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Punti di vista

Perché la "nuova” Champions League ha dimostrato di essere migliore di quella a gironi

Più imprevedibilità, puzzle incerto fino all'ultimo e la certezza che un piazzamento migliore fa davvero la differenza

Perché la "nuova” Champions League ha dimostrato di essere migliore di quella a gironi

Anatolj Trubin, il portiere eroe del passaggio ai playoff agguantato all'ultimo secondo dal Benfica di Josè Mourinho (foto Instagram)

La Champions League ha cambiato pelle dal 2024: addio ai classici otto gironi da quattro squadre, benvenuto al “girone unico” in stile campionato (la cosiddetta League Phase). La premessa a monte era chiara: più big match, più imprevedibilità, più tensione fino all’ultimo minuto. E, al netto di qualche controindicazione, è una promessa che il nuovo format ha già dimostrato di riuscire a mantenere: abbiamo ancora tutti negli occhi l'incredibile impresa del Benfica di Josè Mourinho con il Real Madrid, resa ancora più epica dal gol del portiere ucraino Anatolij Trubin all'ultimo secondo del recupero dell'ultima partita.

DIFFERENZE

Il sistema precedente era semplice: 8 gironi da 4 squadre, 6 partite per squadra (andata e ritorno), prime 2 agli ottavi, terza in Europa League e quarta eliminata. Questo format aveva un grande pregio: era leggibile e lineare. Ma aveva anche un difetto strutturale: prevedibilità. Con il passaggio al nuovo modello invece, tutte le squadre stanno in un’unica classifica; ogni squadra gioca 8 partite (non contro tutte: avversari diversi, selezionati per fasce); le prime 8 vanno direttamente agli ottavi; dalla 9ª alla 24ªgiocano un playoff (andata/ritorno) per entrare agli ottavi; dalla 25ª in giù tutte eliminate. L’effetto principale è immediato: la classifica rimane “aperta” molto più a lungo, e questo cambia tutto, anche psicologicamente.

I VANTAGGI DEL NUOVO FORMAT

Nei gironi tradizionali capitava spesso che a novembre una big fosse già qualificata e gestisse le energie, una o due squadre fossero già virtualmente eliminate, l’ultima giornata fosse inutile per metà dei gruppi. Col girone unico, invece, la posizione conta moltissimo: arrivare 8°, 9°, 16° o 24° cambia il destino. Persino la differenza tra 7° e 9° è enorme (accesso diretto o spareggio). Risultato: meno partite “di controllo”, più partite con tensione reale.

Nei gironi classici poi, la distribuzione spesso produceva gironi in buona parte già decisi sulla carta: una big in un gruppo comodo, una squadra di medio valore che poteva arrivare seconda con calendario favorevole e due squadre chiaramente “cuscinetto”. Con il nuovo sistema, il calendario tende a mescolare di più il livello. Non è un tutti-contro-tutti, ma riduce la sensazione di gironi scontati e aumenta la probabilità di vedere incontri interessanti già nella prima fase.

L’incertezza sugli accoppiamenti diventa una storia dentro la storia. Qui sta il punto più televisivo e moderno. Nel format vecchio chi arrivava primo o secondo aveva un binario relativamente chiaro e spesso si intuivano presto possibili incroci e scenari. Insomma, la geografia del tabellone si definiva presto. Nel format nuovo, invece, il puzzle degli ottavi è incerto fino all'ultimo secondo. Per tornare a quanto successo in Benfica-Real Madrid,basta un gol all'ultimo all'ultimo minuto dell’ultima giornata per scivolare dal 6° al 10° posto, o per uscire definitivamente dalla competizione. Questo genera una cosa preziosa: l’ultima giornata non è solo “qualificazione sì/no”, ma “posizionamento”. Ed è il posizionamento a creare sentieri diversi sulla strada per la finale, evitando un playoff, ottenendo un sorteggio migliore e finendo nella parte più favorevole del tabellone.

Nel girone classico poi, spesso bastavano 10 punti e un calendario morbido, oppure 8-9 punti in un gruppo squilibrato. Nel girone unico, la selezione è più granulare: la classifica premia continuità e differenza reti, e distingue meglio tra chi ha davvero performato e chi ha solo gestito un gruppo chiaramente alla portata sin dalla vigilia.

COSA È ANDATO PERSO

Non è comunque oro tutto quel che luccica. Con il passaggio a una prima fase più simile a un grande calderone di squadre, si sono sicuramente perse, oltre a un po' di chiarezza e semplicità, quelle rivalità ripetute e quelle mini-storie che una formula fin da subito a andata/ritorno contro gli stessi avversari creava. Con esse la possibilità di una vendetta sportiva, un adattamento tattico in base alle caratteristiche degli avversari conosciute più nel dettaglio e anche un po' di significato narrativo delle singole gare. Il girone unico, con avversari sempre diversi, riduce un po’ questa dimensione quasi da serie tv di certe doppie sfide obbligate.

RISCHI

Volendo andare a cercare ulteriori elementi peggiorativi a livello generale, la critica più scontata e allo stesso tempo giustificata che si può fare riguarda l'impegno fisico richiesto alle squadre. Il maggior numero di partite da disputare ha inevitabilmente aggiunto ancora più intasamento sul calendario. Otto gare nella prima fase (invece di sei) significano più carico fisico, rotazioni più difficili e un rischio infortuni più alto. È un costo reale, soprattutto per i club con rose meno profonde. Paradossalmente poi, con più partite e più posti disponibili (24 su 36 arrivano almeno ai playoff), una big partita male può recuperare. Nel vecchio format, un paio di passi falsi pesavano tantissimo: o rientravi subito, o eri fuori.

LO SPETTACOLO CRESCE DAVVERO

La Champions è intrattenimento ad alta tensione. E la tensione nasce da due fattori: partite che contano e incertezza sugli incroci. Il nuovo format potenzia entrambi: rende la prima fase meno a compartimenti stagni e fa sì che quasi ogni punto possa spostare il destino. Soprattutto aumenta l’imprevedibilità su come andranno a comporsi gli accoppiamenti di playoff e ottavi, trasformando la classifica in una sorta di tabellone in costruzione fino all’ultimo. Nei gironi classici spesso l’emozione era concentrata in pochi gruppi “caldi”. Nel girone unico, l’emozione tende a distribuirsi: più squadre, più posizioni sensibili, più scenari incrociati. È più caotico, sì. Ma la Champions, quando è caotica nel modo giusto, è anche più viva.

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