malese aveva intravisto in questi sette profili la scorciatoia verso una competitività immediata. L’ha pagata carissima in termini di reputazione: 450.000 dollari di multa, 12 mesi di sospensione (oggi congelati), un esecutivo che lascia dopo 11 mesi, un Paese che si interroga su come coniugare ambizione e regole. Ma le crisi, quando costringono a guardare in faccia le proprie fragilità, possono diventare un punto di svolta. Se la FAM saprà tradurre questa caduta in un sistema di controlli rigoroso, in procedure trasparenti e in una cultura della verifica che preceda – e non insegua – il risultato, la Malesia potrà tornare a vincere con un merito che nessun ricorso metterà in discussione.

Per ora resta l’immagine di quelle porte che si chiudono alle 12:37 del 28 gennaio 2026. E l’eco di una domanda semplice, inevitabile: quanto vale una vittoria, se per ottenerla si rischia di compromettere le regole che rendono il gioco credibile?

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