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30 Gennaio 2026
Il dirigente alza un cartello con il numero: 73. È il dato che inchioda una generazione del calcio cinese. In una sala conferenze di Pechino, davanti ai rappresentanti della General Administration of Sport of China, del Ministry of Public Security e della Chinese Football Association (CFA), scorrono nomi, qualifiche, sanzioni: ex commissari tecnici, dirigenti, arbitri, calciatori. Tutti colpiti dalla stessa condanna sportiva: squalifica a vita. Poi la seconda ondata: penalizzazioni in classifica e multe per club della massima serie. Il file ufficiale parla chiaro: l’operazione è ampia, trasversale, destinata a lasciare segni profondi. Il calcio cinese cambia pelle, e lo fa nel modo più doloroso: riconoscendo pubblicamente quanto la corruzione abbia distorto, per anni, il campo.
Squalifiche a vita per 73 tesserati: tra loro spiccano l’ex ct della nazionale Li Tie e l’ex presidente della CFA, Chen Xuyuan. Nove club di alto livello (e, secondo i documenti ufficiali, fino a 13 considerando anche la seconda serie) hanno subito decurtazioni di punti e ammende. L’ex ct Li Tie è già stato condannato a 20 anni di reclusione per corruzione ed è ora anche interdetto a vita da ogni attività calcistica. Le penalizzazioni, variabili fra -5 e -10 punti per le squadre di Chinese Super League, entreranno in vigore dalla stagione 2026. Le multe vanno da 200.000 a 1.000.000 di yuan (circa 28.700–143.800 dollari). Le autorità parlano di “tolleranza zero” contro combine, scommesse illegali e corruzione arbitrale: parole già ascoltate in passato, ma ora accompagnate da numeri, nomi e conseguenze immediate.
La figura che calamita l’attenzione è Li Tie, ex centrocampista – in Europa con la maglia dell’Everton – e poi commissario tecnico della nazionale maschile dal 2019 al 2021. Arrestato nel 2022 nell’ambito di una vasta inchiesta, Li ha ammesso responsabilità su mazzette e pagamenti illeciti legati a panchine, trasferimenti e arbitraggi. La sentenza ha fissato la condanna a 20 anni di carcere. Con il nuovo pacchetto disciplinare della CFA, arriva anche la squalifica a vita da ogni ruolo nel calcio.
Accanto a lui, in negativo, c’è Chen Xuyuan, l’ex numero uno della CFA: per lui la giustizia ordinaria ha stabilito la pena dell’ergastolo, confisca dei beni e perdita dei diritti politici. Un epilogo durissimo, che rende plastico quanto le responsabilità si estendano ai piani alti della governance sportiva.
Ma l’elenco non si ferma qui: compaiono altri nomi di peso del sistema, come l’ex vice direttore della General Administration of Sport, Du Zhaocai, l’ex ct della nazionale femminile Hao Wei, e l’ex nazionale Qin Sheng. Quadri tecnici, funzionari, referenti arbitrali: la rete è ampia. L’idea di fondo, espressa apertamente dalle autorità, è “ripulire l’ecosistema” e “ripristinare la competizione leale”.
Se i nomi dei singoli colpiscono l’immaginario, sono le sanzioni ai club a spostare gli equilibri della Chinese Super League 2026. La forbice delle penalizzazioni va da -5 a -10 punti e coinvolge storiche piazze:
Nel complesso, gli atti ufficiali parlano di 13 società sanzionate tra prima e seconda divisione, con quattro club di China League One (tra cui Meizhou Hakka, Changchun Yatai, Suzhou Dongwu e Ningbo FC) penalizzati tra -3 e -4 punti. L’indicazione che arriva dalla CFA è che i provvedimenti sono stati graduati in base a “ammontare, natura, gravità e impatto sociale” degli episodi contestati.
È un terremoto che tocca, in particolare, realtà d’alta classifica: Shanghai Shenhua, vicecampione, e Shanghai Port, dominatrice recente del torneo. Tradotto: la stagione 2026 partirà con handicap per club che ambivano a confermare (o migliorare) i risultati degli ultimi anni. Il calendario – indicativamente al via a marzo 2026 – avrà un sotto-testo di correzione morale prima ancora che tecnica.
L’inchiesta che ha portato a questo pacchetto di sanzioni affonda le radici nel 2022, quando la polizia e le autorità sportive hanno iniziato a setacciare partite sospette, flussi finanziari opachi, pressioni su arbitri e dirigenti. Nel 2024 si è registrato un primo picco di provvedimenti: oltre 40 tra calciatori e dirigenti colpiti da ban a vita per casi di match fixing e scommesse illegali, in un filone che ha messo in discussione stagioni recenti e risultati considerati “anomali”.
Da lì il quadro si è allargato sino a coinvolgere i vertici federali e figure simboliche della nazionale. Nel frattempo, la crisi finanziaria che tiene in scacco l’economia (e il settore immobiliare) ha inciso sul tessuto dei club, molti dei quali sostenuti – direttamente o indirettamente – da conglomerati ora in difficoltà. È in questo scenario che proliferano le zone grigie: stipendi in ritardo, pressioni per “aggiustare” risultati, cattiva gestione, conflitti d’interesse. Una mistura perfetta perché la corruzione attecchisca.
Il caso cinese si inserisce in una cornice più ampia. Il tema delle combine e delle scommesse illegali è ormai transnazionale, amplificato dalle piattaforme online e dalla facilità di movimentare denaro. Le sanzioni della CFA segnalano alla comunità internazionale – dalle leghe europee alle confederazioni continentali – che la partita contro la corruzione richiede:
Perché anche se il fenomeno si manifesta in un campionato specifico, la rete di interessi che lo sostiene guarda ben oltre i confini nazionali.
Con l’ufficialità delle 73 squalifiche a vita e delle penalizzazioni ai club, si apre la fase due: trasformare l’onda repressiva in riforma strutturale. In concreto: iImplementazione di un sistema di monitoraggio integrato tra CFA, lega e autorità statali per tracciare pattern di scommesse e movimenti sospetti; formazione obbligatoria annuale su integrità per tesserati e arbitri; uUn registro pubblico delle sanzioni sportive, aggiornato e consultabile, che renda misurabile l’efficacia dei provvedimenti; una revisione dei criteri di licenza per i club, legando l’iscrizione non solo a parametri economici, ma anche a metriche di compliance. Il test vero arriverà quando la pressione mediatica calerà e i riflettori si sposteranno altrove. È allora che si capirà se questa non è stata una bonifica a tempo, ma l’inizio di una cultura diversa.
Il calcio cinese si è guardato allo specchio e non ha avuto paura di vedere ciò che non andava. 73 squalifiche a vita, nove club della massima serie (e tredici in totale tra le prime due divisioni) penalizzati, multe sostanziose, un ex ct come Li Tie a 20 anni di carcere e fuori per sempre dal gioco, un ex presidente federale come Chen Xuyuan all’ergastolo. Numeri duri, che raccontano un sistema malato. Ma in quei numeri c’è anche un messaggio: senza integrità, non c’è competizione; senza trasparenza, non c’è futuro.
Adesso la palla passa al campo, ai dirigenti che resteranno, agli arbitri e ai calciatori che vorranno dimostrare che la CFA non sta solo punendo il passato, ma sta costruendo le condizioni per un presente più pulito, e per un domani in cui, se un dirigente alza un cartello con un numero, quel numero sia legato a gol, presenze, punti guadagnati sul rettangolo verde. Non all’elenco di chi, dal calcio, è uscito per sempre.