News
29 Gennaio 2026
All’ingresso della sede della Federazione calcistica malese (FAM) a Kelana Jaya, la mattina del 28 gennaio 2026, le porte scorrevoli hanno fatto entrare in silenzio i membri del comitato esecutivo. Alle 10:00, quinta riunione straordinaria in poche settimane; alle 12:37, l’annuncio: dimissioni di massa, immediate e unanimi. In mezzo, un dossier di FIFA fitto di contestazioni su documenti falsi, un ricorso al TAS-CAS e un Paese diviso tra orgoglio ferito e richiesta di trasparenza. Perché dietro alle firme apposte su quelle lettere di dimissioni c’è molto più di una crisi federale: c’è una partita, stavolta decisiva, sulla credibilità delle regole di eleggibilità internazionale e sulla tenuta dei meccanismi di governance del calcio contemporaneo.
La FAM ha confermato che tutti i membri del Comitato Esecutivo 2025–2029 si sono dimessi “con effetto immediato” e in modo “collettivo e volontario”, dopo appena 11 mesi dal loro insediamento. Una scelta presentata come atto di responsabilità per salvaguardare l’immagine dell’istituzione, messa sotto una pressione senza precedenti dall’inchiesta sulla naturalizzazione di sette giocatori stranieri poi impiegati con la nazionale, compresa una vittoria per 4-0 contro il Vietnam nelle qualificazioni alla Coppa d’Asia 2027. La notizia è stata rilanciata da media locali e internazionali, con i dettagli resi pubblici a ridosso della riunione speciale di mercoledì 28 gennaio 2026.
Secondo quanto riferito, la decisione si colloca dentro un processo di riorganizzazione che vedrà il supporto della AFC (la Confederazione calcistica asiatica) per un’analisi interna sulla struttura di gestione e sui presìdi di controllo, con focus su procedure, verifiche documentali e responsabilità dei singoli uffici. Un segnale, questo, della volontà di mettere mano non solo alla facciata, ma ai meccanismi che hanno consentito il cortocircuito.
La genesi della crisi risale a settembre 2025, quando il Comitato Disciplinare della FIFA ha inflitto alla FAM una sanzione di 350.000 franchi svizzeri (circa 450.000 dollari) e ha squalificato per 12 mesi sette calciatori nati all’estero che avevano ottenuto il passaporto malese sulla base di presunti legami familiari: Facundo Garces, Rodrigo Holgado, Imanol Machuca, Joao Figueiredo, Gabriel Palmero (noto anche come Gabriel Felipe Arrocha), Jon Irazabal e Hector Hevel. A ciascuno è stata comminata anche una multa individuale di 2.000 franchi svizzeri. L’accusa: presentazione di documentazione falsificata per dimostrare la presenza di un nonno nato in Malesia, requisito chiave ai fini dell’eleggibilità secondo le norme FIFA.
La relazione della FIFA – durissima nei passaggi dedicati all’integrità del gioco e alla tutela del principio di fair play – ha evidenziato come gli “originali” reperiti nei Paesi d’origine dei giocatori (tra cui Argentina, Brasile, Paesi Bassi e Spagna) contraddicessero i documenti inoltrati alla federazione internazionale dalla FAM. La Disciplinare ha parlato di tentativo di eludere le regole sull’eleggibilità, indicando anche una carenza di due diligence da parte della federazione malese.
La FAM ha sempre respinto l’idea di un disegno fraudolento, parlando di “errore tecnico-amministrativo” nella gestione delle pratiche e ribadendo la buona fede sia dell’ente sia dei calciatori. Presentato il ricorso, il Comitato d’Appello FIFA in novembre 2025 ha confermato in blocco le sanzioni, disponendo un ulteriore approfondimento sul modus operandi adottato nei processi di selezione e verifica dei cosiddetti “heritage players”.
La partita però non si è chiusa lì. Dopo il rigetto in sede FIFA, la FAM e i giocatori hanno adito il Tribunale Arbitrale dello Sport (TAS–CAS). E alla vigilia delle dimissioni dell’esecutivo, il CAS ha concesso una sospensione cautelare delle squalifiche: in attesa del giudizio nel merito, i sette potranno tornare a giocare. Un provvedimento che non assolve né anticipa l’esito finale, ma che pesa sulle scelte della federazione e del commissariamento politico-mediatico in atto.
