Serie A
03 Febbraio 2026
È stata la settimana di Antonio Vergara, ma a 23 anni non si può certo chiamarlo "giovane promessa"
Quella appena passata è stata la settimana di Antonio Vergara, classe 2003 del Napoli andato in gol sia in Champions League contro il Chelsea che in Serie A contro la Fiorentina. Due partite che hanno fatto drizzare le antenne a molti in Italia, portando a riflettere una volta di più sull'utilizzo dei giovani da parte delle squadre della nostra Serie A. Peccato che, a 23 anni compiuti, non si possa più nemmeno parlare di "giovane promessa", riferendosi a Vergara. È invece il sintomo più lampante di una cultura e un modo di pensare che nel nostro paese è la normalità, ma fuori dai confini della penisola è invece superato da tempo. Quando in ambito europeo si parla di giovani, ci si riferisce strettamente agli Under 21, se non addirittura agli Under 18. In Italia invece, il lancio di un ventitreenne ad alti livelli viene accolto come un miracolo. Ce lo dicono i fatti e in particolare i numeri, come quelli che vi mostriamo con questo Sprint Analyst dedicato ai top 5 campionati europei.
Nel dibattito sullo stato di salute del calcio italiano, l’utilizzo dei giovani Under 21 è diventato negli ultimi anni un indicatore sempre più citato, quasi un termometro strutturale del sistema. Guardando ai numeri e, soprattutto, confrontandoli con quelli degli altri grandi campionati europei, emerge con chiarezza come l’Italia continui a essere un’eccezione negativa. In Serie A i giovani giocano poco, spesso pochissimo, e quando lo fanno raramente diventano perni centrali dei progetti tecnici.
Se si osserva ciò che accade negli altri principali campionati europei, il contrasto è evidente. In Bundesliga, ad esempio, l’età media dei titolari è storicamente più bassa e l’inserimento dei giovani avviene con naturalezza, spesso senza che questo venga percepito come un rischio. Il calcio tedesco ha investito da tempo su un modello che privilegia la formazione, accettando l’errore come parte del processo di crescita e costruendo contesti tattici che aiutano i ragazzi a esprimersi. La Francia ha fatto un passo ulteriore: in Ligue 1 l’utilizzo degli Under 21 non è solo una scelta tecnica, ma una vera e propria strategia economica. I club francesi sanno che valorizzare giovani significa generare plusvalenze, sostenere il sistema e, allo stesso tempo, alimentare la competitività della nazionale. Anche in Spagna, ne La Liga, il peso delle cantere e il legame identitario tra settore giovanile e prima squadra rendono il passaggio al calcio dei grandi più fluido e meno traumatico. Persino la Premier League, spesso accusata di essere chiusa a causa della pressione economica e mediatica, offre mediamente più spazio ai giovani rispetto al campionato italiano, soprattutto grazie a infrastrutture moderne e a un ecosistema che protegge il valore del talento emergente.

Questo grafico comparativo mostra la percentuale di minuti giocati da calciatori Under 21 nei cinque principali campionati europei. I valori sono medie indicative ricavate da report aggregati di osservatori come CIES e Transfermarkt negli ultimi anni (stagioni post-2020), quindi non una singola annata “eccezionale”, ma una tendenza strutturale.
In Italia, invece, il percorso è più accidentato. Il calcio resta fortemente orientato al risultato immediato, e questo condiziona in modo decisivo le scelte degli allenatori e dei dirigenti. La Serie A è un campionato in cui la sopravvivenza sportiva ed economica passa spesso da pochi punti, e il margine di errore è percepito come minimo. In un contesto simile, il giovane viene visto come un’incognita, mentre il giocatore esperto rappresenta una forma di assicurazione, anche quando il rendimento reale non giustificherebbe questa fiducia. Ne nasce un paradosso: si chiede ai giovani di essere pronti subito, ma non si concede loro il tempo e lo spazio necessari per diventarlo. A questo si aggiunge una tradizione tattica molto rigida, in cui la lettura del gioco, la fase difensiva e la gestione dei momenti sono considerate competenze che si acquisiscono solo con l’esperienza. È una visione che ha prodotto grandi successi in passato, ma che oggi rischia di trasformarsi in un freno. Nei campionati dove i giovani giocano di più, l’errore individuale viene assorbito dal sistema; in Italia, invece, tende a essere stigmatizzato, diventando spesso definitivo. Un singolo sbaglio può costare settimane di panchina, se non un’intera stagione.

Quest'altro grafico, dedicato esclusivamente agli Under 21 nazionali, è forse il più eloquente di tutti. Qui il divario non riguarda più solo la fiducia nei giovani in generale, ma la fiducia nei giovani del proprio Paese. La Serie A si ferma attorno al 2% del minutaggio totale, un dato estremamente basso se confrontato con Francia e Germania, dove i giovani nazionali vengono utilizzati con continuità già in età molto precoce.
C’è poi un problema strutturale nel passaggio dal settore giovanile al professionismo. I vivai italiani continuano a produrre risultati a livello giovanile, ma il salto verso la prima squadra rimane poco lineare. L’assenza diffusa di "seconde squadre" realmente integrate nel sistema, unita a una politica dei prestiti spesso disordinata, fa sì che molti talenti si perdano in una terra di mezzo, senza continuità tecnica né identità tattica. In altri paesi, il giovane cresce all’interno di un progetto chiaro; in Italia, troppo spesso, viene semplicemente spostato altrove. Infine, pesa anche una questione culturale più ampia. Il calcio italiano tende a fidarsi poco dei giovani, e questa diffidenza si riflette nelle narrazioni mediatiche, nella pressione del pubblico e nelle scelte dirigenziali. Il giovane deve dimostrare molto di più per ottenere lo stesso spazio, mentre l’esperienza viene sovrastimata come valore in sé. È un atteggiamento che finisce per autoalimentarsi: meno giovani giocano, meno esempi positivi esistono, e più il sistema si convince che puntare sui giovani sia un azzardo.

Quest'ultimo grafico, invece, mostra l’età media dei titolari nei principali campionati europei e aiuta a contestualizzare ulteriormente il discorso. La Serie A risulta il campionato con l’età media più alta La differenza numerica può sembrare ridotta – uno o un anno e mezzo – ma nel calcio di alto livello è enorme: significa meno spazio strutturale per l’inserimento dei giovani e una rotazione generazionale più lenta. In Bundesliga e Ligue 1, dove l’età media è più bassa, il ricambio è fisiologico e continuo; in Italia tende invece a essere tardivo e spesso forzato.
In conclusione, il ridotto utilizzo degli Under 21 in Italia non è il frutto di una mancanza di talento, ma il risultato di un sistema che fatica a pensare in prospettiva. Il confronto con gli altri campionati europei mostra che dare spazio ai giovani non significa rinunciare alla competitività, ma costruirla su basi più solide e sostenibili. Finché la Serie A continuerà a privilegiare il presente a discapito del futuro, il calcio italiano rischierà di rimanere indietro, non solo nei numeri, ma nella capacità di rinnovarsi.
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