Coppa d'Africa
30 Gennaio 2026
Pioveva sullo stadio in una finale già fradicia di tensione. Al minuto cruciale — quando il VAR confermava l'incredibile rigore per il Marocco e il tabellone segnava una coda di recupero infinita — si è vista una scena destinata a restare. Alcuni giocatori del Senegal abbandonavano il terreno di gioco, richiamati dalla panchina; sull’erba restavano i laser dagli spalti, steward in affanno e l’arbitro alle prese con un caos che valeva un titolo. Più tardi, il penalty di Brahim Diaz si sarebbe infranto sui guanti di Edouard Mendy, e nei supplementari il destro di Pape Gueye avrebbe consegnato ai Leoni di Teranga la coppa. Ma la partita, in realtà, non è finita al triplice fischio: è proseguita nelle stanze della Commissione Disciplinare della CAF, che ora ha riscritto i confini di ciò che in Africa si può e non si può accettare in nome della competizione.
La Confederation Africaine de Football ha comminato una sanzione esemplare: il ct del Senegal, Pape Bouna Thiaw, è stato squalificato per cinque gare ufficiali della CAF e multato di 100.000 dollari per “condotta antisportiva” e per aver “leso l’immagine del gioco”. Contestualmente, la Federation Senegalaise de Football è stata colpita da un pacchetto di multe per 615.000 dollari complessivi, mentre i nazionali Iliman Ndiaye e Ismaila Sarr dovranno scontare due giornate di squalifica ciascuno per comportamento antisportivo nei confronti dell’arbitro. Sul fronte opposto, la Federation Royale Marocaine de Football ha ricevuto sanzioni per un totale di circa 315.000 dollari e ha visto sospendere Achraf Hakimi per due gare (con una giornata sospesa per un anno) e Ismael Saibari per tre partite, oltre a una multa di 100.000 dollari a suo carico. Il reclamo del Marocco per ribaltare il risultato è stato respinto: la finale resta al Senegal.
La CAF ha ritenuto che la scelta del ct Pape Thiaw di richiamare i giocatori verso gli spogliatoi in segno di protesta — nel momento in cui al Marocco veniva assegnato un rigore inesistente a fine recupero — abbia “portato discredito” alla competizione e violato i principi di fair play, lealtà e integrità. Il tecnico, figura chiave nel percorso che ha riportato il Senegal sul trono continentale, paga dunque una condotta ritenuta antitetica allo spirito del torneo. Per la federazione senegalese, al danno tecnico si somma quello economico: 300.000 dollari per l’“improprio comportamento” dei sostenitori — con lancio di oggetti e tentativi di invasione —, altri 300.000 dollari per la condotta della squadra e dello staff tecnico, e infine 15.000 dollari per la somma di cinque ammonizioni nel corso della finale. Le due giornate a Ndiaye e Sarr si riferiscono a condotte ritenute intimidatorie verso la squadra arbitrale durante le fasi più calde di gara. Tutto nero su bianco nel dispositivo della Commissione Disciplinare.
Sul piano pratico, la squalifica di Pape Thiaw si applica alle prossime gare ufficiali organizzate dalla CAF: tradotto, le partite delle qualificazioni continentali e gli impegni nella cornice africana, senza ricadute dirette su eventuali amichevoli fuori giurisdizione CAF. Anche le due giornate a Ndiaye e Sarr saranno scontate in gare sotto l’egida continentale. Un dettaglio che la CAF ha precisato contestualmente alle sanzioni, delimitando l’impatto sulla stagione internazionale del Senegal.
Sul versante Marocco, le misure combinano responsabilità dirette dei tesserati e cosiddetta responsabilità oggettiva della federazione. La FRMF è stata multata per 200.000 dollari a causa del “comportamento inappropriato” dei raccattapalle durante la finale, per 100.000 dollari per l’irruzione di giocatori e membri dello staff nell’area di revisione VAR con conseguente intralcio al direttore di gara, e per 15.000 dollari legati all’uso di laser da parte dei tifosi. A livello individuale, è arrivata la sospensione per Achraf Hakimi (due match, di cui uno sospeso per un anno) e lo stop per Ismael Saibari (tre partite) con multa personale di 100.000 dollari. Il provvedimento richiama anche l’episodio dei “teli” e dei tentativi di condizionare le condizioni di gioco sotto la pioggia, ripresi a bordo campo e stigmatizzati in ottica disciplinare.
Il Marocco aveva presentato ricorso invocando gli articoli 82, 83 e 84 del regolamento AFCON, quelli che in sostanza prevedono sanzioni severissime — fino alla sconfitta a tavolino e all’esclusione — per chi abbandona il campo o ritarda il rientro oltre i 15 minuti senza autorizzazione. La CAF ha però respinto il reclamo “nella sua interezza”: ha ritenuto che non sussistessero i presupposti per ribaltare l’esito della finale, pur riconoscendo la gravità dell’episodio che ha generato un’interruzione prolungata del gioco. La decisione fissa un principio: l’uscita temporanea del Senegal è stata punita severamente sul piano disciplinare ma non ha avuto effetti retroattivi sul risultato, dato che la partita è ripresa e si è regolarmente conclusa nei 120 minuti.
Il punto più controverso è segnato dal gesto di Pape Thiaw. In passato non sono mancate proteste plateali nel calcio internazionale; qui, secondo la CAF, la soglia è stata superata perché l’atto ha provocato un’interruzione prolungata e ha innescato comportamenti collettivi (in campo e sugli spalti) incompatibili con i principi di fair play. Le immagini mostrano un lasso di tempo consistente tra l’assegnazione del rigore e la sua battuta, con una sospensione stimata nell’ordine di una quindicina di minuti; uno stallo che ha spinto la Commissione a qualificare l’episodio come “danno all’immagine” del torneo. Il fatto che il Senegal sia poi rientrato e abbia vinto non attenua la responsabilità, ma spiega perché non ci sia stato un ribaltamento del verdetto.
Dal fronte informativo internazionale emergono due letture. Da un lato, chi sottolinea il valore “esemplare” del pacchetto sanzionatorio, utile a definire un precedente in vista delle prossime edizioni della Coppa d’Africa; dall’altro, chi teme che si sia intervenuti soprattutto ex post, invece di prevenire. In mezzo, resta la considerazione politica e sportiva: la CAF sta vivendo una fase di crescita, con entrate record e un crescente interesse globale, e non può permettersi che l’evento premium venga ricordato più per gli incidenti che per il gioco. Il messaggio a tutte le parti in causa è chiaro: il rispetto delle regole è parte integrante dello spettacolo.
Al netto delle bandiere e delle emozioni, la notte di Rabat consegna tre consapevolezze: la tecnologia (VAR) è un attore che va protetto non solo tecnicamente ma anche fisicamente, blindando le aree di revisione, ma deve essere usato molto meglio di così; la leadership in panchina comporta responsabilità che superano la tattica, un gesto può incendiare una finale e costare cinque giornate, 100.000 dollari e una reputazione da ricostruire; il tifo è un patrimonio, ma senza regole diventa un rischio — e i laser sono una linea rossa su cui la CAF non intende più transigere.
La Coppa d’Africa 2025 resta al Senegal, e resterà negli almanacchi per il 1–0 firmato Pape Gueye. Ma resterà anche per il verbale della Commissione Disciplinare, che traccia — con cifre, sospensioni e motivazioni — i confini di un calcio africano che vuole crescere senza perdere il controllo. È un equilibrio difficile, ma necessario.