Il loro impiego nella gara vinta 4-0 contro il Vietnam il 10 giugno 2025 è il punto di innesco dell’indagine: proprio quell’incontro è stato citato dalla FIFA come esempio della presunta elusione delle regole. La risonanza è stata amplificata dallo slancio sportivo della Malesia in quel momento e dalla più ampia tendenza delle federazioni del Sud-Est asiatico a guardare alle diaspore europee e sudamericane per accelerare competitività e ranking.
L’onda lunga dell’inchiesta non si ferma ai sette. È l’intera catena di controllo a finire sotto esame: l’ufficio legale federale, la segreteria, i consulenti esterni che avrebbero “segnalato” i legami di parentela, i processi interni di verifica. In gennaio 2026, la FAM ha reintegrato il proprio segretario generale, Datuk Noor Azman Rahman, sospeso in autunno per consentire le indagini interne. La commissione incaricata non ha trovato suo coinvolgimento diretto in eventuali falsificazioni, parlando però di negligenza: una distinzione che può non bastare sul piano dell’immagine, ma che chiarisce la geografia delle responsabilità disciplinari.
Il passaggio successivo – l’azzeramento dell’esecutivo – è politicamente forte e tatticamente utile: anticipa possibili misure “normalizzatrici” da parte di FIFA o AFC e apre la porta a un Congresso elettivo a breve termine. Le dimissioni collettive, spiegano dalla federazione, puntano a “ripristinare la fiducia” tra tifosi, stakeholder e partner commerciali, oltre che a rassicurare i calciatori del vivaio sull’equità dei percorsi di selezione.
Il regolamento sull’eleggibilità internazionale si fonda su alcuni paletti chiari: cittadinanza effettiva, nascita del calciatore o di genitore/nonno nel Paese che intende rappresentare, oppure residenza prolungata in caso di naturalizzazione senza legami familiari. La FIFA considera la falsificazione documentale una violazione cardinale perché altera la sostanza, non solo la forma, del diritto a vestire una maglia nazionale. Nel motivare la conferma delle sanzioni, il Comitato d’Appello ha richiamato proprio il rischio sistemico per l’integrità delle competizioni. Il caso malese, più di altri, illumina due frontiere critiche: la competizione tra federazioni per individuare talenti “eleggibili” nella diaspora, con il confine sottile fra scouting genealogico e forzature documentali; la capacità degli apparati federali di assicurare controlli incrociati con le autorità civili dei Paesi d’origine, prima che la palla arrivi ai tribunali sportivi.
La lezione che arriva da Kuala Lumpur è più ampia della cronaca giudiziaria-sportiva:. Lla trasparenza documentale non è un orpello, ma un presidio competitivo: un club o una nazionale che violano (o non presidiano) le regole si espongono a sanzioni sportive ed economiche che bruciano i risultati tecnici. Servono procedure standard condivise con AFC e FIFA per i casi di heritage, con obbligo di verifiche consolari sugli atti di nascita dei parenti indicati come “ponte genealogico”. Lla distinzione tra cittadinanza civile e eleggibilità sportiva va comunicata meglio: avere un passaporto non significa automaticamente poter giocare per quella nazionale. Le federazioni devono dotarsi di un risk officer o di un’unità di compliance indipendente, in grado di fermare pratiche dubbie prima che diventino scandali. Non è un caso che la AFC abbia già segnalato la disponibilità ad affiancare la FAM in una revisione dei processi. Se da questa crisi uscirà un modello di governance più solido – replicabile anche in altre federazioni – la Malesia potrebbe trasformare un colpo durissimo in una riforma-pilota per la regione.
Il calcio malese aveva intravisto in questi sette profili la scorciatoia verso una competitività immediata. L’ha pagata carissima in termini di reputazione: 450.000 dollari di multa, 12 mesi di sospensione (oggi congelati), un esecutivo che lascia dopo 11 mesi, un Paese che si interroga su come coniugare ambizione e regole. Ma le crisi, quando costringono a guardare in faccia le proprie fragilità, possono diventare un punto di svolta. Se la FAM saprà tradurre questa caduta in un sistema di controlli rigoroso, in procedure trasparenti e in una cultura della verifica che preceda – e non insegua – il risultato, la Malesia potrà tornare a vincere con un merito che nessun ricorso metterà in discussione.
Per ora resta l’immagine di quelle porte che si chiudono alle 12:37 del 28 gennaio 2026. E l’eco di una domanda semplice, inevitabile: quanto vale una vittoria, se per ottenerla si rischia di compromettere le regole che rendono il gioco credibile?